Tra richieste inconciliabili e accuse reciproche, Stati Uniti e Iran trasformano il negoziato in uno scontro politico: la distanza resta abissale mentre la guerra continua
Più che di negoziato finora la parentesi interlocutoria tra Stati Uniti e Iran aperta da Donald Trump lunedì scorso sembra essersi ridotta alla pubblicazione contrapposta delle condizioni che i due Paesi intendono imporre all’altro come precondizioni per sedersi al tavolo di pace. Del resto, è difficile parlare di trattative finché le bombe continuano a cadere, i negoziatori non si incontrano. E addirittura una delle due parti insiste nello smentire i contatti rivendicati dall’altra parte. Non restano così che i “pizzini” sventolati più come bandiere di guerra che come documenti negoziali.
Le richieste iraniane
L’ultimo in ordine di tempo è stato quello presentato, in cinque punti semplici e snelli, dall’Iran nella giornata di ieri, come risposta alle richieste americane. I cinque punti fondamentali posti da Teheran sono molti. La cessazione totale degli attacchi contro l’Iran e degli omicidi mirati diretti alla leadership iraniana da parte degli Stati Uniti e di Israele. L’istituzione di garanzie internazionali concrete e solide affinché Washington e Tel Aviv non possano effettivamente riprendere le ostilità contro l’Iran attraverso nuovi attacchi a sorpresa. Il riconoscimento dell’illegalità dell’aggressione israelo-statunitense e il pagamento di riparazioni di guerra che compensi le distruzioni subite dall’Iran. La conclusione delle ostilità non soltanto contro l’Iran ma anche contro Hezbollah in Libano e le milizie filo-iraniane in Iraq. Infine, il riconoscimento internazionale, attraverso un format adeguato da individuare in sede negoziale, dei diritti sovrani dell’Iran stesso sopra lo stretto di Hormuz.
Va notato che rispetto alle prime bozze circolate, l’Iran sembra aver moderato le sue richieste rinunciando alla chiusura delle basi americane in Medio Oriente. E al processare i responsabili dell’attacco del 28 febbraio scorso per crimini di guerra. Per gli Ayatollah e i Pasdaran, i cinque punti citati rappresentano le basi minime per potersi garantire una sicurezza e un futuro.
Il significato politico delle richieste
Aldilà della cessazione delle ostilità infatti, il pagamento dei danni di guerra da parte degli Stati Uniti significherebbe per Washington l’ammissione di una sconfitta cocente, nonché – per la prima volta nella sua storia – del riconocimento dell’illegalità della propria aggressione. Non solo, ma il riferimento alle garanzie e allo stretto di Hormuz implicano una ratifica a livello internazionale della “nazionalizzazione” del tratto di mare. Tratto di mare che, in teoria, sarebbero acque non territoriali. E dunque l’accettazione della vittoria dell’Iran nella guerra da parte della comunità internazionale. Per gli Stati Uniti si tratterebbe della più umiliante sconfitta strategica mai patita per mano di un avversario.
Anche per questo la ricetta auspicata da Washington è ben diversa. I quindici punti proposti invece da Donald Trump, possono fondamentalmente riassunti del seguente schema: l’Iran dovrebbe rinunciare ai propri programmi nucleare e missilistico nelle loro declinazioni militari, con la demolizione dei siti nucleari sotterranei, la consegna dell’uranio arricchito a dei supervisiori internazionali e l’imposizione del disarmo dell’arsenale missilistico iraniano. In cambio gli Stati Uniti offrirebbero il ritiro delle sanzioni economiche contro Teheran. Tutto il resto dovrebbe essere riportato allo status quo ante-bellico, con la riapertura di Hormuz e il ritorno delle truppe americane nel Golfo Persico.
Le richieste su alleanze e influenza regionale
Inoltre, l’Iran dovrebbe acconsentire a fermare il sostegno ai propri alleati, come Hezbollah e gli Houthi yemeniti. Tuttavia, mentre gli Ayatollah si sono sempre dimostrati disponibili – in linea di principio – a discutere del proprio programma nucleare, riconoscendo le implicazioni di quest’ultimo sulla sicurezza di altri Paesi, le condizioni proposte dagli Stati Uniti sono probabilmente troppo esigenti per essere accettate. Demolire infatti le proprie centrali nucleari, dopo aver speso decenni per costruirle, significherebbe non solo rinunciare all’unico elemento di deterrenza nei confronti del nemico americano. Ma anche il riconoscimento implicito dell successo dell’aggressione americana.
Allo stesso tempo, Teheran ritiene che nessuno possa imporre limitazioni agli armamenti convenzionali di un Paese sovrano e rifiuta da sempre di discutere del proprio programma missilistico. Per gli iraniani il discorso è semplice: gli aggressori americani e israeliani hanno attaccato crudelmente il Paese per cercare di disarmarlo manu militari e il fatto che ora chiedano esattamente questo come obiettivo in sede negoziale significa implicitamente riconoscere il fallimento della propria campagna militare.
Diffidenza e rifiuto del negoziato
Non c’è dunque, da parte di Teheran, alcun vantaggio nel capitolare e offrire su un piatto d’argento a Trump la ragione per cui è sceso in guerra, oltrettutto scambiando qualcosa che in caso di ripresa delle ostilità non recupererebbero mai (il programma nucleare e missilistico) con qualcosa che gli americani potrebbero ripristinare in pochi minuti (le sanzioni). Non a caso, secondo i media iraniani, la proposta Trump – veicolata a Teheran attraverso i mediatori pakistani – sarebbe stata respinta come irricevibile da parte degli Ayattolah.
LEGGI Iran a Trump: «State negoziando da soli». Piano Usa in 15 punti e 2mila soldati in arrivo
L’Iran considera in fondo l’apertura di Trump un falsa pista, per ingannare ancora una volta i negoziatori iraniani prima di un nuovo attacco a sorpresa. E non intende dare troppo credito alla prospettiva di un negoziato. Come dice il vecchio adagio, fregami una volta e la colpa è tua, fregami due volte e la colpa è mia. Il regime iraniano, tra le sue molte responsabilità, non vuole certo anche quella di aver creduto un’altra volta a Donald Trump. E così, conscio del prezzo altissimo pagato dalla propria stessa popolazione nella guerra in corso, tiene il punto. Per mandare un messaggio chiaro: che la guerra costa cara a chi la fa, e che il tycoon – se vuole la pace – dovrà pagare, tutto e subito.


















