A un anno dalla fine della legislatura, l’odore del voto impregna già il dibattito pubblico. Il cosiddetto premier time alla Camera lo ha mostrato con chiarezza: non un confronto, ma una collisione di slogan. Non domande. Non risposte. Solo rivendicazioni opposte.
Giorgia Meloni mette in fila l’aumento degli occupati, la riduzione dei contratti precari, il calo dello spread e della povertà, le misure per sostenere famiglie e salari, gli incentivi alle imprese. Rivendica una traiettoria di stabilizzazione.
L’opposizione ribatte con il crollo della produzione industriale, la crescita della cassa integrazione, la perdita del potere d’acquisto, l’aumento dell’inflazione e della pressione fiscale. Ciascuno dei due fronti utilizza i numeri che più gli conviene per mostrare due fotografie opposte e incompatibili dello stesso Paese. Entrambe parzialmente vere. Entrambe accuratamente selettive.
TUTTI GLI EDITORIALI di Alessandro Barbano
Il nodo del drenaggio fiscale
In questa babele statistica emerge il nodo tributario. Giorgia Meloni sostiene di aver ridotto le tasse e sciorina un florilegio di almeno dieci misure di alleggerimento fiscale, dal cuneo all’accorpamento delle aliquote.
Se la pressione cresce, dice, dipende dall’aumento dell’occupazione e del gettito. Ma le cose stanno diversamente. A gonfiare la pressione ha contribuito soprattutto l’aumento nominale delle retribuzioni trascinate dall’inflazione. Il vecchio drenaggio fiscale. Salari che crescono sulla carta, redditi che scivolano verso aliquote più alte, potere d’acquisto che invece arretra, anche perché il rinnovo dei contratti è troppo lento per compensare l’aumento dei prezzi.
Lo Stato incassa di più. I cittadini non stanno meglio. Perché qualche segnale di recupero sulle retribuzioni basse non fa primavera.
Il grande vuoto sulle strategie future
Anche qui il confronto si riduce a un dialogo tra sordi. Nessuno affronta i nodi strutturali di un galleggiare del Paese, mentre si va esaurendo la spinta del PNRR.
Maggioranza e opposizione difendono o contestano i numeri del presente. Ma evitano la discussione sul futuro. Manca da entrambi i fronti una strategia energetica credibile. Alla premier che annuncia una provvidenziale accelerazione sul nucleare, i Cinquestelle ricordano che il governo non è stato neanche in grado di individuare un sito per le scorie radioattive.
Ma le rinnovabili, invocate a gran voce a sinistra, da sole non fanno la soluzione. Allo stesso modo manca una politica industriale riconoscibile, un progetto serio di valorizzazione del capitale umano, una macchina pubblica ripensata per accompagnare questi obiettivi invece di rallentarli.
Le riforme che nessuno vuole fare
E mancano le parole di verità, che suggerirebbero per esempio, a entrambi i fronti, di rinunciare a misure tampone come il taglio delle accise, che costa molto e fa poco contro l’aumento dei prezzi.
O che sconsiglierebbero, di fronte alla crisi di aziende già morte come l’Electrolux, di tentare rianimazioni assistenziali, puntando invece su programmi di riconversione.
E manca, più di tutto, il coraggio, non dico di mettere mano, ma perfino di parlare di una riorganizzazione della spesa pubblica. A un anno dalle elezioni, tagliare, spostare risorse, ridurre rendite, toccare corporazioni, rompere inerzie amministrative vuol dire bestemmiare.
Non a caso Giorgia Meloni rivendica le riforme d’inizio legislatura ma si guarda bene dal citare la riorganizzazione della medicina di base, che il ministro Orazio Schillaci pure ha messo sul tavolo con l’idea di un decreto, trovando il muro dei sindacati medici e il fuoco amico di parte della sua maggioranza parlamentare.
Lo stesso vale per la riforma della Pubblica Amministrazione proposta dal ministro Paolo Zangrillo, che pure ha il coraggio di rinnovare il reclutamento e la promozione dei dirigenti con criteri di merito e di valutazione della performance, ma che galleggia in Parlamento senza soverchie speranze di diventare legge prima delle urne del 2027.
L’Italia senza cesoia
A questa inerzia mascherata fa eco un’opposizione che non ha alcuna credibile strategia economica e che, alla debolezza del potere d’acquisto, non ha niente di meglio da opporre che il salario minimo.
Così l’Italia che Giorgia Meloni difende a denti stretti e quella che Elly Schlein vagheggia finiscono per assomigliarsi più di quanto entrambe ammettano.
Come alberi dalle troppe fronde. Rami secchi. Pesi improduttivi. Ombre che sottraggono luce alla crescita. Tutti promettono nuovi frutti. Ma i nuovi frutti non verranno perché nessuno prende in mano la cesoia.


















