16 Maggio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

4 Apr, 2026

Trump inizia la purga: via generali e ministri. La guerra cerca un colpevole

Tra crisi in Iran, scandali interni e tensioni al Pentagono, Trump accelera la purga interna e i licenziamenti ai vertici civili e militari. Una strategia che sa di resa dei conti più che di rilancio


Ha le dimensioni e i contorni di una vera e propria purga, quella scatenata da Donald Trump negli ultimi giorni. Per molti è il sintomo di un’amministrazione sempre più avvitata su sé stessa. Un testacoda legato all’incapacità di trovare una via di uscita dal pantano mediorientale e aggravato dalla personalità e dallo stile di governo del tycoon. Il cui accentramento dei poteri e la cui nota volubilità rischia ora di terremotare l’esecutivo a stelle e strisce. Ieri alla lista dei defenestrati si sono aggiunti nomi importanti degli apparati americani. Il Capo di Stato Maggiore dell’esercito americano, Generale Randy George, è stato pensionato forzosamente assieme a due altri Generali di spicco dell’U.S. Army.

Il segretario della Difesa Pete Hegseth ha giustificato la scelta affermando che Trump desideri dei comandanti più in linea col suo pensiero (a rimpiazzare George dovrebbe essere il suo vice Christopher LaNeve, che fino all’anno scorso era un consigliere dello stesso Hegseth) ma gli ambienti militari hanno digerito male la notizia. Per molti al Pentagono la vera posta in gioco è addossare ai militari di professione le scelte sbagliate in merito alla guerra in Iran.

Le responsabilità della guerra

Fu proprio Hegseth infatti a insistere con Trump che l’operazione che lo scorso febbraio fece esplodere la Terza guerra del Golfo sarebbe stata una passeggiata. Il Pentagono e i servizi segreti invitarono alla cautela, ma il tycoon non ascoltò. Niente di più facile che adesso, con la guerra fuori controllo e pesantemente impopolare, la Casa Bianca abbia deciso di cercare un caprio espiatorio.

Ma se i militari sono finiti sulla graticola, non sono stato certo i primi. Ad aprire le danze era stata Kristi Noem, l’ex governatrice del North Dakota, nominata l’anno scorso come segretaria della Sicurezza Nazionale. Nel suo caso c’era una ragione pregressa, cioè la pessima gestione del caso Minneapolis. In qualità di ministra responsabile dell’Ice, la controversa milizia anti-immigrazione schierata nella principale città del Minnesota per compiere una serie di retate contro i clandestini, fu lei ad attaccare i due cittani americani uccisi dagli agenti federali mentre protestavano pacificamente. Definendoli «terroristi domestici».

Retromarcia e scandali personali

Fu poi costretta a fare marcia indietro dallo stesso Trump, che decretò quindi il ritiro dell’Ice dalla città per evitare un caso mediatico. Lo scandalo che ha investito il marito della stessa Noem, scoperto pochi giorni fa mentre si intratteneva in pratiche sessuali poco ortodosse online, fa pensare anche a una possibile mossa preventiva volta a rimuoverla prima che il suo comportamento diventasse un caso politico (Noem è anche sospettata dai più di intrattenere una relazione extra-coniugale con il suo capo di gabinetto).

Sia come sia, lo scorso 24 marzo è stata messa alla porta. La prima testa ministeriale a saltare dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca. L’ha raggiunta il 2 aprile la ministra della Giustizia Pam Bondi, licenziata in tronco dopo – sembra – aver invano pregato il tycoon di mantenerla nell’amministrazione. Su di lei ha pesato la pessima gestione del caso Epstein, che ha alimentato l’impressione che l’amministrazione Trump stesse cercando di insabbiare un coinvolgimento del presidente dello scandalo sessuale a sfondo pedofilo del finanziere israelo-americano.

I prossimi a rischio

Se dietro questi casi si nascondevano ragioni antecedenti alla guerra, è verosimile che la crescente frustrazione del tycoon di fronte allo stallo bellico possa averlo indotto a un repulisti. Che scarichi sul suo entourage i problemi dell’amministrazione. Presto, altre teste potrebbero seguire lo stesso destino. A rischio, secondo i media americani, ci sarebbero il segretario del Commercio Howard Lutnick, un fan di ferro del presidente ma su cui grava la debacle dei dazi e il mancato accordo commerciale con la Cina; la segretaria del Lavoro Lori Chavez-DeRemer, a cui potrebbero essere addossati i cattivi risultati in termini di inflazione e disoccupazione.

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Nel mirino anche il sottosegretario dell’esercito Dan Driscoll, inviso alle grandi corporation della Difesa; la direttrice dell’intelligence Tulsi Gabbard, il cui passato isolazionista la rende poco consona alla guerra in corso contro l’Iran; e il direttore dell’Fbi Kash Patel, a cui viene attribuito – assieme a Bondi – il disastro mediatico della (non) gestione del dossier Epstein. Le purghe in tempo di guerra, si sa, difficilmente indicano un successo in arrivo ed è probabile che queste non facciano eccezione. Ma forse, invece di dare la caccia ai fantasmi, se Trump cerca un colpevole farebbe bene a guardarsi allo specchio.

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