«Gli Usa sono un attore dal quale è difficile prescindere. È bene dunque che gli europei cerchino un rapporto stretto con gli americani. Alcune mosse di Donald Trump però hanno lasciato più che perplessi: da ultimo, l’accoglienza riservata a Putin in Alaska. Trump inoltre si è mostrato ondivago sulle possibili soluzioni della crisi in Ucraina. Il che non ha aiutato».
A parlare è Michele Valensise, già segretario generale della Farnesina dal 2012 al 2016 oltre che ambasciatore a Sarajevo, Brasilia e a Berlino, oggi presidente dell’Istituto Affari Internazionali. Con lui abbiamo parlato delle crisi in Ucraina e in Medio Oriente. Sulle prospettive di pace avverte: «In Ucraina Trump persegue un obiettivo a breve termine ma sappiamo che la Russia può contare su tempi lunghi: appare chiaro anche dagli sviluppi di questi ultimi giorni. Purtroppo i fatti non cambiano: sinora non ci sono segnali di disponibilità di Mosca a un negoziato che porti a una pace giusta e duratura».
In queste ore intanto cresce la tensione in Medio Oriente. Il governo israeliano ha autorizzato l’insediamento E1 che dividerà in due la Cisgiordania. È la mossa che spegne le speranze di uno Stato palestinese?
«La situazione della Cisgiordania con la presenza ingombrante e illegale dei coloni era già critica. Un nuovo insediamento – di cui si parla da 30 anni – è il colpo di grazia su ogni ipotesi di entità palestinese.»
Sull’altro fronte, Netanyahu ha dato il via all’attacco dell’Idf a Gaza City. Nei giorni scorsi aveva assicurato che, dopo l’occupazione, consegnerà la Striscia a un organismo gestito dai Paesi arabi. Lei ci crede?
«Purtroppo Netanyahu è poco credibile. Manca un’intesa con i Paesi arabi che dovrebbero essere protagonisti di questo piano israeliano. L’ulteriore estensione del conflitto deve preoccupare tutti. Dovremmo fare di tutto per spingere Israele nella direzione opposta: una soluzione negoziata per liberare gli ostaggi e risparmiare le stesse forze israeliane destinate certamente a subire perdite. Tanto è delicato questo passaggio che nei giorni scorsi abbiamo assistito a mobilitazioni di massa senza precedenti contro l’iniziativa del governo: dimostrano una spaccatura all’interno della società civile israeliana e la necessità di indirizzare dure critiche al governo, non al popolo israeliano.»
Cosa resta dello Stato palestinese?
«Le difficoltà sono evidenti e innegabili, però dobbiamo stare attenti a mettere da parte l’unica ipotesi di lavoro che consenta di immaginare un futuro di convivenza pacifica tra i due popoli. Quale sarebbe l’alternativa? L’espulsione dei palestinesi? Mi pare una ipotesi assurda. Lo Stato palestinese è una opzione ardua ma, come già stabilito dagli accordi di Oslo, sembra l’unica in grado di consentire la convivenza. Entrambi i popoli dovrebbero avere interesse a vivere in pace.»
Nel fallimento di questa soluzione non mancano però le responsabilità dei palestinesi stessi e dei Paesi arabi…
«A dire la verità è difficile individuare un solo soggetto che non abbia responsabilità in questa tragedia. I Paesi arabi non hanno fatto sufficienti pressioni sul gruppo terrorista di Hamas per sbloccare la situazione. Allo stesso modo gli Stati Uniti hanno mancato di esercitare una pressione moderatrice su Netanyahu.»
Potrebbe emergere un’altra soluzione più fantasiosa?
«Nessuno è in condizione di escludere alcuna formula gestibile e plausibile di convivenza. L’importante è che ogni soluzione abbia alla base l’esigenza di autodeterminazione dei palestinesi e di rispetto dei loro diritti fondamentali. Per questo serve la condivisione di obiettivi e regole di ingaggio, per una convivenza possibile. I fanatici israeliani e palestinesi hanno posizioni speculari e inaccettabili.»
Veniamo all’Ucraina. Lo scenografico incontro in Alaska ha solo dato più tempo a Putin?
«Ha dato una nuova legittimazione a Putin. Il capo di un Paese aggressore, inseguito da un mandato di cattura della Corte penale internazionale, ricevuto con tali onori ad Anchorage è un fatto rilevante. Putin è stato attento a non concedere nulla. Trump aveva posto il cessate il fuoco come risultato irrinunciabile dell’iniziativa, ma dopo il rifiuto di Putin ha cambiato idea e ha evitato le sanzioni che aveva minacciato. Il bilancio del vertice è chiaro.»
La Russia vuole il diritto di veto sulla sicurezza dell’Ucraina e dice no all’estensione dell’articolo 5 a garanzia di Kyiv…
«Ciò conferma le difficoltà che si frappongono a uno sbocco della trattativa. Servirebbe qualche passo in avanti da parte della Russia, che viceversa intensifica le sue azioni militari. Una conferma della posizione rigida e mai modificata di Mosca. Pretendere che l’aggressore debba avere l’ultima parola sulla operatività delle garanzie di sicurezza la dice lunga sulla posizione dei russi. Così Putin allunga i tempi del negoziato e prosegue una guerra che fa stragi ogni giorno.»
