25 Marzo 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

25 Mar, 2026

Iran-Stati Uniti, i mediatori delle pause: la pace si ferma sul nodo Hormuz

Tra aperture diplomatiche e sfiducia reciproca, i negoziati si muovono. La pace resta ferma sul nodo Hormuz, epicentro della crisi tra Iran e Stati Uniti


La parola ai mediatori? Dopo l’inattesa apertura ai negoziati di Trump lunedì scorso, a poche ore dallo scadere dell’ultimatum con cui aveva minacciato di colpire le centrali elettriche iraniane, il mantra odierno in Medio Oriente sembra lasciare spazio agli sherpa internazionali. Quali e quanti però non è dato sapere.

Sono molti infatti gli attori che, complice la situazione di crisi energetica ed economica scaturita dalla crisi del Golfo, negli ultimi giorni hanno cercato di proporsi come facilitatori di una possibile negoziato di pace.

A cominciare dall’Oman.Il piccolo Paese della Penisola Arabica che ha sempre svolto il ruolo di ospite e mediatore tra Stati Uniti e Iran durante i precedenti contatti diplomatici.

Il sultanato stava svolgendo questo ruolo quando, il 28 febbraio scorso, gli americani interruppero bruscamente le trattative per lanciare un attacco a sorpresa contro Teheran. Anche altri Paesi del Golfo, come il Qatar, già negoziatore durante i colloqui Hamas-Israele, hanno premuto per sedersi al tavolo dei negoziati se non altro per fermare gli attacchi contro il proprio territorio. Tuttavia, proprio la difficile posizione di Doha la rende un partner troppo coinvolto per giocare il ruolo di mediatore.

L’Unione Europea ha proposto una soluzione volta a garantire l’apertura dello stretto di Hormuz alle esportazioni energetiche. Sulla falsariga di quanto realizzato nel Mar Nero con il grano russo e ucraino, sotto l’egida delle Nazioni Unite. Tale soluzione però richiederebbe come precondizione una tregua tra Teheran e Washington, che ovviamente presuppone un’intesa politica al momento assente.

Cina e Russia tra interesse e cautela

Ci sono poi i grandi alleati del regime iraniano, vale a dire Cina e Russia, su cui alcuni osservatori hanno immaginato di poter riporre le speranze di una mediazione, magari in cambio della ripresa delle esportazioni di petrolio arabo verso l’industria cinese o di contropartite in Ucraina. Tuttavia, Pechino e Mosca, pur interessate a una de-escalation, hanno insistito sulla necessità che l’aggressione contro l’Iran venga prima fermata.

Turchia e Pakistan, mediatori possibili

L’ultima opzione rimasta è quella delle potenze regionali musulmane confinanti con Teheran ma non ostili a quest’ultima: Turchia e Pakistan. Sia Ankara che Islamabad hanno confermato di aver mantenuto contatti con entrambi gli schieramenti e di stare cercando di favorire un intendimento diplomatico. Entrambi i Paesi hanno legami storici con le nazioni arabe del Golfo e il desiderio di esercitare una maggiore influenza sugli affari regionali. Accreditandosi come ago della bilancia del Medio Oriente.

Ieri Trump ha lasciato trasparire di stare battendo proprio questa strada. Condividendo un post del primo ministro pakistano Shehbaz Sharif con cui il leader di Islamabad offriva il Pakistan come terreno d’incontro tra le due parti. Confermando così le voci che parlano di un possibile incontro a Islamabad tra i rappresentanti iraniani e quelli americani. Gli analisti militari hanno rilevato una sensibile riduzione dei lanci di missili iraniani contro i Paesi arabi del Golfo, a fronte di un aumento di quelli diretti contro Israele. Interpretandolo come un segnale di apertura di Teheran nei confronti dei propri vicini arabi.

Eppure, nonostante questo, la strada della pace sembra – a un’occhiata più attenta – meno solida di quanto non appaia in un primo momento. I media e i funzionari iraniani insistono nell’affermare di non avere alcuna fiducia in Trump quale interlocutore, citando la sua instabilità e il fatto di aver a più riprese tradito i negoziati in corso per lanciare attacchi a sorpresa. Per Teheran l’apertura del tycoon denota solo le sue difficoltà, non la sua volontà di uscire dal conflitto.

Condizioni iraniane e linea dura

Al contrario, il fatto di averlo condotto a questo punto appare ai Pasdaran la conferma che la propria strategia di pressione stiacontribuendo a mantenere compatto il fronte interno e diviso quello esterno. Nessuna ragione, dunque, per concludere le ostilità a qualcosa di meno dell’accoglimento delle condizioni di Teheran. Scuse ufficiali da parte di Trump, pagamento di riparazioni di guerra per i danni subiti, riconoscimento del controllo iraniano su Hormuz, fine dell’invasione israeliana del Libano. E smantellamento delle basi Usa nel Golfo Persico.

Allo stesso tempo, Trump sa di essersi cacciato in un guaio serio e che concludere adesso la guerra con gli iraniani in possesso di Hormuz significherebbe ammettere una sconfitta cocente per gli Stati Uniti. Senza un arretramento negoziale da parte di Teheran, una nuova prova di forza si delinea inevitabilmente all’orizzonte. Ragioni condivise del resto anche con Israele e con i sauditi e gli Emirati Arabi Uniti, che dopo la prova bellica migliore di quanto ci si aspettasse degli iraniani sono giunti alla conclusione di dover portare la guerra fino in fondo.

LEGGI Iran, missili su Tel Aviv. Escalation nel Golfo, i Paesi arabi si muovono

Come già avvenuto in Ucraina, i negoziati rischiano di trasformarsi nell’ennesimo gioco delle parti, nella farsa a favore di telecamera (e dei mercati) da parte di Paesi in realtà intenzionati a proseguire le ostilità. Media-attori più che mediatori. col rischio che in ultima analisi aprire i negoziati non coincida con aprire Hormuz e tanto meno con chiudere la guerra.

Una voce delle notizie: da oggi sempre con te!

Accedi a contenuti esclusivi

Potrebbe interessarti

Le rubriche

Mimì

Sport

Primo piano

Nessun risultato

La pagina richiesta non è stata trovata. Affina la tua ricerca, o utilizza la barra di navigazione qui sopra per trovare il post.

EDICOLA