6 Maggio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

6 Mag, 2026

Orsini allo specchio: il trionfo di un magnifico egocentrico

Umberto Orsini in 'Prima del temporale'

Aristocratico e teatrale in “Prima del temporale” Umberto Orsini attraversa settant’anni di palcoscenico trasformando la propria memoria in un archivio vivente del teatro italiano


C’è qualcosa di spudorato – e dunque irresistibile – in Prima del temporale, la pièce che Umberto Orsini porta in scena al Teatro Argentina con la regia di Massimo Popolizio. Spudorato come solo può esserlo un’autobiografia autorizzata, cucita addosso al suo protagonista con la precisione di un sarto: ogni piega è studiata, ogni ombra calibrata, ogni cedimento emotivo controllato fino a sembrare casuale.

Ma qui il punto è proprio questo: dove finisce Orsini e dove comincia il teatro? O, meglio, chi dei due sta celebrando chi? Domanda oziosa, forse, perché la risposta è già inscritta nei novanta e passa anni di vita scenica che l’attore si concede il lusso – e il diritto – di attraversare come un sovrano che rilegge il proprio regno.

La tappa a Roma

Era la prima romana ma lo spettacolo non è nuovo, ha già fatto tappa in varie città affinando quella forma ibrida tra sogno e confessione che richiama apertamente il “nastro” beckettiano, con un’eco di August Strindberg che aleggia come un pretesto drammaturgico. L’attesa di entrare in scena per Il temporale diventa il varco da cui filtrano ricordi, fantasmi, frammenti di un’Italia teatrale che non esiste più – o forse esiste solo nella memoria di chi l’ha attraversata davvero.

L’egotismo nobile e teatrale

E qui Orsini è, semplicemente, magnificamente egocentrico. Non c’è altra formula per dirlo senza ipocrisie. Un egotismo nobile, aristocratico, quasi leopardiano – viene in mente Giacomo Leopardi quando, in A se stesso, celebra non sé ma il disinganno, trasformando l’io in materia universale. Così Orsini: si racconta, sì, ma nel farlo diventa archivio vivente del teatro italiano.

La trama è esile, volutamente: un uomo anziano aspetta il proprio ingresso in scena e, nel frattempo, attraversa settant’anni di carriera. Non è nostalgia, è dissezione. Ci sono i trionfi, le tournée, le collaborazioni, ma anche gli abissi più angosciosi, quei momenti in cui la memoria – la stessa che lo tiene in vita – si fa tagliente, quasi crudele. È lì che lo spettacolo smette di essere celebrazione e diventa qualcosa di più scomodo, persino disturbante.

La vita privata sfiorata appena

E poi c’è la vita privata, evocata con pudore chirurgico. Orsini non si concede davvero, non del tutto. Qualche spiraglio, certo: il ricordo delle Kessler Twins – Ellen Kessler e Alice Kessler affiora come un’istantanea anni Settanta, tra calze Omsa e fantasie collettive. Ma resta un accenno, un’ombra elegante. La riservatezza, del resto, è parte integrante del personaggio: anche quando si racconta, Orsini si sottrae.

Sul palco, accanto a lui, Flavio Francucci e Diamara Ferrero sono presenze funzionali, quasi riflessi, strumenti di una partitura che resta saldamente centrata su un unico corpo scenico. Un corpo che, a novantadue anni, si muove con la disciplina di un atleta. E non è una metafora: Orsini è davvero un atleta del teatro, uno di quelli che conoscono il peso di ogni pausa, la misura di ogni respiro.

Il tributo del pubblico al Teatro Argentina

Il pubblico dell’Argentina lo sa bene. Sala gremita, sold out da derby capitolino – neanche giocasse la Roma – e alla fine un tributo in piedi che ha il sapore di un rito collettivo. Non solo applausi: riconoscimento. E allora sì, Prima del temporale è un’autocelebrazione. Ma è anche qualcosa di più raro: la dimostrazione che, quando l’ego è sostenuto da un talento smisurato e da una storia vera, può trasformarsi in forma d’arte. Il resto – le polemiche sull’autoreferenzialità, i sospetti di narcisismo – scivola via. Resta lui. E, per una volta, basta.

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