Il costituzionalista Roberto D’Alimonte riflette sui limiti dell’attuale legge elettorale, sulle sue implicazioni politiche e sul premierato
Dopo il risultato delle elezioni regionali, il centrodestra promette di modificare la legge elettorale in vista delle politiche del 2027. Ne abbiamo parlato con Roberto D’Alimonte, politologo esperto di sistemi elettorali e docente presso l’Università Luiss di Roma.
Professor D’Alimonte, proiettato sulla competizione nazionale del 2027, il risultato delle elezioni regionali lascia immaginare che si possa rischiare un pareggio. O comunque potrebbe crearsi uno scenario in cui la coalizione vincente non ha numeri sufficientemente ampi per governare in sicurezza. È così?
«Poteva andare così anche nel 2022. Le simulazioni che ho condotto sui voti del 2022 dimostrano che nel caso in cui Pd e M5s si fossero alleati ci sarebbe stato un problema per la maggioranza al Senato. La verità è che l’Italia è spaccata in due. È il sistema elettorale che fa la differenza».
Quali sono i limiti del Rosatellum?
«I collegi uninominali sono troppo pochi e troppo grandi. Troppo pochi (attribuiscono solo il 36% dei seggi) per garantire l’effetto maggioritario. Il sistema è molto diverso dal Mattarellum. Ma sono anche troppo grandi: di conseguenza viene meno il rapporto diretto tra candidati ed elettori. Riconosciuti questi limiti, contesto che se ne parli opportunisticamente come sento fare in queste ore. Tuttavia la riforma elettorale serve. Bisogna vedere però che cosa si propone in alternativa al Rosatellum. Non si può firmare un progetto al buio».
Per modificare la legge elettorale il centrodestra si ispira al modello regionale: voto su base proporzionale con premio di maggioranza. In più, visto che in ballo è il governo nazionale, potrebbe esserci l’indicazione diretta del premier. È una soluzione sensata?
«In questa proposta manca un elemento decisivo: serve una soglia per far scattare il premio. Mettiamo pure la soglia al 40%, al 41 o al 42 come propone il deputato di Fdi Giovanni Donzelli. Ma che cosa succede poi se nessuno arriva alla soglia? In questo caso, la soluzione migliore dal mio punto di vista sarebbe il ballottaggio. Purtroppo temo, viceversa, che Donzelli pensi a una redistribuzione in termini proporzionali che rappresenterebbe un ritorno alla prima repubblica. In questo caso il rischio è che le terze forze come Azione possono diventare l’ago della bilancia. Per giudicare la proposta dobbiamo aspettare di leggere un testo ufficiale. L’idea che sintetizza nella domanda non è sballata. ma voglio sapere a che punto si trova la soglia e che cosa succede se non viene raggiunta. Io propendo per il ballottaggio. Cosa dice Meloni?»
La Corte costituzionale ha stabilito un principio: il correttivo maggioritario al voto non può essere troppo consistente, perché altrimenti distorcerebbe la rappresentatività. Quanto può essere ampio il premio di maggioranza?
«Non può essere più del 55% al massimo. Con il 60% la maggioranza sarebbe in grado di eleggere i giudici del Csm e della Consulta. Inoltre, avere una maggioranza così alta diventa condizionante anche per l’elezione del Presidente della Repubblica. Ecco perché la soglia del 55% è la cifra su cui si orienteranno tutti. Ma su questo non c’è dissenso, né in dottrina né in politica».
Sul premio c’è un’altra questione aperta: visto che la Costituzione prevede che il Senato sia eletto su base regionale è necessario che il premio di maggioranza sia concepito su base regionale piuttosto che nazionale?
«L’articolo 57 della Costituzione in verità è vago: ci sono altri elementi che saranno regionalizzati nelle norme elettorali. Il premio sarà nazionale: le resistenze saranno superate. In caso diverso, si aprirebbe una lotteria di premi regionali – come nel caso della legge Calderoli – con il risultato di creare instabilità. Insomma, il premio regionale al Senato sarebbe incoerente».
