Il caso Hannoun solleva quesiti che nel dibattito pubblico non vengono sollevati. C’è chi vuole che i palestinesi restino oggetti morali e non diventino soggetti politici
L’arresto di Mohammed Hannoun, il presidente dell’Associazione dei Palestinesi in Italia, ha prodotto il solito teatrino di accuse reciproche tra i partiti di destra e sinistra, fuori e dentro le aule del Parlamento. Ci saremmo aspettati, invece, una seria riflessione. Una riflessione sul meccanismo degli aiuti umanitari internazionali deviati a un’organizzazione terroristica o sui rapporti tra il mondo palestinese e la politica italiana.
Il ruolo di vittima
Al di là degli esiti dell’indagine, la domanda più impellente andrebbe fatta, semmai, sul perché Hannoun abbia accumulato un tale capitale di credibilità politica, non dico presso la galassia dei propal, che troppo spesso considera la violenza stragista di Hamas una legittima “resistenza”, ma presso la sinistra in generale e alcuni nostri parlamentari in particolare. Prima dell’arresto Hannoun era una persona già nota alle autorità per indagini archiviate, sanzioni internazionali e alcune misure preventive. Non era una figura “clandestina” scoperta all’improvviso, ma un attore pubblico, frequentato, legittimato dal mondo universitario, invitato perfino più volte a Montecitorio. Era, cioè, una figura rappresentativa di un sistema di legittimazione simbolica che lo ha accolto senza mai porre domande di merito. Come mai? La risposta è semplice. Perché per una certa parte dell’opinione pubblica ha sempre parlato dalla “parte giusta”. E chi parla dalla parte giusta è innocente per definizione. La “vittima” precede i fatti, li rende superflui.
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Soggetto politici e oggetti morali
Nel caso Hannoun, la causa palestinese funziona così come zona franca: è una zona in cui nulla può essere davvero interrogato, perché le parole vengono sottratte al loro peso storico e tutto viene assorbito da un impianto retorico che non chiede spiegazioni, ma adesione incondizionata. È qui che l’arresto di Hannoun va oltre la cronaca giudiziaria – va oltre anche ogni giusto e doveroso garantismo – ponendosi come indicatore culturale. Rivela, cioè, una postura ormai prototipica del discorso occidentale sulla Palestina: la solidarietà è diventata un riflesso identitario, un meccanismo di immunità morale. Questo è esattamente il punto su cui, da anni, insiste Sari Nusseibeh, filosofo laico, palestinese di Gerusalemme Est, chiedendo ai palestinesi di diventare soggetti politici responsabili, mentre la cultura propal occidentale li difende solo a patto che restino oggetti morali puri.
Nusseibeh e il limite infranto da Hamas
Nella sua autobiografia pubblicata quasi venti anni fa – “C’era una volta un paese”, in Italia edita da Il Saggiatore – Nusseibeh compie un’operazione che oggi appare ancora più necessaria di ieri: decostruisce l’idea dell’innocenza politica collettiva, l’idea cioè che una causa giusta – nello specifico la causa palestinese – renda giuste tutte le scelte compiute in suo nome. Nusseibeh scrive da palestinese, per i palestinesi, ma soprattutto contro una narrazione autoassolutoria che ha accompagnato per decenni la leadership e l’immaginario nazionale del suo popolo. E lo fa intrecciando tre piani: l’autobiografia personale (la sua è una delle grandi famiglie di Gerusalemme Est), la storia politica palestinese dal secondo Novecento e una riflessione filosofica sulla responsabilità. Nusseibeh non si racconta per legittimarsi, né cerca colpevoli esterni, che dà per scontati. Cerca invece le responsabilità interne che nessuno vuole nominare, attraverso una critica, da Arafat in poi, al culto carismatico, alla mancanza di istituzioni solide, all’uso sistematico del linguaggio simbolico al posto della politica concreta, alla preferenza per il mito rispetto alla costruzione dello Stato. La questione palestinese è stata spesso gestita come una religione civile, non come un progetto politico. E questo ha prodotto paralisi, corruzione, infantilizzazione della società. Su Hamas, poi, la posizione è netta. Nusseibeh non lo tratta mai come una “risposta” all’occupazione israeliana, che naturalmente condanna, ma per quello che è: un progetto ideologico totalizzante, una forza che ha devastato il tessuto morale e sociale palestinese, una macchina di sacrificio che usa la morte come linguaggio politico. Hamas, insomma, è il risultato estremo di una cultura politica che ha rimosso il limite, esaltando il martirio e demonizzando il compromesso. Per Nusseibeh, invece, la politica è sempre l’arte del possibile tragico, non dell’amministrazione della purezza.
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I palestinesi “rimossi”
L’arresto di Hannoun appare dunque, da questo punto di vista, come una crepa nella causa palestinese che pensa sé stessa come un monolite di incolpevolezza. Da qui nasce il paradosso che attraversa oggi il discorso occidentale sulla Palestina. Chi si difende, in realtà, quando si dice di difendere i palestinesi? A ben vedere, solo un certo tipo di palestinese: la vittima assoluta, l’icona del martire e del resistente, ciò che conferma insomma una cornice narrativa semplice ed emotivamente potente. Non si difendono – e anzi si rimuovono sistematicamente – le tesi di quei palestinesi che invece introducono complessità, che parlano di fallimenti interni, che accusano Hamas come attore centrale e non come incidente “contestuale”. Il palestinese che pensa in modo divergente è un problema, perché disturba la liturgia, introducendo la domanda che molti non vogliono sentire: e se il male non fosse tutto esterno? È esattamente questa la domanda che Nusseibeh pone da anni, anche dopo il 7 ottobre e la guerra nella Striscia di Gaza, senza mai smettere di credere nel dialogo come unica forma di speranza, pagando un prezzo altissimo in termini di isolamento, per dire che la violenza ha eroso la credibilità della lotta nazionale; che Hamas è una catastrofe politica prima ancora che militare; che il mito del diritto al ritorno totale, agitato come parola salvifica, paralizza ogni soluzione possibile.
Le voci critiche
L’esito finale, alla luce di tutto questo, è che le voci più lucide e critiche provenienti dalla Palestina (in gran parte esuli) sono oggi ignorate. Esistono e sono molto più di quanto la narrazione propal occidentale lasci intendere (penso, tra gli altri, anche a nomi come Iyad el-Baghdadi, Bassam Eid, Hussein Agha, Khaled Hroub, Tareq Baconi). Queste voci dissidenti disturbano la causa, che deve restare pura, e per restare pura deve parlare solo attraverso gli slogan urlati nei cortei o le parole già approvate. Come quelle che Mohammed Hannoun declama e predica. Difendere i palestinesi, oggi, significa forse proprio questo: difenderli anche da quell’assoluzione preventiva che li priva di futuro politico. Perché – come ci ricorda un filosofo palestinese, non un commentatore occidentale – una rivendicazione che rifiuta il pensiero resta un dogma. E i dogmi, lo sappiamo, non liberano nessuno.


















