8 Aprile 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

8 Apr, 2026

Crosetto, l’allarme sulla follia della guerra e la dipendenza europea

Guido Crosetto

Il ministro della difesa Crosetto ha parlato esplicitamente del rischio di una guerra “folle”. Ne derivano interrogativi dirimenti sul modo in cui l’Europa (e l’Italia) si confrontano con tale follia


A colpire, nell’intervista di Guido Crosetto al Corriere della Sera, è anzitutto il tono, quasi privo di quelle cautele verbali che di solito proteggono il linguaggio istituzionale. Subito dopo, naturalmente, la sostanza del discorso, che quel tono accompagna. Quando un ministro della Difesa di un governo atlantista, appartenente a una maggioranza che sul rapporto privilegiato con Donald Trump ha investito politicamente molto, richiama Hiroshima e Nagasaki, dice che «il rischio è la follia» e osserva che intorno al presidente americano «nessuno osa contraddire il Capo», che cosa dobbiamo dedurre, se non che nel cuore dell’Occidente si torna a parlare come dentro un sistema che avverte con allarme l’indebolimento dei propri freni?

Il linguaggio di Trump e quello di Crosetto

Trump minaccia distruzioni totali, evoca nuovi attacchi devastanti, spinge il linguaggio della forza fino a una soglia che, fino a ieri, sarebbe parsa impensabile. Crosetto, dal canto suo, adotta il lessico di chi si trova, impotente e allarmato, davanti una catena di comando nella quale la sproporzione è divenuta un registro normale e la minaccia smisurata entra nel governo della crisi come una procedura fra le altre. Il punto, allora, riguarda molto meno il temperamento di un leader e molto di più la qualità del sistema che gli si dispone intorno.

Ancora più significativo è che quelle parole non provengono da un avversario strutturale di Washington, né da un governo che abbia costruito la propria identità sulla diffidenza verso Trump. Provengono, al contrario, da un esecutivo che sulla relazione con gli Stati Uniti ha investito molto e che, proprio per questo, sembra oggi costretto a una sincerità inconsueta. Quando perfino un alleato parla in questi termini, quel che emerge è che la realpolitik europea è arrivata a un punto di verità che non si può più nascondere. L’Europa non possiede la forza necessaria per rompere con l’alleato americano; nello stesso tempo ha perduto la serenità politica che le permetterebbe di archiviare tutto dentro la rassicurante normalità del legame atlantico.

La dipendenza europea (e quella italiana)

L’Italia può rallentare, prendere le distanze, cercare di contenere i danni, perfino negare in casi specifici l’uso delle proprie basi, come è stato fatto. E tuttavia proprio questo doppio movimento – dissociarsi e restare vincolati – che lo stesso Crosetto ha difeso nella sua informativa alla Camera, illumina con particolare chiarezza la condizione reale di un’Europa che non è in grado di convertire il dissenso in autonomia strategica. In questo senso, la voce di Crosetto vale come sintomo della minorità di un continente che coglie il rischio e non dispone degli strumenti politici per sottrarsi davvero alla logica che lo produce. Perciò il tono del ministro non è semplicemente quello di chi vede spalancarsi un baratro.

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Quando dice che oggi conta soprattutto la potenza, e soprattutto quella militare, è difficile confutarlo. Il linguaggio reale del mondo si è riportato verso la forza, l’ultimatum, il fatto compiuto. Le sedi multilaterali appaiono del tutto svuotate e le alleanze garantiscono meno di ieri. In questo quadro, Hiroshima ritorna come spettro, cioè come figura estrema di una civiltà che continua a possedere mezzi di distruzione smisurati e mostra, al tempo stesso, una capacità politica sempre più gracile nel governarli.

L’arbitrio al potere

La questione, allora, supera di molto l’ipotesi – quasi consolante nella sua semplicità – che il mondo sia in mano alla follia di qualcuno. Una diagnosi simile ridurrebbe il problema a una parentesi patologica, come se bastasse isolare alcune personalità per rimettere in asse la storia. Il punto, assai più grave, è piuttosto che il mondo appare di nuovo esposto a un ordine che non sa più contenere la follia del comando personale. Ed è proprio questo che Crosetto lascia emergere, forse involontariamente, con indubbia chiarezza: la percezione, da parte di un alleato, chei contrappesi dell’Occidente abbiano perduto consistenza e che il capo disponga ormai di un margine di arbitrio più largo dei meccanismi chiamati a limitarlo. Gli Stati Uniti restano il perno della sicurezza occidentale; insieme, l’Europa avverte che il linguaggio politico dell’alleato americano si è fatto sempre più impulsivo, più personalistico, meno filtrato dai suoi stessi apparati.

È qui che si colloca il nucleo più perturbante dell’intera vicenda. Il problema, così come emerge dalle parole del ministro, non riguarda soltanto l’America di Trump. Riguarda la forma politica dell’Occidente nel suo complesso, il suo rapporto con il limite, con il compromesso, con la sua capacità di difendersi dall’eccesso di volontà concentrata in un solo centro di comando, una capacità evidentemente assai meno gestibile di quanto, per convenienza, per calcolo, abbia raccontato a sé stessa.

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