Tradizione è parola apparentemente semplice, ma chiama in causa un universo di pensiero di cui dovremmo forse riscoprire il valore
Parafrasiamo Aristotele e stabiliamo che «tradizione» si dice in molti modi. Intese in accezione piana, e per così dire laicamente, Tradizione o meglio “tradizioni” sono le linee di pensiero, le consuetudini e gli standard valutativi, gli orientamenti di costume e le tavole valoriali che modellano nella lunga durata, presso comunità più o meno ampie, ceti o “nazioni culturali”, narrazioni retrospettive – “chi siamo, da dove veniamo?” – e immaginazioni di futuro. Tali tradizioni creano “domesticità del Mondo” (cito Durkheim) e senso di appartenenza.
La Tradizione con la maiuscola
Ma esiste un’accezione più esigente e strutturata del termine “tradizione”, usato in tal caso al singolare e preferibilmente con la lettera maiuscola, appunto Tradizione. Matematico, filosofo, esoterista francese convertitosi all’Islam più mistico e spirituale, Guénon suggerisce che un nucleo permanente di temi e problemi, una sorta di philosophia perennis, attraversi le diverse metafisiche e religioni in ogni tempo e luogo e si accompagni da sempre all’esperienza di ciò che definiamo l’Alto o l’Elevato. Non esiste Tradizione, per Guénon, senza che si distingua tra mondi – tra Eterno e Contingente -; e ci si sottometta volontariamente a principi direttivi immutabili, indimostrabili e oggetto di intuizione intellettuale.
Il maestro e l’allievo
Guénon non è un pensatore politico, al contrario. Diffida anzi il suo forse più illustre allievo, Julius Evola, dall’applicare alla politica i principi del Pensiero della Tradizione o “tradizionalismo integrale”. D’altra parte Evola stesso ha cura di mantenere distinti i due Regni del pensiero, i domini ontologici. A suo riguardo occorre fare chiarezza: perché, acclamato oggi da discepoli estetizzanti e presuntivi, che sembrano quasi, malgré lui, confondere Evola con D’Annunzio legionario; o esecrato da chi non lo conosce, quasi come mentore dello stragismo neofascista, rischia di essere oggetto di una rimozione paradossale, considerata l’apparente notorietà.
Le ambiguità di Evola
Non ci sono dubbi: Evola è un pensatore antidemocratico e antiliberale, e tutto, dei regimi parlamentari, gli è odioso: la “libera” stampa, alla cui esistenza non crede, l’istituto del negoziato, che ai suoi occhi è semplice intrigo, le mediazioni della rappresentanza, che promuovono il vile e l’astuto. Al tempo stesso il suo rapporto con il fascismo è quantomeno controverso: mai tesserato, è oggetto di costante attenzione da parte dell’OVRA e polemizza risolutamente contro il populismo e nazionalismo fascista. E’ antisemita, ancorché questo non lo renda ipso facto imputabile della Shoah, di cui, al pari della maggior parte, non è a conoscenza. Cerca sponde nel Terzo Reich, nei pressi di Rosenberg, Himmler e Heydrich, per lo più senza trovarle, riuscendo anzi a suscitare l’avversione di Heydrich e perdere l’appoggio di Himmler per il suo franco rifiuto di ogni ideologia völkisch. D’altra parte è vicino agli ideologi della Rivoluzione conservatrice, a legittimisti e nazional-conservatori invisi alla dirigenza nazionalsocialista. Per essere più precisi: cerca sponde nei pressi del Sicherheitsdienst (SD), che non ha compiti di polizia politica – a questi assolvono assieme SS e Gestapo – ma di “ufficio studi e ricerche” su questioni che concernono i (presunti) nemici del Reich: comunisti, ebrei, massoni.
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Il contributo di Evola
Bene. Ciò premesso, si può riconoscere che i contributi di Evola sulla Tradizione “nordico-aria” sono in linea con il pensiero di Guénon, e introducono, nella cultura italiana degli anni Venti e Trenta, indirizzi di ricerca cospicui e rari, la cui origine è da cercare in Creuzer, Bachofen e altri filologi, archeologi e storici della cultura tardoromantici, in Schopenhauer e Nietzsche (di cui Evola è senza dubbio l’interprete più brillante, in Italia, nel periodo dell’entre-deux-guerres); non certo nel Mein Kampf o nel Mythus des 20. Jahrhunderts. Che sarebbe stato – faccio un solo esempio – di de Martino nel secondo dopoguerra, senza la sua precoce conoscenza di Evola, mediata dal suocero Macchioro? O di Zolla, tra i primi a “riscoprire” Evola nella Roma dei primi anni Sessanta, e a trarne vigorosi nutrimenti per il suo Che cos’è la tradizione, 1971 (peraltro contestato da Evola, che trova Zolla, non senza ragione, troppo divagante e letterario).
La Tradizione e la nostra cultura
Spesso facciamo una terribile confusione in merito a ciò che può intendersi per “tradizione” (o Tradizione). Proprio alla luce degli insegnamenti di Evola e Guénon siamo preparati a tentare un breve esercizio di disambiguazione. Tradizione non è, per i “tradizionalisti integrali” – così Evola definisce sé stesso – tutto ciò che ci rimanga alle spalle, in definitiva molteplice e accidentale, e affondi in un venerabile passato. E’ invece il nucleo permanente della cultura occidentale, il suo più riposto deposito metafisico-religioso. A tale nucleo non ha senso volgersi al modo degli antiquari, con pedanteria e tenerezza insieme. Inconciliabile con il mondo moderno – cioè con l’etica utilitaristica, il primato del profitto, la politique politicienne -, la Tradizione non è alcunché di esanime e polveroso, al contrario. Preme contro il tempo presente, di cui costituisce l’antitesi, e presenta un’urgenza quasi escatologica. Ha senso considerarla alla stregua del kerygma cristiano, o della Shekinah ebraica: la rivelazione quintessenziale, l’Eterno che irrompe nel tempo e si svela ai pochi e rari nel tempo dell’azione eroica o della meditazione ascetica.
Il pensiero conservatore contemporaneo
Sia pure in chiave di “inattualità”, come “reagente”, il Pensiero della Tradizione merita oggi di essere riconosciuto come rilevante e persino necessario anche dal punto di vista delle declinanti democrazie liberali occidentali. Lo affermano liberalconservatori come Isaiah Berlin o conservatori come Roger Scruton, che, nel bellissimo The Meaning of Conservativism, 1980, ha dedicato pagine memorabili alle «lealtà» di cui noi tutti viviamo, cui abbiamo diritto, che istituiscono e rigenerano le tradizioni. L’etica laica sembra vacillare in assenza di fondamenti religiosi, il “ricatto culturale” dilaga, il wokismo sembra una fattispecie estrema di ideologia liberale: in luogo di censurare, dovremmo essere grati a punti di vista che sfidino il luogo comune democratico e gli oppongano un corroborante dissenso, anche radicale.
Il bisogno di metafisica
Se l’intelligencija liberale non si risolve, rigettando il pregiudizio anti-metafisico e anti-religioso, a esplorare le terrae incognitae del Limite e del Mistero, ebbene, allora c’è da temere lo facciano populisti e demagoghi, con intenzioni cesaristiche e conseguenze autoritarie: rimuovendo la distinzione fondamentale del “tradizionalismo integrale” e pretendendo di applicare al mondo storico, alle classi e alle istituzioni dello Stato la “verticalità” dei mondi spirituali.


















