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Orsina: “Meloni punta ai cattolici. Il suo è un governo molto democristiano”

Al Meeting di Rimini grande ovazione per Giorgia Meloni da chi in passato ha applaudito Andreotti e Berlusconi. Ma quale profilo emerge dal discorso della premier? Ne abbiamo parlato con Giovanni Orsina, professore di Storia contemporanea e direttore del Dipartimento di Scienze politiche all’Università Luiss di Roma.

Possiamo parlare di neoconservatorismo all’italiana?

«Tutto sommato sì. Sta emergendo dagli atti politici, molto meno dal pensiero. Non c’è una grande produzione di cultura esplicita, ma i fatti delineano un profilo. Se si fa davvero, il ponte sullo Stretto sarebbe il segno di un governo che esprime un certo atteggiamento verso le opere pubbliche, il progresso, l’impresa e la produzione. Lo stesso vale per il ritorno al nucleare, la gestione del debito pubblico e la politica internazionale. Alla fine, nei fatti, Meloni disegna il profilo di un governo pragmatico di centrodestra. Pragmatismo, senso di realtà, prudenza, presa d’atto della realtà e scarsità di produzione culturale sono elementi che lo rendono molto “democristiano”. Nel contesto ideologico odierno con forti picchi ideologici progressisti, queste scelte – comprese quelle sui migranti e sui diritti civili – delineano un profilo culturale indiscutibilmente di destra. Interessante: è un governo che sta creando cultura senza farla. Vale anche per l’operazione Mediobanca».

«Non permetteremo a burocrati e magistrati di impedirci di applicare la legge». Meloni vuole i pieni poteri?

«In tutte le democrazie avanzate veniamo da un cinquantennio in cui il diritto si è mangiato la politica con una graduale dilatazione della sfera giudiziaria. Credo di avere sufficienti quarti di nobiltà liberale per sapere che la rule of law è fondamentale. Ma nell’ordine liberale c’è anche la separazione dei poteri di Montesquieu».

Ci spieghi meglio.

«Dobbiamo salvaguardare la capacità della politica di fare delle cose. Se vieni eletto per fermare i flussi migratori, ma non puoi perché qualsiasi cosa tu faccia le norme lo impediscono, c’è uno squilibrio oggettivo. Pensiamo alla vicenda Almasri: trascinare degli esponenti del governo al Tribunale dei ministri trincerandosi dietro la finzione dell’obbligatorietà dell’azione penale è folle. È un problema gigantesco. Il clima internazionale – pessimo – sta cambiando: abbiamo attori come Trump, Erdogan, Xi e altri che si muovono con grande spregiudicatezza. Non li si può affrontare con le mani legate da uno stato di diritto sovraesteso. Non da uno Stato di diritto, ripeto: da uno Stato di diritto sovraesteso. L’Europa “potenza normativa” esce a pezzi da questo mondo».

Quindi?

«Meloni vuole recuperare potere alla politica dai burocrati e dalla giustizia. E ha ragione. Certo, c’è un limite, altrimenti dalla padella caschi nella brace. Però, da liberali realisti, oggi bisogna difendere la politica: è nell’interesse del Paese».

La sinistra invece denuncia la svolta autoritaria

«Su questo punto fa un errore madornale. L’opposizione è stata fatta a pezzi dalle iniziative giudiziarie. La sinistra dovrebbe dire: “Cara Giorgia, sediamoci intorno a un tavolo per fare le riforme”. Ma non lo fa perché resta ingabbiata nel moralismo».

A Rimini Meloni promette premierato, autonomia differenziata e riforma della giustizia. Ci riuscirà?

«L’autonomia non è davvero in agenda. Il premierato è su un binario rallentato. Bisogna capire se Meloni metterà le mani sulla legge elettorale nella direzione del premierato. Nel frattempo, la riforma della giustizia è diventata pura politica. Ricordiamo la fine di Renzi: tutti gli italiani erano a favore delle riforme, ma erano contro di lui. Il rapporto tra le prerogative della politica e quelle della giustizia è un problema enorme. Ma se tutti si coalizzano contro, per Meloni il rischio sarà alto: sarà la vera battaglia politica di questa legislatura».

A proposito di Renzi. Su Meloni ha detto: retorica da 10, riforme zero.

«Ha ragione Renzi, il governo non ha messo in campo grandi riforme. Ma i conti si fanno alla fine: se avvii il ponte, riporti il nucleare, fai la riforma della giustizia, il Pnrr, tieni i conti in ordine, hai una buona politica estera… diamine! Del resto, in passato non mi pare di aver visto riforme clamorose che hanno cambiato il Paese. Nessun governo ha sciolto i nodi di fondo: efficienza della burocrazia, semplificazione, debito pubblico, sanità».

