20 Aprile 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

20 Apr, 2026

L’incertezza, il motore delle dispute esistenziali

L’incertezza è uno dei concetti più complessi della sociologia contemporanea: non si tratta di “non sapere” ma di una condizione che attiva azioni collettive


Immaginate di svegliarvi una mattina e scoprire che sul tetto della scuola dei vostri figli, o proprio davanti al balcone di casa, è stata installata durante la notte un’antenna per la telefonia mobile. Nessuno vi ha avvisato. Leggete sui giornali che potrebbe essere pericolosa, ma leggete anche che gli scienziati non sono d’accordo. Provate una sensazione di smarrimento, forse rabbia. Cosa fate? Vi rassegnate? Vi informate? Vi organizzate con i vicini?

Questa scena, apparentemente quotidiana, è la porta d’accesso perfetta per comprendere uno dei concetti più complessi della sociologia contemporanea, l’incertezza.

Un grande viaggio teorico

Non si tratta semplicemente di “non sapere”, ma di una condizione strutturale che definisce le nostre società, modella le nostre istituzioni e attiva nuove forme di azione collettiva. Per capire come l’incertezza circoli nel corpo sociale, dobbiamo percorrere un viaggio teorico che parte dai grandi classici della sociologia, attraversa la rivoluzione pragmatica francese e atterra concretamente sui pavimenti delle assemblee di quartiere.

Da problema a struttura della modernità

Per decenni, la sociologia ha trattato l’incertezza come un residuo, un vuoto di conoscenza destinato a essere colmato dal progresso. A partire dagli anni ’80 e ’90, però, tre grandi autori hanno ribaltato questa prospettiva, dimostrando che l’incertezza è il motore stesso della modernità.

Ulrich Beck, con la sua teoria della “società del rischio”, ha mostrato come i rischi contemporanei non siano più esterni o naturali (come un terremoto), ma antropici, prodotti dalle stesse dinamiche dello sviluppo industriale e tecnologico. L’incertezza diventa sistemica. Non possiamo più calcolare le conseguenze a lungo termine delle nostre innovazioni, pensiamo per esempio al cambiamento climatico o, appunto, alle radiazioni elettromagnetiche.

Zygmunt Bauman ha aggiunto una dimensione esistenziale con il concetto di “modernità liquida”. Nella società liquida, le certezze solide del passato – lavoro a vita, legami stabili, identità fisse – si sono dissolte. L’incertezza diventa un’esperienza diffusa che trasforma i cittadini in consumatori, costretti ad autogestirsi e badare alla propria formazione. La biografia diventa un progetto “fai-da-te” in un contesto privo di garanzie.

Infine, Anthony Giddens ha introdotto il concetto di sradicamento. I rapporti sociali vengono estratti dai contesti locali e proiettati su scale globali. Questo genera una sensazione di smarrimento, a cui gli individui rispondono con autoriflessività: devono continuamente interrogarsi e riscrivere la propria storia.

La svolta della sociologia pragmatica

In questa prima fase teorica, l’incertezza appare come un vincolo, una nebbia strutturale in cui siamo immersi. Ma come reagiscono gli attori sociali quando questa nebbia si fa densa? Qui entra in gioco un approccio più originale.
Se i classici vedevano nell’incertezza una condizione da subire o gestire, la sociologia pragmatica francese ha compiuto un passo ulteriore, trasformandola in una risorsa epistemica e politica.

Il nome chiave è quello di Luc Boltanski, fondatore del gruppo di sociologia politica e morale a Parigi, che assieme ai colleghi Laurent Thévenot, Bruno Latour e Francis Chateauraynaud ha sviluppato una “sociologia della critica” che prende sul serio le competenze degli attori sociali. Per Boltanski, l’incertezza non è un residuo da eliminare, ma il dato di realtà principale con cui gli attori si confrontano. Le istituzioni funzionano come dispositivi di riduzione dell’incertezza, ma paradossalmente la riproducono: ogni ordine istituzionale è esposto alla critica, e la critica stessa genera nuova incertezza. Ne risulta un’ «incertezza radicale» che caratterizza la sociazione stessa: non è temporanea, ma persistente e ricorsiva.

