26 Marzo 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

26 Mar, 2026

Accoltellata da 13enne, Vicari: «Se ne parlerà, poi il silenzio. Fino al prossimo episodio»

Stefano Vicari

Il neuropsichiatra infantile: «Due o tre giorni di attenzione, poi tutto sparisce». L’allarme su scuola, famiglie e prevenzione: «Non basta punire, bisogna educare».


«Ricorderà che proprio io e lei ne abbiamo parlato pochi mesi fa. E siamo di nuovo qui, a discuterne, senza che sia cambiato nulla». Stefano Vicari, neuropsichiatra infantile e professore ordinario all’Università Cattolica, parte da qui, con un certo sconforto, nel trovarsi ancora una volta a dover interpretare un gesto violento che chiama in causa dei minori.

Difficile darle torto.

«Si è parlato di La Spezia, si è varato un decreto sicurezza, poi tutto è uscito dal dibattito pubblico. Oggi si ripartirà da Bergamo per due o tre giorni, e poi di nuovo il silenzio, almeno fino al prossimo episodio».

Che cosa porta un ragazzo di tredici anni a un gesto così violento?

«Non sempre gli episodi di violenza sono sostenuti da un disturbo mentale. A volte si tratta di ragazzi che compiono gesti gravissimi, segnati da crudeltà e prevaricazione, come accade anche nel mondo degli adulti. Certo, il modo in cui la violenza si manifesta si apprende quasi sempre in un contesto, anche quando non si nasce con un temperamento aggressivo. Basta guardarsi intorno. Vediamo guerre e violenze ogni giorno. È difficile crescere in un mondo in cui la violenza non viene davvero stigmatizzata e, in qualche misura, finisce per essere tollerata».

Altra domanda scontata, ma necessaria. Che cosa bisognerebbe fare?

«Forse, più che dei decreti sicurezza, dovremmo preoccuparci di come favorire una crescita equilibrata dei ragazzi. Dovremmo offrire contesti di vita in cui la scuola sia un luogo capace di costruire relazioni positive e in cui ci sia un’attenzione concreta anche alla famiglia. Non mi riferisco alle discussioni politiche su quale debba essere la forma della famiglia. Mi riferisco piuttosto al fatto che padri e madri dovrebbero poter stare con i figli, occuparsi della loro crescita, non vivere schiacciati dagli affanni quotidiani. Se i genitori sono costretti a lavorare dalle otto del mattino alle otto di sera, i ragazzi restano soli. Mancano gli asili nido, la scuola pubblica è in sofferenza, resta aperta per pochi mesi l’anno, e invece dovremmo immaginare spazi pensati davvero per i ragazzi. Gli approcci educativi fanno la differenza».

C’è chi propone di punire i genitori.

«Siamo sicuri che, punendo i genitori, si risolva il problema? Del resto, questa impostazione era già contenuta in precedenti decreti sicurezza. Certamente dobbiamo aiutare i genitori a essere educatori attenti, capaci di accorgersi di ciò che accade in casa e nella vita dei figli. Ma perché questo avvenga bisogna che il nostro Paese metta davvero al centro dell’agenda i bisogni dei bambini e degli adolescenti. Il primo punto è questo. Mettere i genitori nelle condizioni di essere genitori responsabili. E dunque dare loro anche il tempo per occuparsi dei figli».

Servono servizi efficienti per consentirlo.

«Una volta esistevano i consultori. Non si tratta di rimpiangere il passato, ma di riconoscere che c’erano luoghi in cui i genitori potevano trovare aiuto, se ne avevano bisogno. In molti territori tutto questo è stato smantellato e oggi non c’è più nulla. Dobbiamo chiederci con onestà se i bisogni dei bambini e degli adolescenti siano davvero al centro della nostra attenzione».

Una questione delicata. In questi casi come bisogna comportarsi con il ragazzo?

«Questo ragazzino naturalmente va sanzionato, perseguito secondo le regole, va chiamato a rispondere di ciò che ha fatto. Non sto affatto giustificando il gesto, né facendo dello psicologismo, come se fosse sempre e solo colpa degli adulti.

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Però resta una domanda decisiva. Come preveniamo tutto questo? Come facciamo a evitare che io e lei, fra sei mesi, ci ritroviamo ancora una volta a fare un’intervista identica a questa? Chiunque abbia figli a scuola conosce bene il clima in cui la violenza può nascere e diffondersi».

Come possiamo prevenire e capire?

«Possiamo sperare di prevenire soltanto educando. Educando al dialogo, prima di tutto. Il punto è che tutto questo si inserisce in un contesto che usa la violenza come linguaggio di fondo, quasi come un codice normale della convivenza. E in questo modo finisce, almeno in parte, per legittimarla».

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