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Come combattere il bipopulismo (dedicato a Meloni)

Pari dignità in Costituzione a Destra e Sinistra a patto che sostengano la liberaldemocrazia. L’antifascismo
oggi non può tenere insieme partiti e cittadini. Al clima ostile deve sostituirsi una “fiducia guardinga”

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Per la sua forza icastica mi ha colpito una frase di Enrico Cisnetto in un suo commento alla legge di bilancio: «Questo è il bi-populismo italiano: scontro tra opposti sul passato, comune immobilismo nel presente e totale assenza di futuro». È una frase che riassume col minor numero possibile di parole la situazione politica in cui si trova l’Italia.

Quando Cisnetto parla di bi-populismo, si riferisce ad una forma estrema e dannosa del conflitto che oppone Destra e Sinistra, una forma che ostacola il progresso economico e sociale del nostro Paese. E quando parla di «scontro tra opposti sul passato» si riferisce alla lunga permanenza di memorie e lealtà politiche che hanno diviso l’Italia fino all’abbattimento del Muro di Berlino, alla fine del Pci e anche oltre, dopo cinquant’anni di crescita economica e di travagliata convivenza all’interno un regime politico liberal democratico.

Le origini del compromesso mancato

È da qui che vorrei partire. Con l’approvazione della Costituzione repubblicana – una versione orientata a sinistra della democrazia liberale – emerse presto il problema che ostacolò per tutta la Prima Repubblica l’evoluzione del sistema politico italiano verso una piena applicazione del grande compromesso tra liberalismo e democrazia che caratterizzò la seconda metà del Novecento. Un compromesso che necessariamente implicava l’accettazione di principio di una economia capitalistica e diede vita ad una straordinaria crescita economica in Europa.

Il Pci tra antifascismo e contesto internazionale

Ma come poteva attuarsi questo compromesso in Italia, in un contesto internazionale di Guerra Fredda? Il Pci riuscì per quarant’anni, senza gravi perdite di consenso elettorale, a dichiararsi antifascista e, insieme, ad essere parte di una alleanza internazionale che, come il fascismo, era composta da stati e partiti che rifiutavano i principi di fondo di quella forma di democrazia. E continuò a criticare il compromesso socialdemocratico, mentre di fatto lo praticava a livello parlamentare e nella sua azione di governo negli enti locali.

L’eredità della Prima Repubblica

Questo conflitto politico di fondo spiega molti aspetti dell’eredità che i partiti della Prima Repubblica trasmisero a quelli della Seconda. Era una eredità che andava invece presa con il beneficio di inventario e doveva essere profondamente ristrutturata per consentire al Paese un continuo sviluppo. Quando il Pci fu costretto dall’implosione dell’Unione Sovietica a cambiare nome e collocazione internazionale, sembrò che uno degli ostacoli politici alla crescita fosse stato rimosso: la conventio ad excludendum non aveva più ragione d’essere, sostituita dalla accettazione da parte di tutti i partiti delle regole del gioco liberaldemocratico come base di legittimazione a partecipare al governo del paese.

Destra e ridefinizione del sistema

E si sottovalutò un segnale premonitore: anche il Movimento Sociale, un piccolo contenitore di nostalgici del fascismo, fu parte di questo clima di ridefinizione del sistema politico provocato da Tangentopoli. Come il Pci, anche il Movimento Sociale non corrispondeva ai principi di una democrazia liberale. Con il crollo della Prima Repubblica, a destra si apriva un grande spazio per un partito di impianto liberale e conservatore (la Destra ha quasi ovunque queste due polarità contraddittorie, filo-capitalistica e tradizionalistica) e da subito fu occupato da Berlusconi.

La svolta di Gianfranco Fini

Gianfranco Fini fu lungimirante: colse al volo la proposta elettorale di Silvio Berlusconi, che aveva diviso in due alleanze il Centrodestra, una con la Lega per il Nord del Paese (Polo delle libertà) e l’altra con un Msi ribattezzato per il Centro-Sud (Polo del buon governo). Cambiò nome (Alleanza Nazionale) e identità politica del suo partito al fine di adattarlo alle nuove condizioni che definivano l’idoneità a governare e il Centrodestra prevalse nelle elezioni politiche 1994.

Con l’anticipo che spesso caratterizza i sistemi politici più fragili, la crisi politica italiana dei primi anni Novanta precedette di quasi vent’anni la crisi della stessa democrazia liberale ai cui principi l’Italia si stava faticosamente adattando: l’ondata populista colpirà gran parte dei paesi europei solo dopo la Grande Recessione del 2007/2008.

Crisi, populismo e poteri “a fisarmonica”

A questa ondata l’Italia sopravvisse grazie anche ai poteri “a fisarmonica” – così furono chiamati – che la Costituzione concede al Presidente delle Repubblica. Se una crisi di governo rischia di produrre conseguenze particolarmente gravi, la fisarmonica si estende e il Presidente può attivarsi per promuovere un governo presieduto da un “tecnico” estraneo alla cerchia dei partiti, i soli, in democrazia, legittimati a governare da un voto popolare. La denominazione di governo tecnico è impropria perché si tratta pur sempre di governi parlamentari che restano in carica sino quando sono sorretti dalla maggioranza in entrambe le Camere: superata l’emergenza, i “politici” sono sempre stati molto rapidi nel recuperare l’intero potere di governo. Come dovrebbe essere in una democrazia ben funzionante.