La premier vola basso: è il motivo del suo successo?

«Sì: la prudenza di Meloni – che io considero ossessiva – è parte del suo successo. Mentre il mondo esplode, essere nelle mani di una che pensa a lungo prima di fare un passo è meglio di essere nelle mani di qualcuno che ne pensa una al minuto».

Meloni si era distinta per stile e retorica decisamente populisti. Ora è diventata la campionessa di un nuovo centrismo.

«Meloni ha avuto una fase populista importante nel decennio 2013-2022, ma in quegli anni erano populisti tutti. Lei viene da una cultura della destra italiana che, al di là delle nostalgie, teneva dentro anche tanto altro. Il Msi non era solo un partito neo fascista. Tremaglia e Tatarella non erano populisti. Michelini rappresentava la destra in doppiopetto. Dentro Alleanza nazionale c’erano Fiori e Fisichella. Certo, dopo il 2013 Meloni si è calata bene nella parte. In più, sa stare sui palchi, sa fare i comizi. Ma viene da una cultura identitaria più complessa. Non nasce in politica nel 2013, bensì tra la fine degli anni ‘90 e gli inizi del 2000. È stata la più giovane ministra di Berlusconi, altro che underdog. I politici sono anche dei sismografi: lei si è adattata ai tempi».

Dopo la Cisl, ecco Cl. Il rapporto con i cattolici esce rafforzato? È una balena bianca 4.0?

«Sì, c’è una operazione chiara e intelligente di recupero del mondo cattolico che non comincia adesso: penso alle candidature di Lorenzo Malagola e di Eugenia Roccella. Non è solo raccolta di voti, ma recupero di classe dirigente. Alfredo Mantovano, segretario del consiglio dei ministri, è cattolico. Il mondo cattolico moderato di destra è l’unico altro mondo, oltre al suo, che Meloni ha integrato nella cabina di regia. Pensiamo al coinvolgimento del cislino Luigi Sbarra. I poveri liberali, come sempre, sono rimasti fuori dalla porta. È un’operazione non esplicita: la costruzione di un ensemble culturale attraverso il potere».

E mentre Meloni rosicchia posizioni al centro, la sinistra finisce sempre più a sinistra…

«La sinistra le sta spalancando praterie e lei se le prende. Alcuni ammonivano: se si sposta al centro perde voti a destra. Ma a destra non si muove nulla: nessun movimento o gruppuscolo tipo Casa Pound si è rafforzato. Salvini si agita senza diventare alternativa strutturale. Con i cattolici dentro e una sinistra che assume posizioni ideologiche, la partita per la Schlein diventa complicata. Se Meloni riesce così a portare il 44% del 2022 al 48% i giochi sono chiusi».

Cl è anche Compagnia della Opere. Con Confindustria e Coldiretti, il mondo delle imprese si schiera apertamente a favore del governo…

«Anche qui nel deserto assoluto. Se il Pd sceglie la Cgil e su tutti i temi produttivi non ti segue, Confindustria non può che andare da Meloni. Del resto, la premier ha sempre avuto un genuino tratto produttivo e laburista. Non hai una patria forte senza una economia nazionale all’altezza. Il governo ha poi messo tanti soldi sulla decontribuzione del cuneo fiscale per abbassare il costo del lavoro e ha raccolto le perplessità di Confindustria sul Green Deal. Schlein invece va dietro a Conte, tutt’altro che produttivista: è una partita già finita prima di cominciare».

La sinistra accusa Meloni: dimentica la questione sociale…

«Nella testa della presidente del consiglio credo ci sia il workfare, il welfare attraverso il lavoro: contrasto la povertà facendo lavorare le persone. Per questo si vanta di aver diminuito la disoccupazione. Ma c’è ancora un problema su potere di acquisto e salari. È vero che le risorse sono scarse, specie se vuoi tenere i conti in ordine, ma qui mi pare che siamo effettivamente nell’ambito delle “riforme zero”».

La premier a Rimini si è vantata di aver lanciato l’idea migliore per garantire la sicurezza dell’Ucraina: l’estensione dell’articolo 5 della Nato. Però l’Italia dice no allo schieramento di truppe proprie. Una bella contraddizione…

«Qui siamo ancora al “caro amico”. A me sembra che Meloni per il momento faccia propaganda: che cosa sarà di questa idea lo scopriremo solo vivendo. E dovremo aspettare parecchio: cessate il fuoco, accordo sui territori e associazione di paesi per garantire la sicurezza dell’Ucraina sono ancora ipotesi molto lontane».

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