Soffocato, marginalizzato, monetizzato: oggi il pensiero sembra sempre più schiavo del capitalismo digitale. Ecco perché serve uno sforzo, basato su argomentate opinioni, che cambi visioni e reinventi categorie
Nel presente scenario mediatico e socioeconomico la circolazione del pensiero intellettuale attraversa da tempo una fase di contrazione radicale. Non si tratta di una crisi creativa, di una mancanza di talenti o di idee; al contrario, si assiste a una forma più profonda di soffocamento strutturale. Il problema non è più la censura nel senso tradizionale, bensì un nuovo tipo di filtraggio, impalpabile e pervasivo che seleziona solo ciò che è “spendibile”, per cui ciò che non è immediatamente traducibile in valore di mercato viene sistematicamente marginalizzato. Viviamo in un’epoca in cui il discorso pubblico è dominato da criteri di vendibilità, visibilità e conformità. Molti media e le piattaforme private non curano argomenti, curano profitti; non coltivano opinioni, neo-ingegnerizzano comportamenti.
Il capitalismo digitale
Siamo in un mondo in cui il capitalismo digitale delle Big Tech impone un sistema sempre più guidato da modelli predittivi, big data e algoritmi che condizionano molti comportamenti considerati “spontanei” (cosa compriamo, cosa guardiamo, dove andiamo, con chi interagiamo, che posizione assumiamo su una data questione sociale, politica, ecc.) assumendo una dimensione che oltrepassa il piano economico e trasformandosi in forme diffuse di controllo sociale post-politico, perché operano senza Parlamento, senza opposizione, senza volto, senza etica. È la razionalità algoritmica del capitalismo digitale che non governa: modella. Non comanda: suggerisce. Non obbliga: orienta ed orienta sempre più anche sotto il profilo della lotta politica e della guerra ibrida tra Paesi, attraverso disinformazione e fake news ma anche e soprattutto con meccanismi che incitano rozzi istinti emotivi, in particolare l’indignazione, la reazione identitaria, i pregiudizi, la rabbia. Un meccanismo noto col termine di “ragebaiting”.
Le nuove forme di controllo
La libera volontà diventa sempre più condizionata, eterodiretta. In un ecosistema in cui la viralità è l’approccio più efficace dell’interazione social per riuscire a imporsi sui flussi informativi altrui traendone un vantaggio tangibile, il contenuto emotivo finisce inevitabilmente per sopravanzare ogni sforzo intellettuale più rigoroso, denso e riflessivo. In questo scenario, l’intellettuale non è semplicemente marginalizzato: è reso strutturalmente irrilevante. Nondimeno oggi gli intellettuali sono chiamati a denunciare le nuove forme di controllo sociale non dichiarate e ad analizzare criticamente la fagocitazione algoritmica della società. Un compito non nuovo, simile a quello dei sociologi weberiani dell’inizio Novecento, ma con nuovi soggetti: non più i poteri statali ma i poteri del capitalismo digitale (il capitalismo della sorveglianza, egregiamente studiato da Zuboff) che ci sta introducendo in una era post-sapiens. L’intellettuale deve demistificare l’illusione della neutralità delle piattaforme tecnologiche ed essere l’alfiere del dissenso.
Il dissenso radicale
Tuttavia, il dissenso tradizionale, basato su argomentate opinioni, come detto, attualmente viene facilmente assorbito, riciclato, monetizzato. Ciò che invece ancora conserva la sua forza destabilizzante è il dissenso epistemico radicale: cambiare i modi di vedere, questo è il ruolo dell’intellettuale. Non cambiare opinioni ma cambiare visioni. Non contestare concetti ma reinventare categorie. I grandi cambi di prospettiva della modernità non sono stati mai semplici opposizioni retoriche, ma mutazioni concettuali, rivoluzioni della visione.
Un pensiero visionario
Oggi, in presenza di un’egemonia algoritmica che pretende di condizionare ogni dimensione della nostra esistenza, è necessario un pensiero che sappia leggere i codici del nuovo potere e che sappia immaginare alternative non mercificabili. Questo richiede coraggio intellettuale, dissenso radicale, visionario. Occorre intuire le forme nuove della libertà per proporle e difenderle, perché il futuro – quello autentico – appartiene a chi ha il coraggio di pensare controvento. L’intellettuale deve dunque restituire senso critico alla vita quotidiana, proporre forme di sapere che non siano comprimibili in metriche di like e interazioni utili solo per una logica di marketing. Solo così potremo oltrepassare il recinto del presente e restituire al mondo il coraggio della sua trasformazione. Riconsegnando al libero pensiero la sua forza sovversiva si torna a fendere l’oscurità del presente, riaprendo il sentiero dove l’umano si riconquista e ogni emancipazione diventa possibile.


















