5 Gennaio 2026

Direttore: Alessandro Barbano

3 Gen, 2026

Ora Beppe attacca i magistrati ma non è la fine del grillismo

L’attacco del fondatore ai giudici è il compimento perfetto della logica interna al Movimento Cinque Stelle, ma non la morte di un’ideologia che riduce la politica a moralità, la competenza a sospetto e la complessità a colpa


Beppe Grillo, l’uomo che “apriremo il Parlamento come una scatoletta di tonno”, guarda oggi la magistratura con l’occhio torvo di chi teme di essere finito dalla parte sbagliata del megafono. Non più il giustiziere, ma il garantista arrabbiato. Non più il comico che invoca processi in streaming, ma il patriarca che si lamenta dei giudici cattivi. La metamorfosi è completa e, come tutte le metamorfosi politiche, fa una certa impressione. L’attacco ai giudici nel post di fine anno, buttato lì come si buttano le ultime carte sul tavolo quando la partita è persa, ha il sapore stanco delle cose già sentite. È un riflesso condizionato, più che una posizione politica: se qualcosa va storto, la colpa è di una casta. Un tempo funzionava. Oggi suona come una barzelletta raccontata male, di quelle che non fanno ridere nessuno.

La fine dell’ideologia

Perché il punto non è solo l’attacco ai magistrati – categoria che in Italia ha spesso fatto da parafulmine ideale per la rabbia populista – ma il fatto che quell’attacco non produca più nessuna scintilla. Non incendia, non divide, non mobilita. Scivola. Fa rumore come un sasso lanciato in uno stagno già prosciugato. Qui finisce, forse definitivamente, l’ideologia grillina. Una fine che non va interpretata come il fallimento di un movimento politico, ma come il compimento perfetto della sua logica interna. È qui che dobbiamo resistere alla tentazione liberale di dire: “hanno tradito”, “si sono normalizzati”, “sono diventati come gli altri”. No. Proprio diventando “come gli altri”, il Movimento 5 Stelle ha realizzato fino in fondo la propria ideologia.

L’eccezione

In questo senso, Grillo non è l’eccezione che devia dal percorso originario: è il suo interprete più puro. Il grillismo si è sempre presentato come negazione dell’ideologia, come pragmatismo radicale, come rifiuto delle “vecchie categorie” di destra e sinistra. Ma questa sospensione dell’ideologia era essa stessa un’ideologia, forse la più potente oggi: l’ideologia che si nega come tale. Il Movimento non diceva “abbiamo un’idea del mondo”, diceva “abbiamo solo il buon senso”, “i fatti”, “la rete”. È esattamente così che funziona l’ideologia contemporanea: non come grande narrazione, ma come piattaforma.

Una contraddizione oscena

Apparentemente, Grillo che oggi parla contro la giustizia è una contraddizione oscena: l’uomo del “tutti in galera” che all’improvviso scopre il garantismo. Ma è proprio qui che si manifesta la verità del grillismo. Il giustizialismo non era un principio, era un godimento. Un surplus libidico: la gioia di vedere l’Altro punito, umiliato, processato in streaming. Quando questo godimento minaccia di ritorcersi contro il soggetto (e la sua famiglia), il discorso cambia. Non perché il soggetto sia diventato più maturo, ma perché l’oggetto del godimento si è spostato. Il grillismo era il sintomo di una democrazia liberale svuotata, incapace di produrre senso, ridotta a gestione tecnica. Il Movimento offriva ciò che mancava: rabbia, moralismo, semplificazione.

Il cambiamento

Il sintomo, una volta integrato nel sistema, ha perso la sua funzione sovversiva ed è diventato parte del disturbo generale. Il Movimento è entrato nelle istituzioni e, nel farlo, non le ha distrutte: ne ha assunto le forme, i rituali, perfino i manuali. Il manuale Cencelli, da feticcio del “vecchio”, ritorna come ciò che era sempre stato: la struttura simbolica del potere. Pensiamo a Roberto Fico. Figura presentata come pura, quasi ascetica. Eppure costretto a ritardare, mediare, bilanciare. Non perché abbia tradito l’ideologia grillina, ma perché ne ha raggiunto il punto di verità. L’ideologia del “uno vale uno” non elimina il potere: lo rende opaco. Non cancella le gerarchie: le rende informali, non dichiarate, quindi più difficili da criticare. Non produce uguaglianza, ma indistinzione. Il ritardo nella composizione della Giunta regionale in Campania non è stato un incidente tecnico, è stato il momento in cui l’anti-politica si è rivelata politica allo stato puro. La vera fine dell’ideologia grillina non è la sua scomparsa, ma la sua casuale o programmatica invisibilità.

Il grillismo che resiste

Oggi il Movimento non promette più la rivoluzione, ma continua a funzionare come se la promettesse. È questo il punto ideologico fondamentale: mantenere la forma del rifiuto mentre si pratica l’integrazione. Come nel cinismo contemporaneo: “lo so benissimo che è così, ma continuo a farlo”. Non ci si illuda, dunque. Il grillismo non è ancora morto. Intanto perché al momento sopravvive l’idea che la politica sia un problema morale e non strutturale. Che basti cambiare le persone, non i rapporti di potere. Che la corruzione sia il male, non l’organizzazione stessa del sistema. In questo senso, il Movimento 5 Stelle ha vinto. E proprio per questo ha perso.

Il lascito

Forse l’unico lascito duraturo del Movimento non è ciò che ha fatto, ma ciò che ha reso dicibile: l’idea che la politica possa essere ridotta a moralità, che la competenza sia un sospetto, che la complessità sia una colpa. Il problema non è ciò che il Movimento è diventato, ma ciò che ha reso possibile: la presunzione di una politica che pretende di essere innocente. Volevano abolirla in nome della vita autentica dei cittadini. Hanno finito per produrre una politica senza forma, senza responsabilità dichiarata, senza decisione sovrana esplicita. Ed è questa l’eredità più problematica: la dimostrazione che molti grillini hanno saputo dare che si può governare senza assumere fino in fondo il peso del governo.

Uno spazio nuovo

Inoltre, com’è evidente, la crisi terminale dell’ideologia grillina non libera oggi uno spazio nuovo. Lascia piuttosto un vuoto, una sospensione. Uno di quei vuoti che nella storia italiana non restano mai a lungo tali. Qualcun altro, prima o poi, proverà a riempirli con un nuovo mito. Con parole diverse, ma con la stessa promessa anti-ideologica: semplificare il mondo per renderlo sopportabile. Averci fatto credere che l’ideologia fosse il problema, quando era l’unica cosa che ci teneva ancora svegli, è un crimine culturale che però non si può addossare solo ai grillini. Non gli attribuiamo un’importanza che non hanno. La domanda, più importante, quella che ciascuno di noi, estremisti della disillusione e assenteisti patentati, dovrebbe porre a sé stesso, a questo punto non è che fine ha fatto il grillismo di cui francamente ci infischiamo, ma che fine ha fatto il nostro desiderio politico.

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