Questo approccio ha un’affinità “tardiva” ma profonda con il pragmatismo americano di Peirce, Dewey e James. Come ha mostrato il sociologo tedesco Hans Joas, infatti, entrambi gli approcci condividono un’ontologia non gerarchica e un’epistemologia empirista: la verità non è assoluta, ma si costruisce attraverso la capacità di “passare le prove” pratiche. L’incertezza diventa così il motore della disputa e della costruzione collettiva di senso.

Verifica esistenziale e democrazia reale

Un concetto chiave è quello di “verifica esistenziale”: una forma di conoscenza che nasce dal vissuto individuale, a monte dei processi di istituzionalizzazione. Quando le certezze istituzionali vacillano, è questa verifica esistenziale che può attivare critiche radicali. L’incertezza, dunque, non è solo vulnerabilità, ma spazio dove emerge la capacità degli attori sociali di agire individualmente: è il terreno, in definitiva, su cui si gioca la democrazia reale.

Dalle antenne ai comitati cittadini

Ma come si traduce tutto questo nella vita concreta? Per rispondere, dobbiamo osservare cosa accade quando un’antenna viene installata in un quartiere. L’esempio dei comitati cittadini contro le antenne della telefonia mobile, studiato approfonditamente dalla sociologia pragmatica (in particolare nei casi di mobilitazione a Padova e in altre zone in Italia tra la fine degli anni ’90 e i primi 2000), è l’illustrazione perfetta di questa teoria.

La mobilitazione nasce spesso da un evento percepito come un’ingiustizia procedurale: un’antenna installata «a loro insaputa e in tutta fretta durante la notte, di domenica, durante le vacanze». Questo atto genera un’incertezza immediata. Non è solo una questione tecnica, ma politica: chi ha deciso? Perché non siamo stati consultati?

Quando i cittadini diventano esperti

Di fronte all’incertezza scientifica (gli effetti a lungo termine delle onde elettromagnetiche non erano né comprovati né esclusi definitivamente), i cittadini non si sono limitati a protestare. Hanno attivato quella che i sociologi chiamano appropriazione cognitiva. I comitati spontanei hanno iniziato a sviluppare una forte expertise scientifica, tecnica e giuridica.

I cittadini sono diventati “esperti” del rischio: consultavano medici, studiavano la normativa, raccoglievano dati sulle emissioni. L’incertezza scientifica, invece di paralizzarli, ha funzionato come motore per l’azione collettiva.

Il paradosso della percezione del rischio

Qui emerge un paradosso sociologico affascinante. Nel 2004, il 27% degli italiani considerava l’ “elettrosmog” come il secondo fattore di rischio più pericoloso (dopo il traffico), una percezione raddoppiata in un solo anno. Eppure, come sottolineavano gli studi dell’epoca, «non vi è ad oggi un solo decesso imputabile incontrovertibilmente alle emissioni elettromagnetiche» e l’Italia aveva una normativa tra le più restrittive al mondo.

Per la sociologia classica, questo sarebbe irrazionale. Per la sociologia pragmatica, è perfettamente sensato: l’antenna si carica di una valenza simbolica, diventa un “totem tecnologico” minaccioso. L’incertezza non è solo calcolo di probabilità, è una questione di fiducia nelle istituzioni e di giustizia procedurale.

Il caso eternit e l’incertezza manipolata

Se il caso delle antenne ci mostra come i cittadini gestiscano un’incertezza scientifica “genuina” attraverso la mobilitazione, il caso Eternit rappresenta l’esempio paradigmatico di come l’incertezza possa essere strategicamente manipolata per ritardare la giustizia e proteggere interessi economici. Analizzato approfonditamente da Francis Chateauraynaud con gli strumenti della sociologia pragmatica, questo caso è diventato un laboratorio per comprendere le dinamiche dell’allerta, del rischio e della responsabilità nelle società contemporanee.

