Esperto di Africa, già viceministro degli Affari esteri nei governi Renzi e Gentiloni e docente universitario a Perugia, Mario Giro è membro della Comunità di Sant’Egidio dal 1975.
Professore, a Rimini standing ovation per Giorgia Meloni. Una underdog di destra, come si era autodefinita tre anni fa, che punta a conquistare il consenso e i voti dei cattolici democristiani. Condivide questa narrazione o qualcosa non torna?
«Al Meeting di Rimini c’è l’abitudine di ovazionare il presidente del Consiglio di turno. È successo tante volte, da Andreotti in avanti. È successo anche a Draghi. In questa narrazione ho presente l’interessante articolo di Flavia Perina su La Stampa. Dice che la Meloni punta ai voti dei moderati cattolici perché non soddisfatta sufficientemente dal lavoro fatto dai suoi alleati moderati, Forza Italia e Noi Moderati. Può esserci una cosa di questo tipo, perché c’è una battaglia al centro. Renzi e Calenda, che hanno due visioni diverse, e altre formazioni più piccole, con Forza Italia che guarda con interesse a quello che succede. Ma io personalmente non credo che ci siano grandi praterie».
In che senso non ci crede?
«Penso che si tratti piuttosto di una steppa desolata, per via dell’astensionismo che ormai riguarda metà degli aventi diritto al voto e penso che il vero interesse della politica sarebbe quello di recuperare gli astensionisti. Forse Giorgia Meloni punta a questo. Sicuramente la sua immagine internazionale è positiva, però poi a livello nazionale le cose sono diverse, ma è così per tutti i leader. Quindi, credo che il vero problema sia quello dell’astensionismo, non tanto quello del voto cattolico moderato o meno moderato o di un centro laico liberale che non ha deciso da che parte stare».
Nessuno a sinistra aveva immaginato che dentro la Meloni albergasse un Andreotti, un Berlusconi o un Aznar. Anzi, certe posture, certi provvedimenti governativi sono parsi andare più verso ideali mascellari.
«Quando uno arriva a Palazzo Chigi vede le cose in un altro modo. Un conto è fare campagna per arrivarci, un conto è quando tu sei lì e devi guardare all’Europa. Ricordiamo le descrizioni euroscettiche di questa maggioranza quando non era ancora maggioranza, ma era opposizione? Oggi vediamo invece che guarda da vicino al processo d’integrazione europeo, che diventa una cosa essenziale, molto meno antipatica di come lo guardava prima. C’è un fatto da tener presente: in Italia sono andati tutti al governo. Dall’estrema sinistra, con Rifondazione, fino a Fratelli d’Italia. Nessuno può dire di essere stato escluso dalla guida di questo Paese in una fase o in un’altra. Questo è molto importante, perché dà l’immagine della maturità della nostra democrazia, cosa che non è stata così in altri Paesi europei, salvo quelli a sistema di conduzione bipartitico, come la Gran Bretagna».
Aggiungiamo, al suo excursus, che al governo ci sono passati anche i Cinquestelle?
«Certo. Tutti sono passati da Palazzo Chigi, inclusi i Cinquestelle che si volevano più antipolitici, fuori dallo schema. Inclusi quelli che non erano nell’arco costituzionale di una volta, che hanno potuto vedere da vicino cosa significa dover essere pragmatici e realistici riguardo alla conduzione di un Paese».
Discorsi da palco a parte, seppure ben calibrati, le chiedo: la politica del centrodestra è all’altezza? Il Piano Mattei è strategico? Gli accordi con Tunisia e Libia stanno dando risultati o ci sono strappi, come nel caso Almasri, che mettono a nudo le falle?
«Del Piano Mattei ho una visione positiva fin dall’inizio, perché è un piano che vuole creare con l’Africa un vero partenariato, di cui l’essenza fondamentale è aiutare l’Africa a trasformare le proprie materie prime, minerarie, energetiche e agricole sul posto. Quindi offrire all’Africa quel know-how per industrializzarsi. È il cuore del Piano Mattei, ma ci vorranno trent’anni prima che abbia un effetto. L’Italia non è una superpotenza, ma se riesce a innescare questo processo grazie al Piano Mattei farà un enorme lavoro, non solo pratico, anche politico, dimostrando che si può fare. Lo spero vivamente. Per quanto riguarda le migrazioni, invece, penso che l’Italia dopo il 2015 non sia stata all’altezza della sfida, ma questo riguarda sia la sinistra che la destra attuale. Lei ha citato il caso Almasri, ma ci dobbiamo ricordare dei primi accordi fatti con la Libia e delle famose motovedette. Il fatto di mettersi d’accordo con le varie milizie è cominciato molto prima. Ero al governo e mi opposi pubblicamente. Il centrosinistra stava facendo la stessa politica della destra e anche i Cinquestelle, con i taxi del mare, adottarono la stessa politica».
Qual è la sua opinione sull’immigrazione?
«C’è una politica miope, che non guarda alla realtà di un Paese in crisi demografica, ma che non vuole neppure fare integrazione. Perché è chiaro che se tu prendi anche pochi immigrati e li butti per strada, così non stai facendo integrazione, non li obblighi a imparare la lingua, a studiare. È chiaro che poi divengono prede delle mafie di cui noi italiani siamo grandi esperti, nel senso che l’Italia sa benissimo cos’è la delinquenza e la criminalità organizzata. Io penso questo del centrosinistra, anche dei governi dove stavo io, almeno fino dalla fine di Mare Nostrum. So bene che ci sono modi diversi di affrontare il problema. C’è un modo progressista e un modo conservatore. Basta però che si faccia l’integrazione che serve al Paese. Invece non si fa niente. Anche gli accordi con la Tunisia non servono a granché, perché esternalizzare il contenimento della migrazione non risolve».
L’amicizia con Trump è servita? Dobbiamo felicitarci dei dazi al 15 invece che al 30 per cento?
«Lei si immagini se non avessimo accettato i dazi al 15 per cento e fossimo oggi in guerra commerciale con gli Stati Uniti. Si immagini cosa sarebbe successo ad Anchorage, se fossimo in guerra commerciale con gli Usa. Cosa avrebbero detto Putin e Trump alle nostre spalle, oppure anche in faccia, di un’Europa che fosse in guerra commerciale con Washington. La guerra commerciale non ci avrebbe visti sconfitti, ma neanche vittoriosi. Quindi, abbiamo fatto bene a trovare un accordo. Tutti i presidenti americani hanno messo dazi, anche Clinton e Biden. La differenza con Trump è che lui li ha messi su tutto. Nessun governo italiano, di nessun tipo e colore, si sarebbe potuto mettere contro un governo americano. Certo, Trump è un presidente molto diverso da quelli passati. Se uno torna un po’ indietro però trova che il segretario al tesoro di Nixon (Connally) diceva esattamente le stesse cose: europei scrocconi. Il governo italiano cerca sempre di fare da ponte con Washington. Una cosa che i francesi ci criticano da sempre e noi da sempre gli rispondiamo che loro ci impongono decisioni senza neanche consultarci. Dal 1945 a oggi, finché non cambierà definitivamente l’equilibrio mondiale, noi ascolteremo sempre prima quello che dice il nostro alleato principale».