7 Gennaio 2026

Direttore: Alessandro Barbano

5 Gen, 2026

Maduro in manette: la brutta foto che urla “guai ai vinti”

Le immagini dell’ormai ex dittatore venezuelano e della moglie con i ceppi ai polsi fanno il giro del mondo: una umiliazione che disturba, ma che acquisisce il valore di un documento storico e pertanto merita di essere pubblicata


Una fotografia che trasforma la cattura di un uomo di potere in un trofeo visivo: il volto del vinto, ammanettato ed esposto, usato per mettere in scena la fine di un regime. In questo senso, l’immagine di Maduro in ceppi appartiene a una genealogia iconografica già vista con i dittatori sconfitti del passato, come Saddam Hussein, Gheddafi, Ceaușescu o Mussolini a Piazzale Loreto.

Il “vae victis”

Ma questa logica del “vae victis” è profondamente antipolitica, poiché risponde alla stessa pulsione che alimenta il forcaiolismo mediatico. Inoltre è un’immagine che riproduce la stessa dinamica simbolica del potere sconfitto, fondata sull’umiliazione del corpo, sulla riduzione dell’avversario a oggetto, sull’idea che la forza – anche quando vince – abbia diritto al trionfo, come Achille che fa scempio del corpo di Ettore. È una vittoria che conserva il linguaggio del nemico. Non è irrilevante, in questo senso, che l’operazione di cattura sia stata voluta da Donald Trump, dentro un registro tutto muscolare e performativo del potere. Per quanto riprovevoli siano personaggi come Maduro, la civiltà democratica dovrebbe distinguersi proprio nel modo in cui tratta i vinti.

Rifiutare l’umiliazione

In “L’uomo in rivolta”, Albert Camus centrava il punto della questione, che è sempre la forma della risposta che diamo al male. L’esibizione del dittatore sconfitto che forma di risposta è, se non quella di una presunta “giustizia” che si appoggia alla storia che “ha vinto”, che si sente autorizzata perché dalla parte giusta dell’esito? “La rivolta, da principio – scrive Camus -, si limita a rifiutare l’umiliazione”. E dunque: si può gioire dell’umiliazione di un tiranno? Certo, un tiranno che ha oppresso il suo popolo non merita rispetto. Maduro non è Ettore. Ma perfino il peggior dittatore ha diritto a un giusto processo, perché è lì che una democrazia dimostra di non assomigliare a ciò che combatte.

Le immagini-documento

Ecco perché immagini come questa non ci piacciono, ci disturbano perfino, ma hanno il valore di un documento storico e perciò è giusto che siano pubblicate. Che cosa ci mostrano, infatti? La fine di una dittatura, ma soprattutto offrono un corpo al posto di un’analisi, un volto umiliato al posto delle responsabilità diffuse, delle complicità internazionali, delle ambiguità precedenti. Una rappresentazione che dice molto anche dello stesso potere che giudica e dei suoi criteri morali. E di una società che non rinuncia a usare il corpo del “nemico” come alibi per non interrogarsi su sé stessa, di una civiltà in cui i vincitori non sanno imporsi quel limite “nel quale gli uomini – ricordava Camus – venendo a raggiungersi, cominciano ad essere”.

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