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Dramma crack: le “pipe” di Bologna alternative al nulla

Il crack è una delle droghe peggiori, ammesso che nell’ambito delle droghe esista un meglio e un peggio. Deriva dalla cocaina, ma è come se dalla cocaina avesse ereditato gli alti e i bassi più violenti e senza nulla in mezzo. Lo provi, spesso fumandolo riscaldato in pipe più o meno inventate per strada con bottiglie di plastica, lattine vuote o altri arnesi, magari sporchi e già usati da altri.

Attrae perché costa poco, ma in realtà non è così. L’effetto forte e piacevole dura pochi minuti e, poi, ne hai bisogno ancora, oppure paghi quel momento di strano paradiso con un down che sveglia tutta la depressione che puoi avere. Strano paradiso perché ti porta in alto, ma anche in modo paranoico e, in quel preciso momento, può succedere di tutto. Basta un attimo, un suono, un atteggiamento e rispondi impulsivamente. Puoi essere aggressivo o, ancor più spesso, insensato nel tuo comportamento.

E attenzione: chi usa crack non vuole smettere. Rapidamente ne diventa dipendente e, attorno a quegli attimi di alti e bassi, concentra tutta l’esistenza. Con la cocaina, con l’alcol e con altre droghe ci si distrugge nel tempo, si cammina sul filo, a volte si resta in equilibrio, a volte si cade. Ma con il crack è come tutto si accelerasse verso l’autodistruzione. Se va bene ti ferma il fisico perché stai male gravemente, spesso ti fermano gli effetti della follia.

Forse, preoccupati di altro, abbiamo sottovalutato la devastante diffusione della sostanza. Cominciata quasi in sordina si è diffusa sempre più nell’ambito dello spaccio. Eppure proprio gli Stati Uniti a cui spesso guardiamo, anche con timore, parlando di droghe, avevano già visto gli effetti della sua diffusione alla fine degli anni’80. Una “epidemia” che a un certo punto si arrestò, senza che nemmeno si capisse perché, prima che ne iniziassero altre, con altre sostanze.

Così non abbiamo la “ricetta” per prevenire la sua diffusione. Senz’altro sappiamo che il crack può far male, molto male a chi lo usa, ma anche a chi gli sta attorno. Inizia, così, lo scontro tra chi, almeno, vorrebbe cercare di ridurre il danno che può provocare nei consumatori e chi pensa che l’unica riduzione del danno sia non usare la sostanza o smettere di consumarla e, paradossalmente, quasi fosse “normale”, la battaglia è proprio tra coloro che hanno a cuore la salute delle persone e si impegnano anche politicamente per questo. Così, o stai da una parte o stai dall’altra: riduzione del danno e recupero globale della persona vengono rappresentate come posizioni antitetiche.

I social e i media hanno rafforzato i bipolarismi per cui si parla, ma non ci si ascolta, come nei talk. Così non ci si ferma a riflettere su ciò che dicevo: la questione tempo. Il crack si diffonde rapidamente e chi lo usa vuole prepotentemente continuare ad usarlo nella fase iniziale della sua dipendenza. Succede per tutte le dipendenze, ma con il crack, il tempo che intercorre tra l’inizio del consumo e l’autodistruzione è molto breve. Riuscire ad agganciare una persona nell’intertempo non è facile e, così, si sperimentano nuove azioni che possono sembrare assurde, come distribuire le pipe per il crack, anche per creare un aggancio con persone che altrimenti continuerebbero a farsi del male. Chi pratica queste azioni dice che possono servire per ridurre danni, diminuire le pratiche iniettive e iniziare a coinvolgere i consumatori verso prospettive ulteriori di tutela della salute e di liberazione dalla dipendenza. Chi le vede dal di fuori teme che, in definitiva, fornire strumenti per drogarsi, significa promuovere le droghe. È un dibattito nuovo? No: è lo stesso di sempre.

Forse dimentichiamo che uno strumento non è buono o cattivo di per sé, se non ragioniamo su chi lo usa, come lo usa, per chi lo usa, con quali obiettivi e risultati e soprattutto, oltre la singola iniziativa locale, all’interno di quale strategia complessiva. Eppure chi ha a cuore la salute delle persone, anche quelle che si drogano, difficilmente ha mezze misure e non può mediare, osservare, acquisire nuove consapevolezze. Così si dibatte e ci si dibatte, nell’incapacità di arginare problemi che vengono sempre trattati come emergenze, sino a quando non si spengono da soli, lasciando ricordi tristi ed angosciosi per una serie di occasioni perse di fare qualcosa, di capirne qualcosa e non semplicemente di affermare qualcosa.

Poi c’è il resto del mondo: da una parte coloro che sono soddisfatti se gli allontani il problema, dagli occhi e dal cuore; dall’altra chi costruisce sopra una sorta di welfare parallelo. Sembra un girone infernale in cui la dannazione è quella di non riuscire a cambiare in meglio la nostra condizione, insieme, consapevolmente e lavorando intensamente per trovare le cose che ci uniscono e non quelle che dividono. Se c’è un numero consistente di persone che sceglie di autodistruggersi, con droghe di vario genere legali ed illegali, forse sarebbe anche opportuno iniziare a chiedersi perché ma, forse, proprio a questa domanda non sappiamo trovare una risposta e questo rende tutto più difficile.

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