Le forze di governo votano a Strasburgo a favore della direttiva anticorruzione, dimostrando di essere tornati al vecchio giustizialismo dopo la sconfitta alle urne
Tre giorni dopo il referendum, il dato più scoraggiante riguarda soprattutto il clima che la sconfitta dei Sì ha prodotto. È come se il voto non avesse soltanto fermato una riforma che il Paese attendeva da decenni, ma avesse congelato qualunque aspirazione riformatrice. Come se dal verdetto delle urne fosse uscita una sorta di pedagogia regressiva. Per mesi, infatti, la destra governativa ha raccontato la riforma come una svolta decisiva, quasi il cardine di una nuova stagione. Dopo la sconfitta, però, non ha rilanciato. Si è limitata a cercare colpevoli. Meloni ha subito imboccato la via della purificazione interna: prima le dimissioni di Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi, poi la richiesta pubblica a Daniela Santanchè di fare un passo indietro. Il senso politico dell’operazione è fin troppo evidente: offrire una risposta morale a una sconfitta politica.
Non c’è dubbio che la maggioranza abbia perso anche perché una parte rilevante dell’elettorato ha percepito la campagna referendaria come uno scontro frontale con la magistratura, come una prova di forza, una resa dei conti condotta più col linguaggio dell’invettiva che con quello della persuasione. Così per molti elettori il referendum è diventato un giudizio sul metodo politico del governo più che sul merito della riforma. Eppure, una volta incassato il colpo, la risposta del governo si è piegata alla stessa grammatica moralistica che aveva alimentato il No, sacrificando le sue figure simboliche più sacrificabili (nemmeno legate direttamente alla sconfitta referendaria, tra l’altro, nei casi di Delmastro e Santanchè).
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La direttiva anticorruzione
Di questo avvitamento all’indietro si è avuta conferma giovedì, a Strasburgo, dove il Parlamento europeo ha approvato la direttiva anticorruzione che introduce una fattispecie di “esercizio illecito di funzioni pubbliche” e che comporterà la necessità di reintrodurre almeno le forme più gravi dell’abuso d’ufficio. Ebbene, hanno votato a favore, insieme a quasi tutti gli italiani presenti in aula, anche gli eurodeputati di Fratelli d’Italia e la maggioranza di centrodestra che nel 2024 aveva abolito l’abuso d’ufficio in nome della modernizzazione e del garantismo. Così, dopo la sconfitta referendaria e nel mutato clima politico, la stessa area vota in Europa un testo che riapre quel capitolo.
È come se il nastro della storia si fosse riavvolto, lasciando riemergere la matrice della destra giustizialista, segno evidente che quel garantismo animatore della riforma sulla giustizia aveva i piedi d’argilla. Da un governo che aveva investito così tanto su quella riforma ci si sarebbe, infatti, aspettato ben altro. Un’autocritica seria, anzitutto. Una riflessione sugli errori di campagna, sul linguaggio esondante, sull’incapacità di spiegare il merito del quesito senza trasformarlo in una guerra di religione. Poi, soprattutto, un rilancio riformista che dovrebbe coinvolgere pubblica amministrazione, liberalizzazioni, sanità, scuola, produttività, concorrenza, qualità della spesa pubblica. Invece nulla. L’orizzonte si è ristretto alla manutenzione del danno.
Il vuoto a sinistra
Il vuoto, però, non riguarda soltanto la destra. Anche la sinistra ha dato una prova di inconsistenza strategica. Si è compattata sul No, ha celebrato il risultato come una vittoria di civiltà costituzionale, poi si è subito lacerata sul tema della leadership. È la solita scena italiana: il giorno dopo una battaglia vinta ci si divide sull’incasso politico, senza affrontare davvero il nodo che la battaglia aveva portato allo scoperto. E intanto, in vari ambienti progressisti, si va diffondendo uno stigma verso chi a sinistra ha votato Sì, quasi un clima da linciaggio social, come se il dissenso riformista debba essere trattato come una colpa morale.
Così, da una parte e dall’altra, il bipolarismo italiano mostra la sua impotenza. Non produce cambiamento, e ogni riforma diventa un processo alle intenzioni. La sconfitta genera epurazioni, la vittoria alimenta narcisismi di schieramento. E in questo teatro esausto il Paese resta fermo. La verità è che il referendum sulla giustizia ha spalancato una questione molto più ampia della giustizia stessa. Ha mostrato che l’Italia fatica ormai a pensare il riformismo come una paziente opera di correzione delle istituzioni. Lo immagina come strappo, vendetta, resa dei conti, oppure lo rifiuta in blocco come minaccia. In entrambi i casi il risultato è lo stesso: immobilità. E dentro l’immobilità avanzano i poteri di interdizione, le burocrazie autoreferenziali, le rendite di posizione, i blocchi corporativi che vivono benissimo nel Paese fermo e anzi ne hanno bisogno. Si annunciano tempi duri, dunque, per il riformismo.
Il bisogno di nuovi soggetti politici
Non solo per quello della giustizia, ma per il riformismo italiano in quanto tale. Manca una forza capace di tenere insieme garanzie e decisione, diritti e responsabilità, legalità e modernizzazione. Manca una cultura politica che sappia sottrarsi sia alla devozione giustizialista sia al garantismo d’occasione. Manca, soprattutto, la volontà di parlare agli italiani come cittadini adulti, non come spettatori da mobilitare con la paura o con la rabbia. A meno che, in questo deserto, non si facciano avanti soggetti nuovi, politici e culturali, capaci di costruire convergenze su un’agenda minima di riforme serie. Altrimenti l’alternativa è già davanti a noi: un’Italia che si avvita, che si riporta indietro da sola, una nuova notte della Repubblica che scende con un lento spegnersi della fiducia nella possibilità stessa di cambiare. Cercasi idee disperatamente, allora. Perché un Paese incapace di riformarsi non si limita a restare fermo, è destinato a un drammatico declino.


