Crimea e Donbass alla Russia, no all’Ucraina nella Nato, demilitarizzazione e neutralità di Kyiv, delegittimazione di Zelensky. Le richieste del Cremlino restano a dir poco esose…
«È molto difficile accettare queste condizioni. Rappresenterebbero un premio del tutto ingiustificato per un Paese che ha violato il diritto internazionale e ha spazzato via tante vite: ci vorrebbe un atteggiamento più collaborativo.»
Invece Mosca accusa i Paesi europei di non volere la pace…
«Bisognerebbe evitare il refrain che echeggia anche in Italia: “speriamo che gli europei non si mettano di traverso rispetto alla pace”. Mi sembra privo di fondamento. Chi intralcia la pace è la Russia, che intensifica le ostilità e resta irremovibile sulle sue rivendicazioni, non gli europei. Prima del vertice in Alaska, la richiesta di Trump di arrivare a un cessate il fuoco per iniziare a negoziare non era una richiesta esorbitante. Ma Mosca ha detto no e la guerra continua.»
Secondo il Guardian, Trump sembra sul punto di ritirarsi dai colloqui di pace…
«Non sarebbe una buona notizia, e’ bene avere gli Usa al fianco dell’Ucraina. Un loro disimpegno sarebbe negativo pure per le ricadute in termini di responsabilità politiche, finanziarie e militari che ricadrebbero sui Paesi europei. In tal caso, dovranno fare ancor di più la loro parte.»
Intanto Erdogan cerca di tornare nel gioco e offre Istanbul per i colloqui di pace.
«Chiunque può dare un contributo alla ricerca di una soluzione negoziata va salutato con favore. La proposta di Istanbul per l’incontro tra Putin e Zelensky va considerata al pari delle altre.»
L’Ucraina invece ha escluso di usare come sede Budapest.
«Gli ucraini ricordano che la capitale ungherese è stata la sede della firma del memorandum del ’94 che la Russia ha clamorosamente violato. Budapest evoca in loro sentimenti di frustrazione.»
Come valuta il ruolo dei Paesi europei finora?
«L’Europa ha avuto un ruolo importante nella difesa dell’Ucraina e del rispetto del diritto internazionale. Ha messo in campo interventi di sostegno economico, politico, finanziario e militare: un fatto positivo che ha risparmiato all’Ucraina ulteriori perdite. L’azione dei maggiori Paesi europei, quelli di Washington, sarà efficace se manterranno una coesione tra loro.»
Tuttavia sembrano ancora troppo timidi sul fronte della difesa…
«La partita in Ucraina si gioca su due punti: le concessioni territoriali e le garanzie di sicurezza. A Washington, ucraini, americani e europei sono stati abili a mettere tra parentesi la questione delle concessioni territoriali per concentrarsi sulle garanzie. Se non c’è progresso sulle garanzie, sarebbe ancora più difficile parlare dei territori. Il processo in corso non è agevole né rapido: c’è bisogno innanzitutto di una apertura della Russia. Poi ognuno dovrà fare la sua parte, ma siamo molto al di qua di un impegno di forze di pace e di stabilizzazione.»
E quindi?
«A un certo punto bisognerà chiedersi se sia opportuno rinunciare ai tappeti rossi e fare un passo più energico per convincere Mosca, forse nel suo stesso interesse. Non si possono escludere sanzioni più forti che costringano Putin a valutare il costo di queste operazioni in un momento in cui l’economia russa è in affanno.»
Come giudica la posizione del governo italiano sulla questione? Troppo amico di Trump, troppo ambiguo con l’Europa?
«Al di là di alcune sensibilità interne, l’Italia ha mantenuto un approccio di solidarietà europea. Opportunamente Meloni è stata a Washington con gli altri leader: un fatto positivo che mostra un impegno alla coesione europea.»
Meloni propone l’estensione dell’articolo 5 della Nato all’Ucraina. Però il suo governo ha sempre escluso l’ipotesi di impiegare soldati italiani sul campo. Una palese contraddizione?
«È solo una delle ipotesi sul tavolo. Presenta difficoltà di procedura e di sostanza. Bisognerebbe immaginare un vero e proprio accordo intergovernativo su un meccanismo con regole precise e vincolanti. I singoli Paesi dovrebbero poi approvarlo nel rispetto delle proprie norme costituzionali: non basta una dichiarazione alla stampa. In questa fase è giusto procedere per approssimazioni successive: Francia e Regno Unito, per esempio, hanno dato una disponibilità di massima per schierare delle forze di garanzia. Sono tutti elementi che compongono un quadro difficile, che richiede tempo per la sua definizione. Tanto più se dovessimo affrontare il disimpegno esplicito degli americani: ciò imporrebbe uno schema di garanzie ancora più complicato.»