8 Aprile 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

8 Apr, 2026

La premier, il pentito e il racconto spazzatura

Giorgia Meloni nella foto di Report

La foto di Meloni con un presunto referente mafioso scatena lo scontro politico. Critiche a Report e alla narrazione costruita attorno al caso


La trasmissione Report anticipa la pubblicazione di una foto di sette anni fa che ritrae la presidente del Consiglio Giorgia Meloni insieme con Gioacchino Amico, indicato dalla magistratura come referente del clan Senese in Lombardia. Le opposizioni, Cinquestelle e Pd all’unisono, chiedono alla premier di chiarire e contestano l’abolizione dell’abolizione dell’abuso d’ufficio e l’innalzamento delle soglie per gli appalti che, a loro dire, avvantaggerebbero le mafie.

Meloni risponde piccata: «Il mio impegno contro ogni mafia è cristallino, coerente, duraturo. E ciò che abbiamo fatto al governo ne è la prova. Mentre altri liberavano dalle galere i boss mafiosi con la scusa del Covid, noi li arrestiamo e li teniamo dentro con il carcere duro, istituto che abbiamo salvato dallo smantellamento».

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Uno scontro che non cerca la verità

Fin qui i fatti, se di fatti si può parlare. Poiché il presunto scoop giornalistico, e lo scambio di reciproche accuse che ne è seguito, sono tutto tranne che un esercizio di verità fattuale e di onestà intellettuale. Non c’è alcuna verità né onestà nel pubblicare una foto di sette anni fa. Tra la premier e uno dei tanti cercatori di selfie che assediano i politici nelle manifestazioni pubbliche, accreditandola come la prova o l’indizio di una penetrazione della mafia nella geografia sociale di Fratelli d’Italia.

Non c’è alcun rigore professionale nel collegare con illazioni e domande allusive una foto a un presunto passato personale della stessa premier, con una ricostruzione degna del peggior giornalismo spazzatura che fa vergogna alla Rai. Non c’è nessuna lealtà, e nessuna vergogna, da parte di un’opposizione stupidamente faziosa, nel chiedere a Meloni di chiarire ciò che è con evidenza frutto di un’ignobile montatura. E non c’è da ultimo nessun merito, da parte della stessa premier, nel rivendicare un primato morale nella difesa del carcere duro, che tutto è tranne che uno strumento attuale di lotta alla mafia.

La demagogia che rafforza il problema

Perché questo è il punto. La demagogia politica sfoca la realtà, creando una contrapposizione simbolica priva di alcuna valenza scientifica e di qualunque concretezza. Con l’effetto opposto a quello dichiarato: cioè la cronicizzazione delle piaghe sociali che si vorrebbe estirpare. La criminalità assedia ancora il nostro Paese anche perché la politica continua a condividere con essa una sorta di involontaria alleanza. Anziché far seguire alla repressione un’opera di bonifica sociale e di reinserimento dei detenuti nello spirito della Costituzione, ha costruito una categoria di reietti con due strumenti eccezionali divenuti purtroppo la regola: il 41 bis, o carcere duro, come la politica continua a chiamarlo con un’infelice espressione gergale, e l’ergastolo ostativo, cioè il fine pena mai.

Carcere duro ed ergastolo, da eccezione a sistema

La prima misura fu istituita all’inizio degli anni Novanta per impedire che i boss comandassero i loro clan dalla cella in cui erano reclusi. Doveva trattarsi di un rimedio estremo per casi estremi, e per un tempo limitato all’esistenza di un pericolo attuale. È diventato un regime di pena inutilmente afflittivo e permanente per un numero di detenuti che supera le settecento unità, e che certamente non annovera solo boss in grado di esercitare comando e minaccia all’interno delle carceri, ma anche tanti detenuti comuni, costretti a un isolamento disumanizzante e tutt’altro che redentivo. Allo stesso modo l’ergastolo ostativo è divenuto la morte civile per oltre milleduecento detenuti, alle cui famiglie è così negata qualunque residua speranza.

Il paradosso: così si alimenta la criminalità

Misure di questo tipo non hanno alcun significato di deterrenza criminale, anzi producono l’effetto paradosso di replicare tra le generazioni l’asocialità e l’antistatualità, di cui ogni clan si nutre, tramandando ai figli l’odio dei padri. Ogni volta che la sinistra accusa la destra di collusioni con ambienti e interessi presuntamente ambigui, la destra alza la bandiera del cattivismo, quasi che la ferocia fosse il modo migliore per combattere il male.

Antimafia e politica, un’alleanza involontaria

Così la legislazione di emergenza è divenuta la legge ordinaria, così l’Antimafia è divenuto un carrozzone parassitario continuamente percorso da deviazioni e inquinamenti, così lo Stato legale ha instaurato un’inconsapevole alleanza con la mafia che voleva combattere. Il peggior giornalismo e una politica immatura hanno concimato il male nella storia, eternandolo. Salvo riempirsi la bocca nei convegni con la tesi che la mafia è inestirpabile. Di inestirpabile, in questa storia, c’è solo la stupidità.

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