La luna di miele che tiene in piedi il governo non dà segni di cedimento. Ma la storia ci insegna che l’ideologia non basta
«Le coalizioni organizzate attorno a inimicizie simboliche e assoluti ideologici, piuttosto che a interessi materiali condivisi, sono soggette a crolli repentini»: Matthew Waither, sul «New York Times», va a pescare in un saggio di novant’anni fa, scritto dal giornalista britannico George Dangerfield, la tesi che ho appena citato. Dangerfield la applicava al rapido declino del partito liberale britannico di Asquith e Lloyd George, che aveva guidato il Paese fino alla vittoria nella Grande Guerra, per poi sparire dalla scena politica; Waither pensa, invece, ai successi del movimento MAGA di Trump, in cui hanno finito per confluire i militanti e gli elettori del Tea party, i nazionalisti, i tradizionalisti cristiani, i paleo-conservatori e persino democratici delusi del Midwest. Denominatore comune: la lista dei nemici, individuati nell’establishment, nei media, nel globalismo in economia e nel multilateralismo in politica estera, nei migranti, in una palude da bonificare i cui contorni Trump specifica ogni volta daccapo, a seconda che si tratti di alzare la voce contro la burocrazia, o la Federal Reserve, o la corruzione, o contro tutte queste cose insieme.
La ricerca dell’egemonia
A solo un anno dall’inizio del secondo mandato, nota però Waither, il trumpismo non appare ancora un fenomeno consolidato, e anzi emergono contraddizioni interne al movimento MAGA, che, a dispetto della retorica trionfante, possono prepararne la crisi. Quando poi Waither mette tra i sintomi preoccupanti il fatto che all’interno del movimento «i test di lealtà proliferano» e domina un «bigottismo di fondo», viene naturale porre mente, ripensando alle vicende di casa nostra, alle polemiche sollevate dalle recenti prese di posizione critiche di intellettuali conservatori e di destra come Marcello Veneziani e Franco Cardini: in cosa consiste la politica culturale di Fratelli d’Italia, si sono chiesti, in cosa la famosa conquista dell’egemonia? Pure da noi è più facile, da un lato, veder premiate fedeltà e appartenenze, e dall’altro veder approntate liste dei nemici – che includono certamente tutti quelli compresi nella lista originale, più i soliti, «poveri comunisti» della sinistra – che non indicare la visione strategica alla quale si dovrebbe ispirare l’azione di governo. Finché questa latita, è lecito pensare, per analogia, che, contraddizioni o non contraddizioni, l’irresistibile ascesa possa convertirsi in improvvisa caduta, con più facilità di quanto la prolungata luna di miele del governo con l’elettorato lasci ritenere.
I precedenti in Italia
Anche lo stretto legame fra movimento e leader è la spia, per Waither, di una debolezza congenita, della mancanza di radici nella società e nel Paese, ed anche sotto questo aspetto è lecito guardare alle avventure e disavventure della recente storia italiana: dall’ultimo governo Berlusconi ad oggi, il partito democratico di Renzi, i Cinque Stelle prima versione, la Lega di Salvini hanno visto crescere rapidissimamente il consenso, per poi perderlo altrettanto rapidamente.
Che fine fanno partiti e coalizioni
In questo modo però abbiamo esteso lo sguardo all’intero panorama politico italiano: la parabola descritta da Dangerfield per il vecchio liberalismo inglese e adottata da Waither come un’ipotesi di decorso possibile del trumpismo, sembra riguardare, da noi, l’intero spettro di forze che siedono in Parlamento, sulla cui durata nessuno potrebbe ragionevolmente fare pronostici, oggi. Più gravemente ancora: sulla cui eredità è difficile scommettere. Il Pd riformista di Renzi che fine ha fatto? Che fine hanno fatto i Cinque Stelle che gridavano onestà, uno vale uno, niente alleanze con nessuno mai? Che fine farà il nazionalismo di Salvini: passerà il testimone a Vannacci – che per la verità pare finito in un cono d’ombra – oppure cederà a Zaia e al pragmatismo della Lega al nord? Come che sia, nessuna di queste linee politiche e culturali sembra avere carattere permanente, ed è questa la domanda che interroga oggi la premier: che cos’è il melonismo? Il nuovo partito della nazione, capace di intercettare e promuovere tendenze di lungo periodo, o una coalizione avventizia, tenuta insieme da «inimicizie simboliche», più che da una vera e sostanziale condivisione di interessi e ideali?
LEGGI ANCHE Da Zaia e Occhiuto scalata ai partiti (e al centrodestra)
L’unità di misura
Questione aperta, che sarebbe ingeneroso, forse, giudicare sul metro della legge di Bilancio in corso di approvazione. La quale assicura la tenuta dei conti pubblici, ma non risolve nessuno dei problemi che frenano da decenni il Paese, dalla pressione fiscale alta alla qualità della spesa pubblica, passando per il rapporto a dir poco complesso fra imprese e pubblica amministrazione e le fragilità del sistema della formazione e della ricerca. Non si dovrà giudicare solo in base a questa legge poco ambiziosa, ma allora in base a cosa? Dov’è che il governo mostra di chiedere fiducia al Paese e di impegnarsi, dinanzi all’opinione pubblica, nella soluzione di almeno uno di quei problemi? Oppure dobbiamo giudicare in base al numero di invitati ad Atreju, o al numero di telefonate cordiali con Donald Trump?


















