Comprereste ai vostri figli un libro per bambini con Hitler in copertina? Forse no. Sembra anzi impensabile che in questi tempi venga proprio scritto e pubblicato un libro del genere. Ma in India è successo: il libro, del 2016, s’intitolava “Leaders”. La casa editrice si chiama Pegasus, stampa libri per giovani e giovanissimi e appartiene a un colosso editoriale indiano, B. Jain. In 48 pagine si descrivevano vite e gesta di undici «incredibili leader» i quali avrebbero, secondo la descrizione che accompagnava il volumetto, «dedicato le proprie vite al miglioramento del proprio paese e del proprio popolo».
Adolf Hitler, secondo gli autori, era uno di questi: fra gli altri, tanto per citarne qualcuno, c’erano Barack Obama, Nelson Mandela, Gandhi… E il Fuhrer stava in copertina proprio vicino a Gandhi, dividendosi il primo piano con l’attuale capo di stato indiano, Narendra Modi.
Nel 2018 il volumetto era esposto fra gli altri in uno stand della fiera del libro a Kochi, nel Sud Ovest dell’India, città dove dimora una comunità ebraica che ha segnalato il caso, ben presto diventato internazionale: «Non si parla del suo comportamento», disse al New York Times il direttore della casa editrice Annshu Juneja provando a difendere il libro, ma semplicemente delle sue «capacità come leader e di influenzare le masse». In sostanza, però, l’avevano fatta troppo grossa: alla fine, nel giro di pochi mesi, il libro fu ritirato dal commercio.
Il passo falso di Pegasus è stato valutato dalla comunità occidentale come inaccettabile: con ciò un libretto che mette insieme Hitler e il primo ministro indiano in bella mostra in copertina ha avuto tranquilla circolazione da quelle parti per due anni senza che nessuno se ne lamentasse. La faccenda è in parte emblematica di una percezione della storia e della politica europea, da parte dell’Asia o se non altro dell’India, in grado di darci da pensare.
Più in generale la percezione di molti di noi di quel Paese e di quella cultura rischia di essere superficiale nel momento in cui ci si vada a confrontare con la complessità, la storia e le dinamiche dell’India. Una nazione che da qualche anno, come numero di abitanti, ha superato la Cina ed è attualmente la più popolosa del mondo, quasi un miliardo e mezzo di persone: yoga e spiritualità, templi e tessuti colorati sono elementi quasi fuorvianti nel cercare di descrivere quella che è destinata, secondo alcune analisi, a diventare fra poco anche la terza potenza economica mondiale.
Le reciproche fascinazioni tra India e ultradestra occidentale non si limitano a episodi o aneddotica. I tanti di noi che trattengono Mahatma Gandhi e la sua mitezza come immagine preminente di quel Paese e simbolo di quel popolo faticano per esempio a valutare la visita del leader indiano a Roma, nel dicembre del ‘31, quando incontrò Mussolini: «La sua attenzione per i poveri, la sua opposizione alla superurbanizzazione, il suo sforzo per attuare una coordinazione tra il capitale e il lavoro, mi sembrano richiedere un’attenzione speciale», scrisse Gandhi del Duce, pur prendendo le distanze dall’inclinazione violenta e guerrafondaia del fascismo.
Ben più profonda influenza stavano avendo le idee e le pratiche di Mussolini su un altro leader indiano che era andato a trovarlo a marzo di quello stesso anno: si trattava di B.S.Moonje, presidente di un partito indipendentista di estrema destra e d’impronta induista, l’Hindu Mahaabha (che per inciso riportava ante litteram, al centro della sua bandiera, una vistosa croce uncinata). Moonje rimase sbalordito, più di ogni altra cosa, dall’istituzione fascista dei Balilla, organizzazione intesa come molti sanno all’addestramento militare e all’indottrinamento dei più giovani: «L’India – scriveva Moonje – ha bisogno di un’istituzione come questa per la rigenerazione militare induista».
