La scomparsa di Alì Larijani, figura chiave della Repubblica Islamica d’Iran, riapre la competizione interna tra le élite. Modificando gli equilibri di potere e rafforzando le ali più dure verso ipotesi negoziali con l’Occidente
Nel complesso sistema di pesi e contrappesi della politica interna iraniana alcune famiglie molto influenti giocano un ruolo centrale. Khamenei e Khomeini, ovviamente, sono due cognomi importanti e che smuovono reti clientelari per tutto il Paese. Andando dai vertici delle Forze Armate fino alle sedi delle maggiori aziende iraniane. Un’altra di queste importanti famiglie è quella dei Larijani, da anni al centro della vita politica della Repubblica Islamica.
Questa famiglia, nota in tutto l’Iran, ieri ha perso il principale dei propri esponenti. Alì, segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale e un tempo fedelissimo della Guida Suprema Alì Khamenei. E con la sua morte, la partita politica interna al Nezam (il Sistema islamico) si è riaperta con irruenza. Nonostante le bombe che continuano a martellare le principali città del Paese.
Il ruolo centrale della famiglia Larijani
Pur non essendo dei sayyid – discendenti del Profeta – i Larijani sono tra gli attori politici più rilevanti in Iran. Non soltanto tra le fila del clero sciita. Dei cinque figli maschi di Mirza Hashim Amoli Larijani, noto Ayatollah iraniano vissuto tra Qom, Teheran e Najaf e “fondatore” della dinastia, tre hanno ricoperto ruoli di spicco per il Nezam. Alì, come detto, è stato figura di riferimento di una certa ala principalista della politica iraniana. Oltre ad esser stato l’uomo della Guida Suprema Alì Khamenei all’interno del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale.
Suo fratello maggiore Mohammad Javad, invece, è un importante matematico e accademico ed è stato tanto parlamentare quanto uomo di collegamento tra l’ufficio della Guida Suprema e il Ministero degli Esteri. Organo spesso considerato fin troppo indipendente dalle figure più vicine alla Guida. Per molto tempo Mohammad Javad è stato, assieme al fratello Alì, uno dei più influenti consiglieri di Khamenei. Il più giovane dei cinque, Sadegh, ha invece seguito le orme del padre frequentando e laureandosi al seminario di Qom, divenendo un influente chierico.
Negli anni ha servito nel Consiglio dei Guardiani, come capo della magistratura iraniana ed è oggi il presidente del Consiglio per il Discernimento. L’organo che si occupa di dirimere le controversie e gli eventuali conflitti di attribuzione tra il Parlamento e il Consiglio dei Guardiani. Il clan Larijani, dunque, è particolarmente influente nel Paese, tanto da esser finita più volte al centro di attacchi politici da parte degli oppositori della dinastia.
Le accuse e lo scontro con Ahmadinejad
Nel 2013 l’allora presidente Mahmoud Ahmadinejad portò all’attenzione del Parlamento importanti accuse di corruzione contro il clan. Accusato di gestire un’enorme rete clientelare amministrata proprio dai fratelli Larijani – e in particolare Fazel, accademico ed ex diplomatico. Accuse finite nel dimenticatoio, probabilmente non in minima parte grazie ai contatti della famiglia, alle entrature di Alì e Sadegh e alla perdita d’influenza di Ahmadinejad.
Una delle fazioni rivali dei Larijani è proprio quella che ruotava, e in minima parte ruota ancora, attorno ad Ahmadinejad. Entrambi i gruppi fanno parte dell’ala radicale e principalista, ma la famiglia Larijani resta molto più legata alle strutture tradizionali del Nezam e alla figura della Guida Suprema. Mentre l’ala di Ahmadinejad è progressivamente diventata sempre più indipendente e concentrata sull’aumentare i poteri della presidenza. Con la morte di Alì, il più importante membro del clan, e di Alì Khamenei, anch’egli oppositore di Ahmadinejad, è possibile che il bilanciamento di potere interno ai radicali sia mutato.
Anche se la nuova Guida Mojtaba Khamenei resta un erede diretto del padre anche come linea politica, e dunque rimane un avversario importante per i principalisti a favore di una presidenza più potente. Proprio Khamenei, probabilmente, è la figura che esce più rafforzata dalla morte di Larijani. Nonostante la comune appartenenza politica, i due si trovavano in rotta di collisione fin dallo scoppio della guerra.
Le tensioni interne e le alternative mancate
Secondo indiscrezioni circolate sui media iraniani e internazionali, Larijani avrebbe infatti spinto, durante la fase di nomina della nuova Guida Suprema, per una figura più moderata e pragmatica, qualcuno come Hassan Khomeini, nipote del fondatore della Repubblica Islamica, o addirittura per un riformista come Hassan Rouhani. Un gesto che non è passato inosservato, aprendo una frattura tra le due fazioni.
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Paradossalmente, dunque, la morte di Alì finisce per indebolire il fronte più aperto al negoziato. Rafforzando due ali del panorama politico iraniano vicine a leader oltranzisti e decisi a proseguire la guerra ad ogni costo. Per questo motivo, ci sono pochi dubbi sul fatto che quanto fatto da Israele non sia andato a favore degli Stati Uniti. Alla disperata ricerca di un exit strategy accettabile. Ma senza Alì una delle fazioni più disponibili al negoziato si indebolisce, aprendo la strada a nuovi equilibri che difficilmente favoriscono la pace.




















