La polarizzazione del dibattito ha finora bloccato qualsiasi tentativo di modificare l’assetto delle istituzioni, dalla Bicamerale D’Alema-Berlusconi alla riforma della giustizia di Meloni passando per Renzi: ecco perché ribellarsi è l’unica strada verso le riforme
Sarà forse perché Giambattista Vico era italiano ma la sua teoria che la storia avanzi attraverso cicli ripetitivi (“corsi e ricorsi”) è stata confermata dal risultato referendario. Trent’anni dopo la fine della Prima Repubblica, infatti, l’Italia è tornata ad essere, esattamente come allora, un “Paese bloccato”. Irriformabile. Dieci anni fa veniva bocciata la riforma Renzi che aveva il “torto” di semplificare la vita istituzionale abolendo il Senato. Oggi è stata respinta la riforma Meloni che ha avuto il “torto” di voler adeguare l’assetto della giustizia italiana a quello delle più affermate democrazie liberali. In ogni caso l’Italia ha rigettato con forza ogni riformismo istituzionale.
La Prima Repubblica
Corsi e ricorsi. Eravamo ragazzi quando, passati i tre primi gloriosi decenni della ricostruzione postbellica, con gli italiani che si erano trasformati da ladri di biciclette in frequentatori della “dolce vita”, ci siamo improvvisamente accorti che il sistema si era inceppato. Perciò, a quei tempi, proprio mentre le Br uccidevano Aldo Moro, cominciò a diventare attuale l’esigenza di una grande riforma dello Stato.
La politica vecchia e immobile
Ma la politica non se ne mostrava capace. Appariva vecchia e immobile di fronte ad un Paese esuberante, voglioso di stupire il mondo. Ricordate? Con una discreta dose di esagerazione politica ed estetica, il vertice della Democrazia Cristiana veniva paragonato dai media al Politburo dell’Urss. In effetti il nostro sistema appariva colpito da una degenerazione sclerotica delle proprie cellule vitali. Tanto che, alla fine, crollò. Per consunzione: non a causa di Mani Pulite, come molti dissero e dicono. Per conferma basti ricordare che Bossi aveva già scalzato la Dc al Nord ben prima dell’esplodere di Tangentopoli.
La doppia strada
Crollò perché gli italiani si sentivano “più avanti” della loro classe politica. E trovarono di fronte a loro due strade. Da una parte la “rivoluzione giudiziaria”, un ossimoro attraverso il quale la magistratura passò dalla legittima ricerca delle colpe personali all’illegittima messa in stato d’accusa dell’intero sistema politico, cancellando di colpo (unico Paese occidentale al mondo) l’intera classe di governo. Dall’altra la strada della “riforma istituzionale” propugnata da quel Mario Segni che divenne, sia pure per poco, il demiurgo della Seconda Repubblica.
Giustizialismo e riformismo
L’Italia regalò appassionati consensi ad entrambe le strade. Giustizialismo e riformismo si intrecciarono così in un puzzle di sentimenti che ebbe comunque un merito: far sentire gli italiani liberi, con lo sguardo proiettato verso il futuro, un popolo finalmente moderno e maturo. Ma durò poco.
La Seconda Repubblica
La Seconda Repubblica, invece di condurci a Filadelfia o Parigi, ci portò a Beirut. Nel cuore di un inedito “bipolarismo bellico”. Una sorta di “guerra civile virtuale” tra destra e sinistra, berlusconiani e antiberlusconiani, che finì per rimettere in scena perfino le antiquate “pièce teatrali” tra fascisti e comunisti. Altro che modernità! A ben vedere, proprio in Italia fece il suo esordio mondiale quella “polarizzazione radicale” che avrebbe ben presto contagiato quasi tutte le democrazie occidentali, ivi compresa quella americana. Un triste primato.
Il fallimento delle riforme
Nonostante ciò l’esigenza di grandi riforme istituzionali era ormai penetrata profondamente nella cultura politica al punto che, nel 1997, si provò a dar vita a una Bicamerale con la quale D’Alema e Berlusconi tentarono di resuscitare il sacro quanto dimenticato concetto di “bene comune”. Inutile. La polarizzazione ebbe la meglio e certificò il loro fallimento. Si badi: oltre al semipresidenzialismo alla francese fu inizialmente votata (da tutti!) la separazione delle carriere dei magistrati con l’istituzione di due Csm. Corsi e ricorsi, appunto.
Gli effetti della polarizzazione
Da allora, salvo la composizione di due governi tecnici (Monti e Draghi) l’Italia è sempre rimasta vittima di una paralizzante polarizzazione. Ciò che ha sempre impedito a maggioranza e opposizione di collaborare. In nessun caso. Di conseguenza: se né la sinistra (Renzi) né la destra (Meloni) sono riuscite a riformare la Costituzione, e se non ci è riuscita neanche una Bicamerale bipartisan, non si può che arrivare a una sola conclusione: l’Italia è di nuovo irrimediabilmente irriformabile. Proprio come la vedevamo quando eravamo ragazzi.
I cittadini contro il cambiamento
Con una differenza sostanziale: allora era acclarata la responsabilità delle forze politiche, antiquate e immobili. Oggi, invece, le forze politiche (prima Renzi, poi Meloni) il cambiamento lo propongono: ma sono i cittadini, con il loro “no” a impedirlo. Non si tratta di una differenza da poco. Capisco come non sia mai politicamente corretto puntare l’indice contro gli elettori. Eppure una domanda bisognerà pur farsela: la polarizzazione nasce soltanto da un’irrazionale e oltranzista offerta politica oppure è anche figlia di una distorta acquiescenza dei cittadini?
La democrazia immatura
In altri termini: si può discutere all’infinito degli errori commessi da Renzi nel 2016. Così come oggi stiamo discutendo delle colpe del sì e delle bugie del no. Errori, in un caso e nell’altro, assai evidenti e già sottolineati da Alessandro Barbano. Resta però il fatto che se un cittadino, pur d’accordo con l’abolizione del Senato, vota no solo per “cacciare Renzi” oppure, in luogo di ragionare sull’assetto liberale della magistratura, vota no per mandare a casa Meloni, dimostra di essere figlio, e insieme complice, di una “democrazia immatura”.
La responsabilità civica
Non si può più dare sempre la colpa ai partiti. Troppo facile. Bisogna anche che ciascuno sappia assumersi le proprie responsabilità civiche. Altrimenti ogni elettore rischia di “tagliarsi il naso per far dispetto alla bocca” come dicono gli inglesi (che hanno pagato la stessa superficialità al tempo della Brexit). Ebbene se la polarizzazione (com’è ormai evidente) inquina la salute delle nostre democrazie, bisogna che la società civile cominci ad opporsi ad essa con grande forza. Non solo vagheggiando l’araba fenice di un improbabile centro: piuttosto ribellandosi, ciascuno “nel proprio campo”, a quella prigione politica che si chiama demonizzazione dell’avversario.
Ribellarsi alla polarizzazione
Ecco perché tra le tante iniziative referendarie la più innovativa è sembrata quella animata da Barbera, Picierno e Ceccanti che hanno rotto gli schemi e, da sinistra, si sono schierati per il Sì, rifiutandosi alla polarizzazione coatta. Forse è un sogno, ma per restituire valori ed efficienza alle democrazie occidentali sembra ormai necessario un movimento mondiale di ribellione alla polarizzazione. “No kings”, certo, ma anche “no subjects”. Nessun re, ma anche nessun suddito. Perché come ricordava Stephen Hawking: «Siamo noi a creare la storia, non la storia a creare noi».


















