2 Maggio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

2 Mag, 2026

Università, eccellenza costruita sulla fragilità

In Italia gli investimenti sull’università sono molto inferiori rispetto agli standard europei. Ma puntare sull’università oggi è inevitabile


L’Italia investe nell’università meno della maggior parte dei Paesi europei, mentre chiede ai suoi giovani di competere in un’economia globale sempre più avanzata. È una contraddizione che non riguarda solo i conti pubblici, ma il tipo di futuro che il Paese sta scegliendo.

Questo paradosso silenzioso emerge con forza nei dati e non è imputabile al colore di una specifica maggioranza di governo, perché riguarda un ampio periodo storico, né si può pretendere da parte di un Ministro di sanare di colpo una situazione lungamente sedimentata. Il primo dato, evidenziato da molte analisi, è che dal 2009 ad oggi il sistema universitario italiano è stato progressivamente definanziato (rapporto MHEO 2026 e rapporto Svimez 2025). L’apparente crescita nominale del Fondo di Finanziamento Ordinario delle Università si dissolve se riportata al potere d’acquisto reale: i circa 9,4 miliardi attuali valgono meno di quanto valessero quindici anni fa. Nel frattempo, l’Italia destina appena lo 0,59% del prodotto interno lordo all’università, contro percentuali quasi doppie in Paesi come Francia, Germania e Spagna.

La precarizzazione dell’insegnamento


A questa sproporzione negli investimenti si aggiunge che il nostro sistema universitario si regge strutturalmente sulla precarietà. Secondo il recente rapporto ANVUR dell’Agenzia nazionale per la valutazione delle università, i docenti strutturati sono circa 65 mila; accanto a loro operano oltre 35 mila docenti a contratto — una quota essenziale ma invisibile della didattica — e quasi 15 mila ricercatori a tempo determinato, per i quali il preruolo è diventata una palestra di sopravvivenza. Siamo di fronte a un sistema che chiede continuità senza offrirla, che pretende eccellenza ma normalizza l’instabilità. Il sapere è prodotto e trasmesso da persone a cui è negata, in larga misura, la possibilità di inscrivere il proprio lavoro in un orizzonte temporale definito.


La conoscenza, per sua natura, richiede durata: accumulazione, sedimentazione, possibilità di errore e revisione. Quando il tempo si riduce a cicli brevi e incerti, anche la qualità della produzione scientifica e didattica tende a modificarsi attraverso un’erosione progressiva della profondità. Un sistema che precarizza chi insegna è un sistema che inevitabilmente indebolisce ciò che insegna. Conseguenze nella ricerca sono che pur generando eccellenze individuali, non si riesce a sostenere eccellenza sistemica.

Il Paese del futuro


La domanda a questo punto è semplice: che Paese stiamo costruendo per i giovani?
Il quadro si fa ancora più netto ed inquietante se si osserva la composizione sociale dell’accesso all’università. In Italia, solo il 30% dei giovani tra i 24 e i 35 anni è laureato, a fronte di una media OCSE del 47%. Ma il dato più rivelatore è un altro: appena il 15% dei laureati proviene da famiglie in cui nessun genitore possiede un diploma di scuola superiore, mentre il 65% ha almeno un genitore laureato. In altre parole, il destino educativo continua a essere fortemente ereditario. L’università, che dovrebbe rappresentare il più potente ascensore sociale, sta diventando un meccanismo di replicazione delle disuguaglianze. Meno risorse significano meno borse di studio, meno servizi, meno strumenti di sostegno per chi parte da condizioni svantaggiate nonché tasse universitarie più alte per gli studenti che pagano.


Il nesso tra queste due dimensioni — precarizzazione interna e selezione sociale — è più stretto di quanto appaia ed è la vera questione. Entrambe derivano da una medesima metamorfosi che abbatte i presupposti stessi della crescita del nostro Paese e nega un futuro migliore ai nostri giovani: il ruolo della conoscenza nel Paese è stato ridefinito e progressivamente ridotto da infrastruttura strategica a costo comprimibile.

La sfida inevitabile


Questo quadro, tuttavia, entra in contraddizione con una ineludibile necessità: la competizione globale si gioca su una innovazione tecnologica che deve innestarsi su una formazione di alta qualità, diffusa ed equa. Un Paese che ambisce a essere competitivo a livello internazionale non può permettersi questa contraddizione. Senza un’università solida, finanziata adeguatamente e capace di offrire prospettive stabili ai suoi lavoratori, questa ambizione resta incompiuta.
In questo scenario, parlare di “formazione di alta qualità” rischia di diventare un esercizio retorico. È come pretendere prestazioni da un’orchestra eccellente costringendola a suonare con strumenti logori e non accordati.


La questione, allora, non è se l’Italia possa permettersi di investire di più nell’università, ma se possa permettersi di non farlo. Continuare su questa strada è una scelta che ha un prezzo enorme, perché la questione universitaria non riguarda un settore ma l’intera società. È una delle forme più alte attraverso cui si misura la capacità di un Paese di pensare il proprio futuro, nel contesto di una prospettiva storica di progresso.

Una voce delle notizie: da oggi sempre con te!

Accedi a contenuti esclusivi

Potrebbe interessarti

Le rubriche

Mimì

Sport

Primo piano

Nessun risultato

La pagina richiesta non è stata trovata. Affina la tua ricerca, o utilizza la barra di navigazione qui sopra per trovare il post.

EDICOLA