Visto che si parla di sistema proporzionale, ritorna il tema dei listini bloccati, molto graditi alle segreterie dei partiti che possono così controllare meglio le candidature. Ma così non c’è il rischio di imporre dei candidati ai territori, ricreando distanza e disaffezione tra gli elettori?
«Non so come andrà a finire. In ogni caso i listini dovranno essere corti: lo ha già sancito la Corte costituzionale esprimendosi sul Porcellum. Io sono sempre stato contrario al voto di preferenza: i dati dicono che il sistema delle preferenze è usato prevalentemente per ragioni clientelari e non per esprimere un voto di opinione: è stato così sia nella prima che nella seconda repubblica. In alcune regioni del sud come la Calabria o la Sicilia, il 70-80% degli elettori usa il voto di preferenza, ma si tratta di elettori organizzati su base clientelare. In Lombardia, dove c’è un livello di istruzione più alto, il ricorso al voto di preferenza si riduce radicalmente. Purtroppo in questo clima di disaffezione dal voto difendere le liste bloccate, anche se corte, è molto difficile. A questo punto meglio il voto di preferenza che le liste bloccate».
Si parla anche della possibile indicazione diretta del premier nella scheda. Lei che ne pensa? Ci sono altri modi per indicarlo?
«Nel Porcellum era stata trovata la soluzione: veniva imposto ai partiti di presentare un programma e di indicare il capo della coalizione, ma questi non era stampato sulla scheda. Era una soluzione meno invasiva. La soluzione che preferisco è un’altra: un sistema proporzionale con premio di maggioranza con soglia al 50%, poi, se nessuno raggiunge la soglia, le due colazioni vanno al ballottaggio e gli italiani possono scegliere di fatto tra due candidati premier. In questo modo hai il premierato senza bisogno di cambiare la Costituzione».
Nel centrodestra c’è un patto tacito: fa il premier il leader del partito più votato. Il centrosinistra potrebbe scegliere il candidato premier con le primarie di coalizione?
«Buona domanda, ma non sono un insider. Non lo sanno nemmeno Conte e Schlein. Alla fine penso che dovranno fare primarie di coalizione. A meno che non siano disposti a fare un passo indietro e a far passare un altro. Qualcuno parla della sindaca di Genova Silvia Salis o del sindaco di Napoli Gaetano Manfredi».
Il centrosinistra è già partito a fare le barricate contro la riforma, ma non conviene anche a loro una legge elettorale che garantisca la governabilità? La stessa Schlein promette di non fare più governi tecnici con la destra…
«È assolutamente vero quello che lei dice, ma Schlein vuole che Meloni faccia la riforma da sola per poterla attaccare. Dirà che il centrodestra vuole cambiare le regole del gioco perché ha paura di perdere: un argomento forte da utilizzare per raccogliere consenso contro Meloni».
Insomma, in Italia c’è il rischio che la legge elettorale diventi ad ogni legislatura un’arma di lotta politica?
«È già una realtà. Anche Berlusconi la cambiò nel 2005 perché temeva di perdere. Così diventa un elemento destabilizzante».
Meloni a questo punto potrebbe rilanciare anche il premierato. Il percorso potrebbe prevedere prima la legge elettorale e poi la riforma costituzionale con il referendum confermativo rimandato a dopo le elezioni politiche del 2027?
«Sì è così, ma prima di tutto bisogna vedere come va il referendum sulla giustizia. Se vincono i “no”, il premierato è defunto. Se vincono i “sì”, Meloni farà approvare prima la legge elettorale e poi il premierato entro l’autunno del 26, poi spera di vincere le politiche del 27 e di svolgere il referendum sul premierato subito dopo le elezioni. In questo modo, conta di governare in ogni caso».
Anche in questo caso il centrosinistra ha alzato le barricate accusando il premierato di deriva autoritaria. È così o ci sono buone ragioni per fare questa riforma?
«Non credo che il premierato sia un attentato alla democrazia, ma bisogna vedere qual è la legge elettorale abbinata. Io spero in una soglia al 50% con un eventuale doppio turno con il quale gli italiani possano scegliere. So che non andrà così, ma comunque vediamo come sarà la legge elettorale. Anche perché nella riforma non è indicato il sistema di elezione del premier. Siamo ancora in alto mare».












