Da ieri il governo Meloni è il secondo più longevo della storia repubblicana. Ma i dati economici sono ancora negativi
Il “primato” questa volta non fa rima con “risultato”. Giorgia Meloni mette a segno – ieri – il primato di essere il secondo governo più longevo nella storia della Repubblica. Era un obiettivo su cui la premier non ha mai fatto mistero di ambire con tutta se stessa. Meglio di lei ha fatto solo il secondo governo Berlusconi, record che Meloni intende ulteriormente mettere in soffitta il prossimo 4 settembre quando il primo governo Meloni diventerà in assoluto l’esecutivo più stabile nella storia del paese da quando è nata la Repubblica, ottanta anni fa il prossimo 2 giugno.
Vanto ed onore quindi in un Paese che conta 68 governi (dal 1946 al 2026) guidati da 31 diversi Presidenti del Consiglio, una media di 429 giorni per ciascuno. Il problema è che tanta “stabilità” – parola chiave della narrazione meloniana – non ha portato i risultati immaginati e previsti. Prova ne è il Documento di finanza pubblica approvato proprio giovedì dal Parlamento e i cui numeri certificano, purtroppo, il fallimento economico-produttivo di un esecutivo sebbene così longevo.
I dati economici
Senza dubbio il contesto geopolitico di questi anni – Meloni ha giurato il 13 ottobre 2022 – è eccezionale tra guerre diffuse, crisi energetiche e la presenza di autocrati – da Trump a Putin – alla guida di superpotenze come Usa e Russia è nefasto. Ma le crisi internazionali non giustificano il debito pubblico in continua salita (al 137,1% nel 2025 contro il 134,7 nel 2024) e lo 0,6% di crescita, la più bassa d’Europa, gli stipendi tra i più poveri della zona euro, la pressione fiscale oltre il 43 per cento, inflazione al galoppo e carrello della spesa +25%. Per tacere del costo dell’energia: con o senza guerre, l’Italia ha il costo energia più alto di tutta Europa.
Le crisi geopolitiche possono, semmai, giustificare il deficit nel rapporto deficit/pil che resta al 3,1% e che ci tiene dietro la lavagna della procedura di infrazione europea per quei maledetti due miliardi circa. Ma non possono essere la scusa per il debito che corre e una crescita asfittica nonostante il boost del Pnrr, il Piano nazionale di ripresa e resilienza finanziato dall’Unione per favorire la ripresa dopo lo shock del Covid e che in Italia sta avendo, purtroppo, la valenza della montagna che ha partorito il topolino. A giugno il Pnrr dovrà concludersi e c’è da augurarsi che non si debba restituire decine di quei circa 200 miliardi che abbiamo preso in prestito a patto di investirli entro giugno 2026. Non giustifica, la crisi internazionale, 34 mesi di crescita industriale col segno meno su un totale di 38. Questo non è un primato e l’unica rima, cacofonica, è purtroppo fallimento.
Il traguardo
Meloni è a suo modo orgogliosa del traguardo. Ieri mattina gli ha dato voce in un post sui social. «Da oggi il Governo che ho l’onore di guidare diventa il secondo più longevo della storia repubblicana – ha scritto – non lo vivo come un traguardo da festeggiare, ma come una responsabilità ancora più forte verso gli italiani. Grazie a chi continua a sostenerci, a credere nel nostro lavoro e nella serietà del nostro impegno. Andremo avanti con determinazione per completare il percorso avviato, con rispetto per il mandato ricevuto dai cittadini italiani e con una sola bussola: l’interesse nazionale».
Caos accise
Ecco, appunto, l’interesse nazionale. Ad esempio il costo dei carburanti, benzina e gasolio. La proroga del taglio accise comunicato giovedì dopo il Consiglio dei ministri è stato un giallo poi risolto con un’acrobazia giuridica che, secondo il Codacons e altre associazioni dei consumatori, peserà moltissimo sui cittadini che hanno una macchina a benzina. La premier giovedì dopo il Cdm aveva annunciato una proroga del taglio delle accise di 21 giorni, a partire dal 2 maggio. La riduzione per il gasolio restava di 20 centesimi al litro (con un risparmio finale alla pompa di 24,4 centesimi, data la contestuale riduzione dell’Iva).
Per la benzina (che nelle scorse settimane era rincarata molto meno del diesel) il taglio veniva ridotto a 5 centesimi al litro. Ma il testo del decreto legge pubblicato ieri in Gazzetta Ufficiale riportava una proroga del taglio delle accise soltanto fino al 10 maggio, con una copertura di 146,5 milioni. Cosa succede dopo l’11 maggio, cioè tra una settimana? Ci sarà una seconda proroga e si può capire che i festeggiamenti per la stabilità del governo ieri stonavano assai con la preoccupazione di automobilisti e autotrasporto.
L’arcano svelato
C’è voluta qualche ora per risolvere e spiegare l’arcano: il periodo dall’11 al 22 sarà coperto con un decreto ministeriale apposito che arriverà a ridosso della prima scadenza. Palazzo Chigi ha spiegato che il secondo intervento arriverà «non appena sarà quantificata la disponibilità di risorse derivanti dall’extragettito Iva sui carburanti», cifra attesa entro circa dieci giorni e che dovrebbe aggirarsi intorno ai 200 milioni. Il governo, in sostanza, ha dovuto spezzare in due la proroga per mancanza di risorse e per non buttare soldi che sono pochi.
Ecco perché primato questa volta non fa rima con risultato.


