La produzione di amianto da parte della multinazionale Eternit in Italia inizia nel 1951 e si protrae fino al 1986. I numeri del disastro sono impressionanti: oltre 3.000 morti accertate, di cui 1.500 solo a Casale Monferrato, una cittadina di 35.000 abitanti. A Casale, come ha documentato la cronaca, «nessun operaio arrivava alla pensione, ma a ogni decesso la direzione incolpava il tabagismo».

Il periodo muto dell’allerta

Il processo penale celebrato a Torino a partire dal 2009 ha rappresentato uno spartiacque, perché ha dimostrato che gli imputati erano mossi dalla precisa volontà di negare o di nascondere la natura cancerogena dell’amianto. Non si trattava quindi di incertezza scientifica in buona fede, ma di una gestione strategica dell’ignoranza.

Chateauraynaud introduce un concetto fondamentale per analizzare questo caso: il “periodo muto” dell’allerta.
In questo lungo periodo, l’incertezza non è semplicemente mancanza di conoscenza, ma un vero e proprio campo di battaglia. Da un lato, sindacalisti, medici del lavoro, operai e associazioni delle vittime cercano di trasformare un problema locale in un caso nazionale. Dall’altro, l’azienda sfrutta le zone d’ombra della scienza per negare o minimizzare i rischi, spostando continuamente l’asticella della prova.

Verità, conflitto e costruzione sociale

La sociologia pragmatica ci insegna che la verità sui rischi non è un dato “oggettivo” che emerge naturalmente dal progresso scientifico, ma il risultato di un processo sociale conflittuale, in cui diversi attori mobilitano risorse, competenze e prove per imporre la propria definizione della situazione.

Incertezza collettiva e azione sociale

Entrambi i casi descritti mostrano come l’incertezza collettiva e individuale siano fortemente interconnesse. Per l’individuo, l’incertezza deriva da un evento spiazzante di natura collettiva e ha un forte carattere sociale perché è collegata al comportamento altrui e alla capacità istituzionale di gestire le crisi.
Le decisioni non sono atomizzate: la selezione delle informazioni passa attraverso le reti di relazioni personali. Il calcolo del rischio è profondamente integrato nel contesto sociale. I comitati diventano luoghi dove l’incertezza viene negoziata, condivisa e trasformata in domanda politica.

Abitare l’incertezza nella democrazia

Ripercorrendo il cammino dai grandi teorici ai comitati di quartiere, emerge un quadro chiaro. L’incertezza non è un vuoto da riempire con più dati scientifici, né un’ansia individuale da curare. È una struttura costitutiva della vita sociale moderna.
Come ci ha insegnato Beck, i rischi sono prodotti della nostra stessa società. Come ha aggiunto Bauman, dobbiamo navigare questa liquidità senza mappe fisse. Ma è con Boltanski e la sociologia pragmatica che comprendiamo il potenziale politico di questa condizione: l’incertezza è il luogo dove le istituzioni vengono messe alla prova e dove i cittadini esercitano la loro critica.

Sia l’esempio dell’eternit che il caso delle antenne ci insegnano che quando le istituzioni non riescono a ridurre l’incertezza garantendo fiducia e partecipazione, i cittadini si organizzano per gestirla collettivamente. Diventano esperti, creano reti, contestano le verità ufficiali.

In definitiva, una società democratica non è quella che elimina l’incertezza, ma quella che possiede gli strumenti per abitare l’incertezza criticamente, trasformandola da fonte di paura a spazio di confronto pubblico. L’incertezza, in quest’ottica, non è il fine della politica, ma il suo terreno necessario.

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