L’associazione “Sanitari per Gaza” ha proclamato una giornata di digiuno per oggi. Quello che chiedono i medici operativi a Gaza è il boicottaggio dell’azienda farmaceutica israeliana Teva, complice, secondo chi ha indetto lo sciopero, dei crimini israeliani nella Striscia. Prima era stato il turno dell’Assoallenatori che, in vista della partita Italia-Israele, aveva chiesto di sospendere la nazionale israeliana dalle competizioni sportive.
Più recente è l’appello di “Venice 4 Palestine”, firmato da nomi noti del cinema e dello spettacolo, che invita non solo all’empatia ma anche alla responsabilità rispetto ai «crimini contro l’umanità» compiuti nella Striscia. Tradotto: rendiamo la mostra di Venezia un grande palcoscenico di propaganda pro-Pal. L’appello si chiude con l’invito «a immaginare, coordinare e realizzare insieme, durante la Mostra, azioni che diano risonanza al dissenso verso le politiche governative filosioniste». In seguito, è stato revocato l’invito alla mostra del cinema di Venezia all’attore e all’attrice “filoisraeliani” Gerard Butler e Gal Gadot.
In realtà, non si riscontra nelle parole o nei comportamenti dei due nessun segno di complicità con le azioni del governo Netanyahu. Gadot, lo scorso luglio, si era limitata a fare visita e a dimostrare vicinanza a cinque ragazze israeliane liberate dopo essere state tenute ostaggio di Hamas: «continuate ad andare avanti e lottate per gli altri ostaggi», aveva detto. Non sembrano proprio le parole di una pericolosa guerrafondaia. La realtà è che la questione palestinese rimane il terreno su cui la cultura esercita il proprio attivismo settario e appaga la propria sete di partigianeria.
Si ricorderà la polemica nata in seno alla rivista il Mulino che, dopo la pubblicazione del contributo di Sergio Della Pergola, ha visto parte della redazione mobilitarsi contro la deriva “destrorsa” e filoisraeliana della direzione. Al di là dei singoli episodi, sembra che gli errori e i crimini del governo Netanyahu stiano producendo in occidente un effetto specchio devastante. Una situazione di emergenza storica quale quella della guerra israelo-palestinese si impossessa di ogni ambito della sfera civile e culturale. Non solo perché produce polarizzazione ideologica, ma anche perché fa perdere ogni capacità di mediazione: le idee vengono sostituite dalle reazioni istintive, le opinioni diventano proclami, il pensiero è ridotto a slogan, il dato di nascita viene interpretato come l’espressione di un’ideologia.
Il pericolo è che la nostra coscienza civile si veda retrocessa a una sfera di tribalità istintuale, in cui l’unica cosa che conta è a quale tribù si appartiene. Non possiamo e non dobbiamo accettare che un’attrice israeliana venga estromessa dalla mostra del cinema solo per la sua solidarietà agli ostaggi israeliani. Non dobbiamo accettarlo oggi e non dovremmo accettarlo domani. Il cinema, la musica, l’arte in generale, così come lo sport o il giornalismo, appartengono a quella zona franca che è presente in tutte le democrazie liberali, che ne costituisce la vitalità. Appelli e controappelli non fanno altro che cacciare il dibattito pubblico in una dialettica sterile e primitiva.
Firmare un appello non costa la «fatica del concetto», quella che chiederebbe di approfondire, sondare il terreno prima di prendere posizione, misurare le ragioni delle parti prima di trarre conclusioni; gli appelli pro-Pal non sono assunzioni di responsabilità etiche o civili, ma esattamente il contrario. Se c’è un appello che merita di essere rivolto a chicchessia è allora quello a recuperare lo spazio di mediazione che è proprio del discorso pubblico ammutolito sotto le nostre urla selvagge.