Nelle ultime ore Donald Trump ha licenziato la governatrice Lisa Cook, che siede nel board della Banca centrale, ha attaccato le reti televisive nazionali Abc e Nbc, chiedendo che venga loro revocata la licenza di trasmissione, e, nell’ambito della campagna per rendere l’America più sicura («Make America Safe Again») ha promesso di trasformare il distretto della capitale, infestato a suo dire dalla criminalità, in un pezzo di Disney World. Nel frattempo, pensa bene di inviare la Guardia Nazionale per le strade di Washington.
Nel frattempo, Trump si è occupato anche del resto del mondo, attaccando la Corea del Sud, che come l’Europa, dice il Presidente Usa, scrocca la protezione militare Usa (ma quel che ha scritto al riguardo sul suo social, Truth, poco prima di incontrare l’omologo sudcoreano, non era chiaro nemmeno ai suoi più stretti collaboratori) e, nonostante l’accordo commerciale raggiunto pochi giorni fa con l’Ue, ha minacciato Bruxelles, intimando di cancellare subito, ORA (tutto con le maiuscole), una regolamentazione restrittiva nel campo dei servizi e dei mercato digitali che penalizza «le incredibili American Tech Companies». Che altro? L’ennesima dichiarazione poco simpatica verso Zelensky, l’auspicio di incontrare presto Xi Jinping e Kim Jong Un e la convinzione, buttata lì con nonchalance, che agli americani non dispiacerebbe avere un dittatore.
Va avanti così da sette mesi, ormai, e non saranno i nuovi attacchi a capisaldi del sistema pubblico e istituzionale del Paese (la stampa, la Fed) a stupire, né la disinvoltura nei rapporti con gli altri stati, l’imprevedibilità e una scaltrezza che sconfina nella brutalità: il povero presidente della Corea del Sud, Lee Jae-myung, si è dovuto leggere il libro di Trump su come si fanno gli affari, per prepararsi all’incontro alla Casa Bianca con Trump e Vance. È andata bene, dopo tutto: non ci sono state asprezze inattese, grazie a abbondanti salve di complimenti e soprattutto al contestuale annuncio della compagnia di bandiera sudcoreana dell’imminente acquisto di un centinaio di velivoli americani Boeing, ma quanta fatica!
Questo è Trump, signori: ma qual è l’America? Attirati come falene dalla luce che Trump getta sul proscenio mondiale, con una girandola di superlativi, esclamativi, cappellini e visiere e altri effetti speciali, le cancellerie di mezzo mondo danno l’impressione di non riuscire a vedere oltre l’ultima dichiarazione, oltre l’ennesimo annuncio o la firma a tambur battente di un nuovo ordine esecutivo. Non si può far finta di nulla, ovviamente, perché si tratta del presidente della prima potenza mondiale e, per gli europei, dell’alleato storico, dell’alleato strategico, del pezzo principale che compone la parte di mondo in cui siamo, e che ci ostiniamo a indicare con un unico nome, Occidente. Ma non si capisce neppure cosa fare, allora, come prendergli le misure, come cucire gli strappi o accorciare le distanze che ogni nuovo post di Trump apre tra le due sponde dell’Atlantico. Leggere «The Art of Deal», fargli avere il Nobel per la pace, ma poi?
Poi, forse, occorre allargare la prospettiva e approfondire lo sguardo, senza illudersi che, dopo tutto, mancano solo tre anni e cinque mesi alla fine del secondo mandato. Qual è l’America che elegge Trump: questa è la domanda. Qual è l’America che lo elegge non una ma due volte, che magari lo eleggerebbe una terza (lui ne è convinto, e questo spiega certe pulsioni) e che viene accarezzata secondo il verso del pelo dalle parole con cui Trump ne solletica gli istinti, dicendo che gli Usa non saranno più né il salvadanaio né lo zerbino del mondo. C’è molto da preoccuparsi, in effetti, quando il Paese che stampa la moneta di riferimento degli scambi internazionali dice che non vuol più fare da «piggy bank» e quando dice, essendo la prima potenza militare al mondo, di non voler più fare da scendiletto. Non perché lo dica l’imprevedibile Trump, ma perché lo pensa, probabilmente, la maggioranza degli americani, Qual è allora l’America, quali sono le linee strategiche che il Paese persegue, allontanandosi dall’Europa, quali i movimenti d’opinione che ne accompagnano la parabola, incrinandone i tratti liberali, quale lo stato della sua economia reale che ne spiega la recrudescenza protezionistica? Il fatto che Trump incarni tutto questo, non toglie che tutto questo non prende consistenza solo negli ultimi sette mesi, e dovrebbe perciò essere non la preoccupazione, ma il vero assillo, la vera ossessione degli europei. Che non possono illudersi che Donald Trump sia solo una infelice parentesi, invece dell’autobiografia della nazione.