I cinque sensi primari: il tatto. Il contatto fisico è il primo con cui entriamo in relazione con il mondo e l’ultimo a lasciarci quando ce ne andiamo
Abbracci, carezze, gesti semplici che da sempre hanno un impatto profondo sul corpo e sulla mente. Il contatto fisico è il primo con cui entriamo in relazione con il mondo e l’ultimo a lasciarci quando ce ne andiamo. Fin dalla nascita, il contatto pelle a pelle tra madre e neonato è fondamentale per stabilire un legame emotivo, per sentirsi al sicuro e amati. È così che il senso del tatto si rivela il più umano e, allo stesso tempo, il più mistico, anche se il più delle volte viene dato per scontato, restando poco conosciuto.
Il tatto nella storia dei sensi
In una panoramica storica sui cinque sensi, il tatto appare solo qua e là, come un senso dimenticato. Del resto, la disputa tra filosofi e scienziati su quale dei cinque sensi fosse quello superiore si è sempre concentrata su vista e udito. Se Aristotele e Platone rispondevano con sicurezza che gli uomini “amano, più di tutti, il senso della vista”, perché “ci fa conoscere più di tutti gli altri e ci rende manifeste numerose differenze tra le cose”.
A differenza del tatto che necessita di maggiore cautela, specie se incline al godimento, perché diventa rischioso o pernicioso. In età illuministica, Etienne de Condillac, nel suo Trattato delle sensazioni del 1754, è dell’avviso che per quanto il senso “che istruisce tutti gli altri” sia il tatto, il più sottile è l’udito, perché “può sentire distintamente più suoni insieme”. Su questi temi, anche Gottfried E. Lessing, nel suo Lacoonte, azzarda una gerarchia delle arti, affermando che se la poesia, che si serve di suoni (e fa quindi capo all’udito), può rappresentare solo eventi successivi, la pittura rappresenta eventi simultanei, che solo la vista è in grado di cogliere. Ed è così che la vista recupera il suo primato.
Il potere primordiale del contatto
Tuttavia, nonostante viva nell’ombra di sensi più celebrati, il tatto percorre tutta la storia della cultura custodendo un potere primordiale: connettere le persone, influenzare l’etica, curare ferite invisibili.
Il tatto nella bibbia e nella fede
Nella Bibbia il tatto è catalogato nella categoria del “conoscere”. Emblematico, a questo proposito, è l’episodio in cui Gesù risorto che appare a Tommaso, lo invita a toccarlo perché si renda conto che è proprio lui. Anche l’evangelista Giovanni, per dare garanzia d’aver conosciuto veramente e profondamente Gesù, ci assicura d’averlo toccato: un “toccare” che evidentemente non è stato solo fisico, ma anche spirituale, di fede. Legata al segno del tatto è anche la storia biblica di Giacobbe e della benedizione che coprirà lui e i popoli discendenti da lui. Si narra che Rebecca, moglie del vecchio e cieco Isacco, che ha sempre preferito il primogenito Esaù, spinga il figlio Giacobbe a farsi benedire dal padre morente dopo averlo “truccato” con una pelle di montone, in modo da farlo sembrare peloso come il primogenito.
È il senso del tatto che guida Isacco, anche se alla fine lo tradirà. Mentre, Sant’Agostino nelle Confessioni era solito dire che il tatto è quel senso che è diffuso in tutto il corpo, preposto alla percezione. È la padronanza del corpo che aiuta a costruire la propria identità, a sviluppare una coscienza di sé necessaria per pervenire al raggiungimento dell’autonomia.
Il valore terapeutico del tocco
Non meno importante è il valore terapeutico del contatto. Ripercorrendo la storia della medicina, che ha oscillato tra il tocco sacro e il distacco scientifico, il contatto umano è il principale strumento di cura: l’esame fisico e il tocco non sono solo strumenti diagnostici, ma anche terapeutici. Lo ricorda la punta del dito di E. T., straordinario personaggio di Steven Spielberg, che si illumina per guarire il taglio che il suo amico Elliott si è fatto sul dito. Perché il contatto diretto con l’altro è un gesto di empatia, che può infondere fiducia e creare una connessione che accompagna nel lungo viaggio verso la guarigione, o talvolta verso la fine del viaggio.
Il trauma del distanziamento durante il Covid
Come dimenticare il periodo del Covid e del lock down: un ottimo banco di prova per saggiare il disagio procuratoci dalla carenza di contatti e gli effetti provocati dalla mancanza di contatto fisico e dell’isolamento prolungato.
Tatto affettivo e memoria emotiva
Tutto ciò vale ancora di più se si pensa alla percezione del tatto affettivo, delle carezze e della funzione della percezione di noi stessi e degli altri. Ulisse, nell’Odissea, cerca invano di abbracciare l’ombra della madre: un gesto struggente che tenta di superare i confini della morte.
Abbracci, carezze, gesti che raccontano l’affettività vissuta in famiglia, che rievocano l’educazione semplice e genuina con la quale si è cresciuti. Gesti fondamentali per la costruzione delle relazioni umane, ma che oggi, in un mondo sempre più digitale, rischiano di essere dimenticati.
