14 Gennaio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

26 Nov, 2025

Astensione, servono soluzioni ma si propongono trappole

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Un dato salta agli occhi: in tutte e sei le regioni in cui si è andati al voto, è stata confermata la maggioranza uscente. Che fosse di centrodestra o di centrosinistra, che il presidente fosse o no ricandidato, è finita come cinque anni fa, e così Campania Puglia e Toscana sono rimaste nel campo largo, mentre Veneto Marche e Calabria saranno ancora guidate dalle forze al governo del Paese. Il balletto delle dichiarazioni proverà a leggere in questa o quella percentuale una tendenza, un segnale, un indizio. Per Schlein e compagni è la prova che i giochi sono apertissimi e Palazzo Chigi è contendibile, mentre Giorgia Meloni ostenta calma e tranquillità: si sente saldissima al suo posto, fa le sue congratulazioni agli eletti, e buon lavoro a tutti. Ma è difficile mettere in discussione la prima e più lampante evidenza: chi ha amministrato continuerà ad amministrare, con qualche aggiustamento ma in una continuità sostanziale con il passato recente.

L’astensione

Quanto all’astensione, non siamo forse autorizzati a pensare che il giudizio di chi non si è recato alle urne non è necessariamente positivo, ma come minimo non è così negativo da far venire chissà quale voglia di cambiamento? Il responso delle urne è dunque: gli italiani sono soddisfatti. A loro sta bene così. Sta bene il campo largo, sta bene il Pd alleato coi Cinque Stelle e, dall’altra parte, sta bene il centrodestra, non è in discussione la leadership e non ci sono attriti o divergenze tali da minare la stabilità della maggioranza.

L’interpretazione del voto

Una simile interpretazione del voto è, nello stesso tempo, formalmente corretta e assolutamente controintuitiva. È corretta: se il voto offre a tutti riconferme vuol dire che l’elettorato dà un giudizio lusinghiero sugli uscenti. Ma fa a pugni con il senso comune: interrogati, gli italiani mostrano in larghissima misura di avere un’opinione assai poco benevola dei loro rappresentanti, tanto nelle istituzioni locali quanto in quelle centrali.

Una riflessione profonda

Ora, c’è un non piccolo problema se si apre una forbice simile tra ciò che il voto esprime e il dato reale sottostante. Ovviamente, si può anche provare a fare gli struzzi, mettere la testa sotto la sabbia e considerare attendibile la fotografia scattata dal voto, senza farsi troppe domande né sulle motivazioni reali della forte astensione né sulle forme e i modi con cui si fidelizza la parte dell’elettorato che si reca a votare. Oppure si può provare a cogliere il più serio motivo di riflessione che questa tornata elettorale offre. Che non riguarda i timori della maggioranza o le speranze dell’opposizione, il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto di una coalizione o dell’altra, ma la divaricazione fra il Paese reale e il Paese legale – come si diceva un tempo – e lo svuotamento di forza e di senso della democrazia, che ne è la diretta conseguenza.

Le (im)possibili soluzioni

Dalle colonne di «Repubblica» lo storico Timothy Garton Ash si è preoccupato di suggerire strategie per rafforzare le istituzioni, perché reggano l’urto dei populismi, dei nazionalismi e di altre prelibatezze consimili. Alcune sono improponibili per noi: Garton Ash considera per esempio che in una monarchia costituzionale è più difficile che le forze populiste si impanchino a paladini della nazione: per quello ci sarebbe già un re. Noi, però, abbiamo avuto i Savoia e dunque dobbiamo rinunciare a una risorsa del genere. Ma altre risorse – neutralità della funzione pubblica, magistratura indipendente e servizio radiotelevisivo pubblico (aggiungo: indipendente pure questo) – rimangono essenziali. In cima, però, lo storico britannico mette una legge elettorale di stampo proporzionale: i sistemi maggioritari sono infatti quelli che soffrono di più l’ascesa dei populismi, mentre il proporzionale (aggiungo: magari con una congrua soglia di sbarramento) scoraggia avventure e colpi di mano mentre offre spazio a forze più razionali, anche quando infuriano le passioni più estreme.

La proposta di Donzelli

E così siamo al punto. Perché non si è ancora archiviato il voto che già si scommette su una nuova legge elettorale. Giovanni Donzelli, non l’ultimo degli esponenti del partito di maggioranza relativa, la reclama a gran voce: serve, dice, per dare stabilità al governo. La cosa, detta mentre il governo in carica si avvia a mettere il record di durata nell’intera storia della Repubblica, fa sorridere. In realtà, serve a mettere i bastoni tra le ruote all’opposizione, ancora alle prese con la non risolta equazione coalizione/leadership, che la legge allo studio premierebbe. Saggezza vorrebbe, però, che nel dibattito che immancabilmente si aprirà, nel prossimo anno pre-elettorale, prevalga una preoccupazione di tenuta complessiva del sistema, anziché il pur legittimo interesse di parte, perché quel che il voto tace significa molto di più di quel che dice: è tempo non di furbizie o forzature, ma di aumentare gli anticorpi, di aver cura delle istituzioni e provare a ridurre la loro drammatica distanza dai cittadini, anziché giocarsi la politica ai dadi.

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