Detto fatto, Moonje tornò in patria e cominciò a impiantare dinamiche e modalità del Littorio nell’ambito del suo partito e dei tanti adepti del suprematismo induista che esso predicava. La “Rashtriya Swayamsevak Sangh” era l’organizzazione paramilitare nazionalista che avrebbe, con l’intervento appassionato e costante di Moonje, replicato dinamiche e modalità dello squadrismo fascista in tutta l’India, per decenni. Fu un membro dell’Rss, fra l’altro, ad assassinare Gandhi il 30 gennaio 1948: la tolleranza del Mahatma nei confronti dell’islamismo era stata per anni la principale fonte di conflitto all’interno dei movimenti indipendentisti indiani, e alla radice dell’attentato c’era proprio questo dissidio.
Ora, chi pensa che Balilla, Gioventù del Littorio e Rss siano associazioni ormai estinte dovrà ricredersi, perlomeno circa quest’ultima: attualmente la Rss è «di gran lunga l’organizzazione paramilitare di destra più grande del mondo». Lo scrive fra l’altro Matteo Miavaldi, giornalista italiano che ha vissuto per molti anni a Delhi e dintorni, e si è occupato di questa e altre problematiche in un libro, “Un’altra idea dell’India. Viaggio nelle pieghe del subcontinente”, da poco uscito per Add editore.
Il volume riesce a dare rappresentazione complessa di un Paese che associamo spontaneamente a “pace e spiritualità” e la cui stessa politica ha interesse a sostenere quest’immagine all’estero, ma che è anche, scrive Miavaldi «il Paese dove monaci hindu controllano e mettono a ferro e fuoco villaggi musulmani».
Il conflitto religioso, spesso violento, è un elemento chiave della storia e dello sviluppo indiano, senz’altro negli ultimi cento anni. E l’attuale Primo ministro, al suo terzo mandato e in carica da oltre un decennio, sembra incarnare perfettamente quest’ambiguità: i telegiornali indulgono volentieri sull’immagine dell’abbraccio che Narendra Modi è solito dispensare ai leader del resto del mondo.
Con ciò il partito di cui egli è a capo, il Bharatiya Janata Party (più o meno si traduce con ‘partito del popolo indiano’), di estrema destra e assolutamente inteso al suprematismo induista, è anche strettamente coordinato alla Rss, organizzazione che non ha mai fatto ammenda, per modi e ispirazione, rispetto a quel mondo fascista che ne aveva segnato la crescita.
Mussolini e Hitler avevano l’Inghilterra come nemico comune, quell’impero britannico che, nella prima parte del Ventesimo secolo, dominava l’intera India: l’interesse del Reich per quel Paese oltrepassava, con ciò, il perimetro della strategia militare. Una società organizzata in caste, struttura a tutt’oggi basilare per il tessuto sociale e politico della nazione più popolosa del mondo, non poteva non sedurre le ideologie nazifasciste.
Ugualmente, l’istanza alla rimozione totale e violenta di un insieme etnico e religioso di minoranza sembra, fatte le debite proporzioni, accomunare il nazionalismo hitleriano ai principi di quell’“Hindu Mahasabha” e del vastissimo movimento induista che a tutt’oggi punta all’esclusione e alla persecuzione dell’Islam, dinamica alla quale lo stesso governo di Delhi non sembra attualmente immune.
È difficile pensare che un capo di stato sia disposto a comparire in primo piano, sulla copertina di un libro, a fianco di Hitler, così come è difficile pensare che in Europa sia plausibile che qualcuno concepisca un prodotto del genere. Narendra Modi ha lasciato fare, le proteste sono arrivate da altri.
L’India è grande, sarebbe importante approfondire l’argomento. Nel 1938 Himmler organizza una spedizione in Tibet, in cerca delle radici dell’arianesimo. I tentativi di costruire una sintesi fra induismo e nazismo non sono mancati, neanche dopo il ‘45: ex agente segreta del Reich durante la guerra, la scrittrice e attivista di ultradestra Maximiani Julia Portas cambia il suo nome in Savitri Devi e si convince che il Fuhrer fosse una sorta di incarnazione del dio Visnù, che il suo sacrificio dovesse metter fine a un’epoca oscura, il “kali yuga” e che in sostanza egli andasse divinizzato. È un misticismo che ha ispirato fra l’altro Devi, e altri, a fondare nel 1962, la Wuns, organizzazione intesa a riunire tutti i movimenti neonazisti del mondo.