Il tatto tra arte e simbolo
È così che il tatto diviene il senso della concretezza, che riesce a trionfare grazie ad una sensualità più morale che lasciva. Una sola immagine vale per tutte: le dita che si sfiorano e si avvicinano nella Creazione di Adamo nel Giudizio Universale dipinto da Michelangelo nella Cappella Sistina. Un simbolo, un segno, un’icona della vita che si appresta a sorgere: da quel contatto tra le due mani, tra gli indici, che sta per avvenire e che poi avverrà, discenderà l’umanità intera. Qui, Michelangelo crea un connubio perfetto tra mente e mano, che rende l’uomo capace di svolgere innumerevoli attività e pronto a trovare soluzioni che lo portano ad avere un controllo geniale nella sua unicità. A prendere in considerazione il forte legame tra mano e mente è anche Maria Montessori che aveva capito l’importanza della “ricchezza percettiva” quale forma dello sviluppo delle capacità mentali.
Mano e mente, un legame profondo
Nel libro Il Segreto dell’Infanzia, la Montessori descrive la mano come un organo fine e complicato nella sua struttura, che permette all’intelligenza non solo di manifestarsi, ma anche di entrare in rapporto con gli altri, perché l’uomo prende possesso dell’ambiente con la sua mano e lo trasforma. È così che il legame tra mano e mente si rivela molto stretto: l’una tocca e l’altra impara in sinergia certosina e nello stesso tempo armonica.
In tal modo, le mani, emancipandosi dalle catene di un’antica schiavitù imposta dalla natura, pur rimanendo lontane dal cervello, sono sempre connesse ad esso in modo talmente accentuato da risultare, come dice Kant, il “cervello esterno dell’uomo”. Questo perché, sarà anche il cervello, con la sua creatività illimitata, ad averci resi unici tra tutte le specie, ma senza la creatività materiale del tatto tutte le grandi idee che escogitiamo sarebbero solo una lunga lista di propositi irrealizzabili.
Le mani come linguaggio universale
Le mani parlano prima delle parole: si tendono, si ritraggono, abbracciano, resistono. Dai graffiti preistorici impressi con le mani nelle grotte, fino ai dettagli realistici nei dipinti rinascimentali, le mani sempre state simboli potenti, capaci di trasmettere significati complessi anche senza l’uso delle parole. Ma, le mani non sono solo benedizione o tenerezza; sono anche resistenza. Un pugno alzato è divenuto una delle immagini più durature del potere collettivo. Dai poster rivoluzionari alla street art contemporanea, le mani serrate in protesta annunciano rifiuto, rabbia, solidarietà. Perché il gesto è già di per sé un linguaggio. Anche se, talvolta, le mani possono risultare anche uno strumento di violenza, di tortura e provocatore di sofferenza. Tutto sta nel come e nel chi le adopera.
Il tatto nell’arte e nella creazione
Così, nonostante la scarsa considerazione di filosofi e scienziati, tante sono le doti e i pregi che si possono accostare al tatto, strumento fondamentale attraverso il quale prima l’essere umano e poi l’artista fa prendere forma alle sue idee. Da sempre, scultori, pittori, ceramisti e artigiani usano il tatto per modellare, plasmare, scolpire e dipingere. La mente pensa e la mano crea. Perché è il tatto che, attraverso le mani, permette all’artista di stabilire un rapporto diretto con la materia, trasformandola attraverso la sensibilità tattile e il controllo del gesto. È ancora una volta Michelangelo a testimoniarlo: con le sue mani del David, del Mosè come pure della Pietà rendendole tangibilmente plastiche non tanto e non solo come una semplice estensione del corpo umano, quanto più per i diversi sentimenti che attraverso esse si intendono comunicare.
Il futurismo e il tattilismo
Anche i Futuristi erano ben consapevoli di queste doti del senso del tatto, propugnando poco più di cento anni fa l’invenzione del “tattilismo” come nuova scienza. Da qui nasce un manifesto del tattilismo che Marinetti scrive esaltando il tatto come il senso più completo e redigendo una lista di azioni finalizzate a educare la tattilità, perché scriveva Marinetti: “Il Tattilismo creato da me è un’arte nettamente separata dalle arti plastiche. […] La distinzione dei cinque sensi è arbitraria e un giorno si potranno certamente scoprire e catalogare numerosi altri sensi. Il Tattilismo favorirà questa scoperta”. Tutto questo permette a Marinetti di esplorare le differenti tessiture, strutture dei materiali, le loro qualità, le loro caratteristiche e le diversità. Nascono così le prime opere d’arte tattili.
Memoria, oggetti e identità
Tutto questo per dire che, private dell’esperienza tattile, le nostre funzioni vitali si spengono. Sfogliare vecchi libri, oppure toccare oggetti, magari regalatici da persone a cui vogliamo bene che non pensavamo nemmeno di possedere, sono tutti canali che incorporano ricordi, aspettative, sentimenti e passioni, sofferenze e momenti di felicità, tracciando alcune linee che alimentano ancor più la nostra continuità storica nel tempo. Ciò accade perché il tatto è l’unica lingua che parliamo tutti in modo istintivo, senza neanche accorgercene. È ciò che ci unisce nella diversità, che ci rende tutti uguali nella disuguaglianza. Che si tratti di benedizione, intimità o protesta, i gesti ricordano che il corpo non è mai silenzioso.
Il tocco nell’era digitale
In un mondo che si affida sempre più alla tecnologia, il tocco resta un fondamentale atto di umanità. Nonostante sia forse il più sottovalutato tra i sensi, la storia del tatto è ancora in corso, perché anche se gli altri sensi possono venir meno, se resta il toccare l’individuo mantiene il contatto col reale, e quindi con sé stesso.


