Le turbolenze della Seconda Repubblica

Le turbolenze che l’Italia stava attraversando dopo l’avvio della Seconda Repubblica, il successo, prima in Italia poi in Europa, di partiti e movimenti populisti, la crisi del modello liberal democratico al quale si ispiravano i partiti europei – sommate a eventi internazionali di straordinaria gravità (la pandemia, il ritorno della guerra in Europa) e all’insoddisfazione diffusa per la situazione economica che colpiva i ceti più poveri – non potevano che riaccendere la discussione su una riforma che adeguasse le istituzioni italiane ad un mondo nel frattempo profondamente cambiato.

Il ritorno del dibattito costituzionale

Sulla ripresa del quarantennale dibattito sulla riforma costituzionale, Giorgio Napolitano insistette con toni di grande urgenza. E Giorgia Meloni, reduce da una straordinaria e imprevista vittoria elettorale nelle elezioni politiche del 2022, colse l’occasione di collegare questa riforma all’obiettivo che le sta più a cuore: la legittimazione completa della destra. Quale destra? Sapendo che una legittimazione completa non può avvenire se non in un contesto liberaldemocratico, ma dovendo anche soddisfare diverse ed eterogenee platee di sostenitori, i suoi toni e i suoi argomenti variano a seconda delle platee alle quali si rivolge. E questo, inevitabilmente, getta un’ombra – per molti qualcosa di più, getta un serio dubbio – sulla reale e convinta corrispondenza del suo disegno ad una concezione politica liberaldemocratica.

La questione è complicata perché coinvolge la Costituzione repubblicana, il documento nel quale tutti i cittadini e i loro partiti dovrebbero riconoscersi. Date le circostanze storiche in cui fu redatto, si tratta di un documento nel quale cittadini e partiti orientati a Destra, sia una Destra liberale, sia una Destra tradizionista e conservatrice, di per sé compatibili con un ordinamento liberaldemocratico, fanno maggior fatica a riconoscersi di cittadini e partiti orientati a Sinistra. Destra e Sinistra sono orientamenti e semplificazioni inevitabili del conflitto politico in una democrazia liberale e di fatto, in molti Paesi, hanno animato per mezzo secolo quel conflitto senza produrre esiti negativi su una continua crescita economica e sul benessere dei cittadini.

Le istituzioni definite dalla Costituzione sono le “regole del gioco”, quelle che si applicano a tutti partecipanti al conflitto politico affinché non degeneri in direzioni contrarie ai principi liberaldemocratici. Una Costituzione non deve essere di Sinistra o di Destra. Anche se l’antifascismo fu il cemento iniziale del compromesso che condusse alla sua formulazione, il solo antifascismo, l’avversione a un progetto politico di un lontano passato non può essere il cemento costituzionale che tiene insieme le forze politiche e i cittadini italiani di oggi. La costituzione dev’essere solo liberal democratica, senza ulteriori qualificazioni politiche.

Il nodo del premierato

Quando si dovrà definire il testo della riforma costituzionale sul premierato, fortemente sostenuta da Fratelli d’Italia, sarà difficile evitare forti conflitti. Com’è noto, sono in corso da tempo tentativi seri di arrivare a un testo che sia condivisibile da una larga maggioranza parlamentare, in modo da evitare la guerra di religione che si scatenerebbe se il governo insistesse sul testo che ha presentato e l’opposizione fosse altrettanto intransigente nel respingerlo. In questo caso la riforma dovrebbe essere approvata da un referendum popolare.

Quanto sta accadendo per la riforma costituzionale sulla separazione delle carriere dei magistrati – una riforma che non ha il rilievo sistemico del premierato e sulla quale erano forti i consensi anche nell’opposizione – è scoraggiante: si è arrivati a proclamare un referendum che spaccherà in due il Paese e nel quale i cittadini voteranno, quelli che si recheranno alle urne, senza aver capito le ragioni dei Sì e dei No che apporranno sulla scheda. Che cosa avverrà per il premierato, se verrà a mancare un largo consenso parlamentare sul testo della riforma?

Verso una nuova legittimazione democratica

Questa è decisiva per iniziare un processo che potrebbe condurre ad una vera Seconda Repubblica, fondata su un ampio consenso liberaldemocratico. Decisiva per curare, se non per eliminare, la piaga del populismo che paralizza le capacità decisionali della democrazia. Si rendono conto, le forze politiche che compongono maggioranza e opposizione, che si tratta della vera posta in gioco della riforma? Quella che potrebbe aprire la strada alle numerose riforme necessarie per riparare i guasti che si sono prodotti nella parte finale della Prima Repubblica e nel lungo periodo di transizione che le ha fatto seguito?

Per attuare riforme che rimettano lentamente in moto il nostro Paese – il processo riformatore sarà purtroppo necessariamente lungo – deve però attenuarsi il clima di conflittualità esasperata che ora l’ammorba, e deve subentrare al suo posto un clima di “guardinga fiducia”, se mi si passa questo quasi-ossimoro. E quale migliore occasione del confronto sul premierato? La scadenza della decisione – se mai verrà presa – è ancora lontana e posizioni non negoziabili da parte dei principali partiti non sembrano esserci.

Se l’idea che mi sono fatta dell’obiettivo principale di Giorgia Meloni corrisponde al vero – ottenere il riconoscimento costituzionale di “pari dignità” di Destra e Sinistra, se entrambe sostengono convintamente un modello di governo liberaldemocratico – questo obiettivo corrisponde ad una esigenza di sistema, e non si può che essere d’accordo. Spero che una delle prime riforme che un clima di guardinga fiducia consentirebbe sia quello di regolare meglio la disciplina dei referendum popolari, riservando non al popolo, ma ai suoi rappresentanti in Parlamento, decisioni così complesse come quelle prima menzionate. Questo, forse, consentirebbe di concentrare l’attenzione sul merito della riforma costituzionale, evitando di trasformarla in un plebiscito pro o contro il governo in carica.

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