13 Maggio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

13 Mag, 2026

Il Colle non è solo questione di voti: Meloni davanti al bivio della destra

Il palazzo del Quirinale

La corsa al Quirinale del 2029 non dipende solo dai numeri parlamentari. Per Meloni la vera sfida è trasformare la destra in forza di sistema


Chi andrà al Quirinale, nel 2029? Riformulo la domanda perché, in questi termini, sembra irrispettosa nei riguardi dell’attuale presidente della Repubblica, e sembra soprattutto non tenere conto del fatto che prima vengono le elezioni politiche generali. Domando allora: che cosa ci vuole perché un partito politico possa legittimamente aspirare a indicare per il Colle un proprio esponente? Bisogna che abbia i voti, certo. Ma non è solo questione di voti. Se non se ne hanno abbastanza, si può cambiare la legge elettorale, confidare magari in un robusto premio di maggioranza, e comunque, quando viene il momento, lasciar passare i primi scrutini, che prevedono soglie troppo alte, per poi compattamente votare il proprio candidato.

Il ruolo del Capo dello Stato

Ma nella storia della Repubblica non è mai stata questa la strada per arrivare al Quirinale. Da un lato, non ha mai funzionato – troppe trappole lungo il cammino –; dall’altro, non è in questo modo, con questa denominazione d’origine, che un futuro Presidente potrebbe adempiere al ruolo che la Costituzione gli assegna, di rappresentante dell’unità nazionale, garante di tutti gli italiani.

Quel ruolo è certo legato alla carica, ma pure alla storia. Leggere la lista degli inquilini del Quirinale significa ripercorrere le vicende del Paese, riconoscendovi distintamente le stagioni politiche che si sono succedute, riflesse anzitutto nel centrismo democristiano, poi nelle caute aperture a sinistra – prima quella socialdemocratica, poi quella socialista – fino alla lunga marcia dentro le istituzioni del comunista Giorgio Napolitano.

Il nuovo baricentro della destra di governo

Alla domanda di prima – che cosa occorre perché un partito possa legittimamente aspirare al Quirinale – una risposta più attenta alle condizioni storiche e politiche date suonerà dunque così: occorre che quel partito abbia saputo porsi al centro del sistema, in sintonia con la sua grammatica politica e istituzionale.

Ci sarebbe un’altra strada, in verità: quella opposta, quella traumatica della rottura di sistema. La destra italiana l’ha più volte accarezzata. Senza andare troppo indietro, ad anni e vicende lontane, basterà ricordare i ripetuti scossoni contro Bruxelles e le velleità di fuoriuscita dall’euro, poi accantonate, o l’ipotesi di una messa in stato di accusa del Presidente della Repubblica per alto tradimento, ventilata con parole veementi da Giorgia Meloni nel 2018, all’epoca non poi tanto lontana della formazione del governo giallo-verde.

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Dopo il successo elettorale del 2022, la traiettoria che la presidente del Consiglio ha tracciato per sé e per il suo governo ha obbedito tuttavia a un altro disegno. Si saranno potute giudicare insufficienti, oppure strumentali, ma le scelte europeiste e atlantiste compiute devono essere intese come la ricerca – non semplice, né ovvia – di un nuovo baricentro della destra. Lo stesso si sarebbe dovuto dire della separazione delle carriere, se fosse andata in porto. Ma da un lato Donald Trump, dall’altro l’esito referendario hanno procurato un brusco stop, e, a un anno dalle elezioni, forse meno, alla premier tocca capire se fare macchina indietro, per salvare il salvabile, o tentare uno scatto in avanti, e aprire una nuova partita.

Scatto in avanti o marcia indietro?


Cosa significhi fare macchina indietro lo si capisce subito pronunciando un nome che ha il cupo significato di un sintomo: Roberto Vannacci. Che è un problema della Lega, ma anche dell’intera maggioranza. La destra populista, retriva, ottusamente nazionalista e filoputiniana, ostile all’Europa, esiste: che cosa Meloni intende fare di quei voti? Cosa possa essere invece uno scatto in avanti è più difficile a dirsi. Ma se l’orizzonte in cui collocarlo ha l’ampiezza necessaria da abbracciare, in prospettiva strategica, la corsa al Quirinale, se questo rimane il varco obbligato della geometria politica italiana, se un tale varco non può essere attraversato solo in compagnia dei fedelissimi, solo di quelli che vengono dalla propria stessa storia, solo in compagnia dei nostalgici o degli antemarcia, solo di quelli di Colle Oppio, allora bisogna cambiare analisi, schemi, strumenti.

L’ostilità delle segreterie di partito verso la reintroduzione delle preferenze, da questo punto di vista, è un significativo banco di prova: se vuoi andare al voto scegliendo i tuoi, senza aprire le liste alla competizione fra i candidati, significa che vuoi giocarti la partita sulla difensiva, senza proporti di conquistare nuovi terreni di confronto, nuovi pezzi di società, nuovo personale politico. Non vuoi costruire la famosa egemonia, segnare una nuova stagione; vuoi solo fare quadrato, fare muro, serrare le file e sperare che siano grosse abbastanza da non aver bisogno di ulteriori apporti. Un discorso che può forse funzionare per andare al governo (ma i margini si assottigliano sempre di più), ma che sicuramente non basta se vuoi davvero piantare la bandiera sul Colle più alto.

Forse qualunque direzione va bene

Come quello di Don Abbondio, però, anche il coraggio politico se uno non lo ha non se lo può dare. Chiudo quest’articolo mentre scopro che l’emissione filatelica programmata dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy per domani è dedicata – udite udite – a quel monumento della tradizione culturale italiana che è il calendario di Frate Indovino (con un francobollo la cui grafica ricorda da vicino una ben nota bustina di lievito per dolci).

Compie 80 anni, tanti auguri. Ma con tutto il rispetto per il senso comune e pure per il buon senso, senza spocchia né alterigia intellettuale, e in attesa della vittoria di Sal da Vinci all’Eurovision Song Contest, se pensiamo che questa è l’egemonia e questi sono i Valori, e che il Paese abbia bisogno soltanto di rassicurazione e protezione, di conoscere i segreti per la coltivazione dell’orto, le ricette e i proverbi giornalieri, allora viene difficile immaginare che un Paese così faccia qualunque tipo di scatto, in qualunque direzione pensabile.

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