La polemica scoppiata sull’onda della chiusura del sito sessista Phica.eu, ha aperto un vaso di Pandora dalle dimensioni colossali: migliaia di donne, dai volti noti della politica a vip e influencer. Ma anche mogli e madri qualunque, i cui scatti intimi sono stati ‘rubati’ e pubblicati. Ed ora piovono denunce. Donne ma non solo, cadute nel ‘buco nero’ delle insidie del web: lo sa bene l’avvocata e nota esperta di diritto Annamaria Bernardini de Pace, che di recente ha intrapreso un’azione legale a difesa di Raoul Bova, per chiedere la cancellazione dei contenuti relativi all’attore e alle presunte fughe di notizie (audio e chat rubate) dalle piattaforme social e motori di ricerca. Da qui l’esposto al Garante della Privacy, la battaglia contro le piattaforme e i colossi del web e l’idea di una class action contro la violenza digitale.
Avvocato, il caso dei siti sessisti porta alla luce una questione che impone controlli più stringenti sulle piattaforme.
«Da quanto emerge ci sono tanti altri casi analoghi a quello di ‘Phica.eu’ e ‘Mia moglie’. Trovo la massima responsabilità nelle piattaforme, perché Meta, Google, dovrebbero attivarsi in questo senso. La mia esperienza con il Garante della Privacy e con la vicenda di Bova quest’estate, mi ha fatto comprendere bene la questione. Per fortuna il Garante ha risposto velocemente e oscurato i contenuti su mia segnalazione. Per questo, ma soprattutto in merito ai fenomeni di violenza sulle donne, stiamo pensando con alcune associazioni di settore e con il Garante dell’Infanzia, ad una class action contro le piattaforme e contro tutti questi uomini, di cui per ora non sappiamo i nomi. Vorremmo anche costituirci parte civile come donne e come associazioni di donne».
La fotografia del fenomeno dei siti sessisti ricalca i contorni di un mondo fatto di quegli “Uomini che odiano le donne” – come in una celebre citazione – che ci sta sfuggendo di mano. Come il caso del gruppo Facebook “Mia moglie”, all’interno del quale uomini condividevano immagini intime delle proprie mogli e partner o di donne ignare per offrirle alla violenza digitale.
«Non sono uomini che odiano le donne, sono uomini totalmente privi di considerazione delle donne, di rispetto, per sé e per gli altri. Sono genitori, quindi non hanno rispetto neppure per i figli. Non hanno rispetto delle mogli come donne e come madri. Io sono contraria alla visione sia del danno cosiddetto patriarcale, perché quando c’era veramente questa mentalità, queste cose non succedevano. C’erano gli uomini che tradivano le mogli, ma come ci sono adesso. Non c’era però questa totale mancanza di rispetto, questa mercificazione della donna. Non sono uomini che odiano le donne: quelli sui siti sessisti erano maschi che se la tiravano per far vedere chi aveva la donna più bella o la più desiderabile, ma anche la più disinvolta. Vale a dire che erano dei narcisi tossici».
Un fenomeno che ci mette di fronte anche ad un malcostume dilagante, amplificato dal web e dalla macchina social.
«Certamente, c’è una totale maleducazione. Non c’è rispetto per la donna né per i figli. Ma non c’è neanche rispetto per l’uomo. Se si fa un giro su Instagram ci sono tante donne, alcune abbastanza attempate e dalla fisicità poco accattivante, che fanno delle foto provocatorie, con le gonne corte e in atteggiamenti pseudo ammiccanti. E la cosa terribile è che raccolgono migliaia di like, con uomini che gli fanno i complimenti. Ci sono anche le donne che hanno perso la loro visione, non dico sacrale perché non lo è mai stata, d’importanza sociale. E ancora, io credo che nella coppia la cosa più importante che mantiene l’unione nel tempo è la protezione della propria intimità. Le carezze devono appartenere alla coppia. Già farsi le fotografie con il telefonino è una violazione dell’intimità, poiché è qualcosa che deve rimanere esclusivamente al livello dell’abbraccio tra i due».
La diffusione di scatti privati all’insaputa della vittima si intreccia con il fenomeno odioso del revenge porn: sulla spinta di episodi che hanno avuto conseguenze drammatiche, questo reato ha trovato per la prima volta un riscontro legislativo all’interno del cosiddetto Codice Rosso, la legge 69 del 19 luglio 2019. Da allora lo scenario non sembra migliorato. La legge non basta?
«Per questo reato si rischiano fino a sei anni di carcere, ma anche 8 se si diffondono foto del coniuge, del partner o del familiare. Ma i giudici e le azioni della legge sono talmente lenti che la gente non sa neanche che esiste la legge. E molte vittime, purtroppo, per la vergogna e la paura non denunciano e non fanno altro che rafforzare la commissione dei reati. Non ci vuole il coraggio per denunciare, le vittime devono sapere che denunciare è un dovere. E se tutte lo facessero, gli uomini avrebbero paura».