Sabato scorso il Foglio ha pubblicato in prima pagina un documento che ha qualcosa di eccezionale. Si tratta del discorso inaugurale che il nuovo presidente dell’Università del Texas ad Austin, Carlos Carvalho, ha tenuto davanti ad una platea di studenti, genitori e professori, in occasione dell’apertura dell’anno accademico.
Il documento è eccezionale in un senso specifico. Il Foglio intendeva fornire un contesto alla piccola eppur ambiziosa riforma dell’esame di maturità varata dal ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara. Qualcosa che avallasse l’idea di una scuola seria e rigorosa. Ebbene, il giornale romano è dovuto andare a cercare questo documento, letteralmente, dall’altra parte del mondo. Perché?
Perché qui da noi nessuno, nessuno che abbia un qualche ruolo nella direzione delle istituzioni formative del nostro paese, è in grado di pronunciare le parole lette dal rettore di Austin. E quali parole? Niente di meno che sul terreno della formazione scolastica e universitaria l’uguaglianza è un concetto fuorviante, che una società democratica che non faccia appello ad una qualche nozione di aristocrazia è una società destinata al fallimento. In poche parole: in Italia l’idea di rigore e serietà negli studi non ha un discorso di riferimento che sia pubblicamente accreditato.
È da qui che bisogna partire. Perché in Italia le parole e le cose sono così tragicamente scollate? Perché l’ordine del discorso è in opposizione all’ordine delle cose? Basta un piccolo esercizio di onesta intellettuale per capire di cosa si parli in questo caso. Chiunque di noi manda i propri figli a scuola con un obiettivo preciso: fare di quel giovane, sia esso un ragazzo o una ragazza, un individuo distinto, che si faccia largo nella vita con onore, che sia in grado di conseguire risultati che diano a lui e alle persone con cui deciderà di dividere la propria vita gli strumenti per stare al mondo con soddisfazione. Insomma, quando accompagniamo un bambino sulla soglia di un’aula scolastica il voto più o meno segreto che pronunciamo è il seguente: spero tu sia in gamba e ti auguro con tutto il cuore di farti largo nella vita.
Ora, però, se questa è l’ambizione di chiunque di noi, presidi, rettori e professori compresi, le cose stanno ben diversamente quando si tratta di parlare della scuola, diciamo così, in forma riflessa. Ebbene, allora, quegli stessi, presidi, professori e rettori, che magari sono disposti a tirare la cinghia per mandare il proprio pargolo in una università prestigiosa, per pagargli la permanenza all’estero in qualche rinomato e costosissimo master in Business and Administration, dovendo dire cosa pensano dell’istruzione cominciano a costruire una teoria dell’educazione che innanzitutto si vuole democratica: la scuola ha altre funzioni che la semplice formazione dell’individuo, si dice; la scuola include, la scuola crea comunità, la scuola educa alla cittadinanza.
In che modo fa tutto questo? Generalmente attraverso discorsi. La caratteristica fondamentale della scuola così concepita è la verbosità riguardo a sé stessa. Per questo nessun rettore, nessun preside, nessun insegnante della scuola italiana (salvo forse in qualche conciliabolo molto privato) pronuncerà mai le parole asciutte, secche e precise del rettore dell’Università di Austin. Perché, per noi, democrazia è essenzialmente una forma di condiscendenza nei confronti del povero (un tempo umile, oggi fragile).
E qui emerge l’altro motivo che rende il documento pubblicato dal Foglio eccezionale. Mi riferisco alla cultura politica che quel documento esprime. Come tradisce il suo nome, Carlos Carvalho non è propriamente un cittadino Wasp. È un professore di statistica di origini brasiliane (viene da Rio de Janeiro), nato e cresciuto, si legge nel discorso di presentazione tenuto davanti al Board of Trustees dell’Università, da un suo estimatore, in un contesto di profonda instabilità politica e rigidità ideologica, che da queste circostanze ha ricavato il senso profondo del valore dell’istituzioni e della libertà.
Nel suo discorso di inaugurazione, Carlos Carvalho, che insegna statistica e data analysis in un Dipartimento di Business e Finance, dunque non uno scienziato della politica in senso proprio e tanto meno un umanista, ha costruito tutto il suo argomento intorno alla figura e al pensiero di un vecchio europeo come il visconte Alexis de Tocqueville. Ed è partito da un luogo classico del suo pensiero, la scoperta, nei primi anni Trenta dell’Ottocento, della democrazia americana. Rivolgendosi in modo diretto, quasi brutale, agli studenti e alle loro famiglie, Carvalho li avverte: non venitemi a chiedere di coccolare i vostri figli. Non siamo qui per questo e, soprattutto, se ci avete scelto non è questo che volete da noi. Criticateci quanto volete, ma non chiedeteci di essere indulgenti. Perché non è questo il nostro compito.
Tocqueville aveva visto lontano quando, nella sua straordinaria ricognizione della società americana, tutta costruita intorno al mito dell’uguaglianza degli uomini, aveva avvertito il rischio principale che si annidava in una società di questo tipo: la costruzione del conformismo di massa. L’acquietarsi dei più nell’alveo della mediocrità. Questa spinta all’acquiescenza intellettuale e al livellamento delle attese è la minaccia principale al dinamismo di una società, ma soprattutto, ne compromette in modo grave le sue fondamenta politiche, perché apre la strada alla sottomissione servile nei confronti dell’autorità. Una società che rinunci alle sue riserve di aristocrazia si priva per ciò stesso di coloro che nella spinta ad eccellere e a distinguersi portano con sé la scintilla dei pensieri radicali, delle scoperte rivoluzionarie e dell’audacia politica. Non solo non c’è innovazione senza élite, ma senza l’ambizione a distinguersi non c’è nemmeno tensione politica nel corpo della società.
Il discorso di Carvalho è eccezionale perché dall’altra sponda dell’Atlantico ci ricorda quanto la cultura europea, il liberalismo, nel caso specifico, che prese forma nel contesto del dibattito postrivoluzionario, sia ancora oggi essenziale per pensare la politica.
Varrebbe la pena che proprio noi europei, così ansiosi nella ricerca di una nostra identità nel nuovo scenario trumpiano, non dimenticassimo la grandezza di quella lezione. E da dove cominciare se non dalle nostre istituzioni formative, dalla scuola e dall’università?


















