C’era una volta in cui i mariti avevano un’amante, una garçonnière in affitto, la “segretaria” che li accompagnava in trasferta, il pokerino con gli amici per fare tardi senza troppe spiegazioni. Tempi finiti, e non certo per un soprassalto di virtù. Oggi preferiscono scambiare foto delle mogli su Facebook, o altrove. Molti hanno gridato al libertinaggio sadiano, qualcuno ha tirato in ballo perfino il penoso caso di Gisèle Pelicot: probabilmente non hanno letto Sade o, più semplicemente, scambiano le lucciole per delle lanterne. Conviene distinguere: la violenza e il ricatto sono una cosa, la ricerca patologica dei like a spese altrui è un’altra.
La differenza non vuole assolvere nessuno: è una semplice constatazione. Il punto non è nemmeno il tenore penale dell’episodio (sono fatti dei magistrati), ma il contesto. Quale? Da almeno vent’anni discutiamo di culle vuote. Cottarelli sul Corriere ricorda che nei primi cinque mesi del 2025 i nati in Italia sono stati circa 138 mila, il 7,9% in meno del 2024. Al ritmo attuale, l’anno prossimo scenderebbe sotto la soglia – già bassissima – dei 350 mila nati. Perché collegare l’album social delle “mogli” alla demografia? Perché quello squallido esibizionismo racconta lo spostamento del sesso dal corpo allo schermo. Il desiderio non si consuma più nella fatica del corteggiamento, nel rischio del rifiuto, nel laborioso minuetto che precede e accompagna un incontro reale e forse adulterino, ma dà il proprio oggetto in pasto a un pubblico anonimo per provocargli una eccitazione astratta che poi diventa la nostra. La circolazione virtuale del desiderio, senza dubbio “perversa”, in realtà è molto più facile e immediata. Il problema è che il desiderio e l’eccitazione per procura, in questo campo, fanno evaporare l’azione e, tra le conseguenze, c’è che la cicogna rimane a becco asciutto.
Dove Cottarelli – e non solo lui – sbaglia è nell’inseguire una soluzione economica. Se davvero la fecondità dipendesse in modo proporzionale dal benessere materiale, com’è che italiani, tedeschi, americani, giapponesi, fanno pochissimi figli, e invece ne fanno molti di più i poveri del Maghreb, dell’Africa subsahariana e dell’Asia meridionale? Non serve un trattato di antropologia per capire che il desiderio cala e le culle smettono di dondolare proprio a causa di un’ipertrofia del benessere: più comfort uguale meno spirito d’iniziativa; più protezione uguale meno slancio. Il sesso non è – per dirla con Totò – «un fiasco che s’abbotta», non è automatico come soffiarsi il naso: è un’attività fisica, un lavoro del corpo e della mente, un investimento energetico alle soglie dell’aggressività. Sono consapevole di dire cose ovvie. Ma quando l’equivoco è così fitto e diffuso, anche il maresciallo La Palice diventa un sovversivo. È perché viviamo in climi morbidi e temperati, pieni di surrogati digitali, che l’eros si impigrisce. E quando l’eros sonnecchia, la natalità si accascia.
Lo scandalo delle foto, allora, non è l’ennesima prova di un patriarcato gaglioffo e criminale, ma il referto di una astenia erotica generalizzata: uomini che “tradiscono” la moglie con lo sguardo degli altri non vanno a letto né con la moglie né con l’amante. Nel passaggio dal corpo all’immagine abbiamo il vantaggio di risparmiarci ogni attrito, ma in questo modo perdiamo il resto.
«E i bonus, gli asili, le politiche familiari?» Servono, eccome. Esattamente come i pannicelli caldi che alleviano i sintomi. Però, se è il cuore del desiderio e della volontà a essere malato, puoi prendere tutti gli antidepressivi che vuoi, prima o poi ti ritroverai rannicchiato in un angolo e incapace di muovere un muscolo. Servirebbero spazi di libertà non sorvegliata, tempi non saturi, magari un po’ di inquietudine, quel tanto che basta a farci alzare dal divano per andare incontro a qualcuno in carne e ossa: so che è quasi sempre una rottura di scatole, e che una civiltà evoluta è necessariamente un po’ annoiata, misantropa ed esangue, ma l’alternativa è andare verso l’estinzione.
Il fenomeno dei mariti “spettatori” delle proprie mogli, che cercano conferme dal pubblico digitale, è il sintomo di una civiltà illanguidita e fondamentalmente sessuofobica. La diagnosi, crudele ma semplice, è questa: stiamo troppo bene per desiderare abbastanza. Solo un soprassalto di ruvidezza e selvaticità potrebbe salvarci. Ma non è quello che ci auguriamo: noi vorremmo avere ricchezza, delicatezza d’animo, parità tra gentiluomini e gentildonne, salute, settimana corta, pensioni dignitose, frotte di pupetti che scorrazzano per le strade, rispetto reciproco, cultura, vincere su tutti i tavoli e non pagare i debiti di gioco. La vita, però, non funziona così. Secoli fa, gli ultimi barbari avevano una formula rozza ma precisa: non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca.