Lo storico dell’ebraismo Gadi Luzzatto Voghera commenta l’approvazione alla Knesset della legge su tribunali speciali e pena di morte per i crimini del 7 ottobre
«La democrazia israeliana, in questo momento, segue una china involutiva e non è più in grado di preservare se stessa. È una deriva molto grave, tanto più in una campagna elettorale e con metà della popolazione ancora coinvolta in episodi di guerra». Gadi Luzzatto Voghera (nella foto), storico dell’ebraismo, direttore della Fondazione centro di documentazione ebraica contemporanea di Milano, commenta amaramente l’approvazione del disegno di legge che introduce tribunali speciali per i crimini del 7 ottobre. La pena di morte è contemplata, così come la diretta televisiva dei processi.
Cosa sta succedendo ad Israele?

«La società è sottoposta a troppi anni di guerra e durante la guerra si diventa estremisti, perché si perdono persone care e si pretende giustizia. Ma, come ha detto ieri in aula un deputato arabo, non è questo il modo per fare giustizia e arrivare a un percorso di pacificazione. Lo ha detto parlando in arabo, che è una delle lingue ufficiali di quel Parlamento. La società araba in Israele è devastata da faide interne; la società ebraica, a sua volta, è dilaniata da fazioni: ultraortodossi e ultralaici, destra e sinistra. In questo contesto, un provvedimento come quello approvato ieri non fa che alimentare queste divisioni».
Alla Knesset ci sono stati 93 favorevoli e nessun contrario. Un’opposizione democratica non ha più rappresentanza?
«Dobbiamo renderci conto che siamo ancora nel mezzo di una guerra che non finisce. Il governo attuale vuole tenere accesi i fuochi per fare in modo che non si torni a un processo democratico. Nello stesso tempo c’è una ferita non sanata nella società israeliana che riguarda il 7 ottobre e che produce distorsioni sul piano politico e su quello del diritto. Detto questo, pare che durante la discussione in Parlamento si siano accesi parecchio gli animi. Sono scontri che dall’Italia è difficile comprendere, perché avvengono tra vicini di casa, tra persone che si conoscono e si incontrano per strada e in questo momento fanno fatica a convivere. Le principali organizzazioni in difesa dei diritti hanno posto una questione di opportunità dal punto di vista del diritto internazionale e io, personalmente, non posso che essere d’accordo. Anche al di là del discorso sulla pena di morte, che è espulsa dalla cultura giuridica occidentale almeno da Beccaria».
E nella società civile israeliana c’è una forma di opposizione?
«I parenti dei rapiti del 7 ottobre e i rapiti stessi sono stati ben alla larga dalla legge sulla pena di morte. Anzi, nello stesso giorno hanno incontrato i membri del parlamento della Knesset chiedendo esplicitamente ai parlamentari di dimettersi in quanto corresponsabili istituzionali di quanto accaduto il 7 ottobre. Hanno poi chiesto l’istituzione di una commissione d’inchiesta che faccia luce sulle responsabilità dei vertici militari e politici per non essere riusciti a impedire e a fronteggiare quell’attacco, lasciando la popolazione civile in balia di 6-7 mila terroristi».
Chi ha proposto la legge ha legato esplicitamente il 7 ottobre alla Shoah.
«Io non faccio affatto fatica a pensare che ci fosse un’intenzione genocidiaria in chi è andato ad ammazzare chiunque incontrasse il 7 ottobre. Ma i parallelismi con la Shoah sono sempre sbagliati e irrispettosi della memoria delle nostre generazioni e della nostra intera civiltà. Ogni parallelismo con l’Olocausto è una distorsione della storia».
Pensa che la legge troverà attuazione?
«È un atto molto politico e di difficile attuazione. In primo luogo perché costa molto: si tratta di istituire un tribunale “speciale” – cosa che già di per sé fa rabbrividire – con una struttura che costa mezzo miliardo di euro. Sul piano del diritto ci sono poi alcuni elementi difficili da gestire. Come si fa a capire quanto siano preservati i diritti dell’accusato? È una legge che fa acqua da tutte le parti e, se verrà mai applicata, pone le premesse per ulteriori sanzioni internazionali allo Stato d’Israele, motivate dalla mancanza di rispetto dei diritti umani. Tutto questo in una guerra in cui per due anni i responsabili del 7 ottobre sono stati presi casa per casa. Per cui non si capisce la ratio di una misura di questo tipo neanche sotto un profilo logico. E poi c’è l’altro aspetto, molto contestato, della natura mediatica dei processi»
A questo proposito è stato evocato il processo ad Eichmann.
«Parliamo di contesti storici completamente diversi. Anzitutto va ricordato che la “mediatizzazione” del processo ad Eichmann ebbe conseguenze devastanti in Israele. Durante quel processo, nel quale si sono succedute centinaia di testimoni, emersero anche le lacerazioni interne alla società ebraica. L’esempio principale è quello sulla responsabilità dei capi dei consigli ebraici voluti dai nazisti nei ghetti. La questione era se andassero considerati come dei collaborazionisti oppure come persone che cercavano di mediare con le autorità naziste per mantenere un clima accettabile nei ghetti. La diffusione mediatica del processo ad Eichmann, quindi, si rivelò un boomerang. Certo, era un modo per mostrare al mondo intero cos’era stata la Shoah e offrirla come oggetto di studio».
Quel precedente storico oggi viene però impiegato per giustificare il carattere mediatico dei processi previsti per i terroristi del 7 ottobre. Cosa non funziona in questa narrazione?
«Un processo mediatico infrange qualsiasi regola di equilibrio della corte, di mancanza di pressione sugli imputati e i loro avvocati. Quando il processo diventa spettacolo, si fa appunto spettacolo ma non giustizia. È una dinamica che inficia la natura stessa del processo, trasformandolo in un processo politico».
Quello di Israele è un arroccamento estremista rispetto al dilagante antisemitismo?
«Ormai Israele è diventato l’Ebreo collettivo e l’antisemitismo non aspettava altro che un’occasione per uscire più di quanto non sia già uscito dalla pancia di tutte le società, occidentali e non».



















