Dal caso Pizzaballa alle tensioni politiche italiane, fino alla riemersione dell’antisemitismo: un episodio locale illumina pregiudizi populisti globali che danneggiano Israele
Fuori dall’Italia, l’episodio che ha visto coinvolti il Patriarca latino di Gerusalemme, Pierbattista Pizzaballa, e monsignor Francesco Ielpo non occupa il centro delle cronache, ma è comunque rivelatore di una sensibilità diffusa che incide non poco nelle vicende della guerra iniziata il 7 ottobre 2023 da Hamas. Anzitutto, il piano della cronaca. Messa da parte l’idea di una discriminazione mirata da parte dello Stato ebraico alla comunità cattolica, che – a dire il vero – trova in Israele uno dei pochissimi luoghi dell’area dove gode dei pieni diritti, va detto che l’episodio rivela strutturali difetti di comunicazione delle autorità israeliane, per cui la sicurezza prima di tutto, chiunque sia coinvolto.
Come scritto esplicitamente nel comunicato diramato dalle stesse autorità israeliane, il divieto di svolgere cerimonie religiose durante una guerra in cui l’avversario spara con bombe a grappolo solo su obiettivi civili è sottoposto ad alcuni vincoli di sicurezza rivolti a tutte le comunità, comprese quelle ebraiche e musulmane, in questi giorni impegnate nella celebrazioni per la fine del Ramadan e per Pesach.
La reazione italiana tra percezioni e realtà
Risolto il problema in loco con l’impegno del presidente Herzog e del premier Netanyahu a trovare luoghi adeguati per lo svolgimento della Pasqua cattolica, resta da affrontare la reazione che ha suscitato dalle nostre parti, dove è scattato immediatamente il riflesso, condizionato da secoli di incrostazioni culturali, dello Stato ebraico crudele, che vorrebbe ribadire la sua sovranità assoluta sulla Terra Santa. Naturalmente, nonostante l’attuale governo, non esiste alcun segno legislativo che sia andato in quella direzione, ma nel caso di Israele il pregiudizio è talmente radicato da trovare conferma anche in atti spiegabilissimi con la semplice osservazione, però completa, della realtà.
Il dato politico che emerge da questa reazione è il posizionamento del governo italiano, che ha ribadito con ancor maggior forza la distanza dal governo israeliano già emersa nei mesi scorsi dalla posizione del ministro Crosetto, che rivendica di essere il ministro della Difesa europeo più critico nei confronti di Tel Aviv. Se già allora la posizione governativa appariva un’inversione a U rispetto all’ambiguo supporto della destra ad Israele dell’era post 11 Settembre, da alcuni interpretata come un cedimento agli umori delle piazze, si può scorgere in questa nuova traiettoria del governo Meloni il riflesso di un fenomeno più ampio e inquietante per il futuro dello Stato ebraico.
Populismo e convergenze ideologiche
Tucker Carlson docet: nella destra populista è in atto un’opa ostile contro le destre governative che usa l’odio antiebraico per accreditarsi. Meloni si sta guardando da Vannacci? Il tema è ancor più scivoloso per Israele e l’ebraismo europeo, se si pensa che gli argomenti anti-israeliani di Vannacci sono gli stessi dell’estrema sinistra. Coincidenza degli opposti che ha trovato la sua plastica rappresentazione nell’ospitata di Francesca Albanese nel podcast proprio di Carlson.
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Insomma, questo episodio da baruffe chiozzotte italiane rivela un intreccio ideologico che, oltre a dover far scattare l’allerta nella diplomazia israeliana, rischia di approfondire il solco con le comunità ebraiche occidentali, che hanno già dovuto assistere a un’impennata senza precedenti degli episodi di antisemitismo. Infine, il piano culturale: l’antisemitismo si è ancora rivelato, con distacco, il pregiudizio più radicato nella storia occidentale. Al suo confronto impallidiscono l’odio per le forme più retrive di autoritarismo, da non pochi oggi intese come forme di resistenza partigiana, e l’anticlericalismo all’amatriciana de noantri.



















