5 Marzo 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

5 Mar, 2026

Antisemitismo, il voto in Senato è una ferita per il Pd e la sinistra

Senato

Il voto al Senato sul disegno di legge che recepisce la definizione dell’IHRA divide il Partito democratico e la sinistra, riaprendo un nodo culturale: come riconoscere le nuove forme dell’antisemitismo senza comprimere la libertà di critica


Il voto del Senato sul disegno di legge contro l’antisemitismo ha fatto emergere nel Partito democratico una frattura che difficilmente potrà essere ricomposta con le abituali formule di equilibrio interno. Si tratta, infatti, di una divisione più profonda delle tante che scandiscono la storia del partito, poiché è indubbio che il gruppo parlamentare si sia spaccato su una questione che tocca il cuore della cultura politica della sinistra contemporanea: il modo in cui una democrazia liberale deve riconoscere e nominare le nuove forme dell’antisemitismo.

Il dettaglio che rende questa divisione ancora più rivelatrice è che il disegno di legge approvato non nasce soltanto nell’area della maggioranza: tra i promotori originari figuravano anche diversi senatori dello stesso Partito democratico, tra cui Graziano Delrio, che ha infatti votato a favore della legge con altri cinque senatori del suo partito.

La cultura politica della sinistra

In altre parole, il Pd non si è trovato semplicemente a votare una proposta della maggioranza. Si è trovato a decidere se sostenere fino in fondo una definizione inserita nel testo – quella dell’International Holocaust Remembrance Alliance – che una parte della sua stessa classe dirigente aveva contribuito a portare nell’agenda parlamentare. La spaccatura, per questo, riguarda non tanto l’opportunità di una legge del governo, ma la cultura politica della sinistra di fronte alla mutazione contemporanea dell’antisemitismo.

Per quanto Delrio abbia spiegato che il suo voto non è un gesto di rottura nei confronti del partito, ma nasce dalla volontà di rompere un silenzio che, a suo giudizio, ha troppo a lungo circondato il ritorno dell’antisemitismo nello spazio pubblico europeo, rimane significativo il fatto che il resto del gruppo ha scelto una posizione diversa, di astensione o di dissenso.

Il nodo interpretativo sulla definizione IHRA

Ma qual è il nodo della questione? Certo nessuno mette in dubbio, a sinistra, la necessità di combattere l’antisemitismo. Il conflitto è piuttosto di natura interpretativa proprio attorno alla definizione elaborata dall’IHRA, oggi adottata da numerosi governi europei e da molte istituzioni accademiche. Per una parte del Pd – quella che ha deciso di votare a favore insieme ai partiti di governo – quella definizione di antisemitismo rappresenta uno strumento necessario per riconoscere le forme contemporanee dell’odio antiebraico, che raramente si manifestano oggi con il linguaggio esplicito del razzismo tradizionale.

L’antisemitismo del XXI secolo, sostengono, tende piuttosto a mimetizzarsi dentro il linguaggio dei conflitti geopolitici – soprattutto in un uso distorto, o perlomeno settoriale, del termine “sionismo” – trasformando lo Stato ebraico in simbolo assoluto del male politico contemporaneo e facendo scivolare la critica politica verso forme di delegittimazione collettiva degli israeliani e degli ebrei tutti. Per un’altra parte della sinistra parlamentare – non solo nel Pd ma anche tra M5S e Avs – quella stessa definizione rischierebbe invece di produrre l’effetto opposto: confondere la critica politica allo Stato di Israele con l’antisemitismo e restringere, almeno potenzialmente, lo spazio del dissenso.

Dietro la controversia si intravedono, dunque, due modi diversi di interpretare la libertà politica. Ma per capire la profondità di questa frattura bisogna partire da un dato spesso rimosso nel dibattito pubblico: l’antisemitismo, lungi dall’essere un residuo archeologico del Novecento, è un fenomeno che attraversa ancora la società europea e che negli ultimi anni – soprattutto dopo il 7 ottobre – ha conosciuto una nuova, impressionante accelerazione. La storia europea insegna che l’antisemitismo non scompare mai davvero: cambia lessico, ma conserva intatta la sua capacità di fare di un’identità un capro espiatorio universale.

Il fenomeno dell'”antisemitismo virtuoso”

Se l’antisemitismo classico si presentava come un pregiudizio esplicito – l’ebreo come nemico della nazione, come usuraio, come cospiratore cosmopolita – oggi raramente usa quel linguaggio, presentandosi piuttosto come indignazione morale, come giustizia militante. È, in altre parole, un “antisemitismo virtuoso” che si manifesta soprattutto quando la questione israeliana è la cartina di tornasole dell’intero ordine internazionale. In questo schema narrativo la distinzione tra governo, Stato, popolo e identità tende a dissolversi.

È questo il passaggio decisivo, poiché la critica doverosa e necessaria a una politica concreta scivola verso la delegittimazione di una collettività. È esattamente questo il terreno su cui l’IHRA, e di conseguenza il disegno di legge, cerca di intervenire. A ben vedere la definizione afferma esplicitamente e senza possibilità di equivoci che criticare Israele, come qualsiasi altro Stato, non è antisemitismo. Ma introduce un criterio essenziale: diventa antisemitismo quando quella critica assume forme che non vengono applicate a nessun altro paese oppure quando si trasforma in una responsabilità collettiva attribuita agli ebrei in quanto tali.

Il criterio della responsabilità collettiva

Su questo criterio si confronta il tema più controverso evocato nel dibattito parlamentare, che è quello della campagna globale di boicottaggio economico, culturale e accademico contro Israele (il BDS). Il boicottaggio politico di uno Stato può essere uno strumento legittimo della lotta civile, quando colpisce decisioni di governo, politiche economiche o scelte diplomatiche. La storia del Novecento lo dimostra: dal Sudafrica dell’apartheid alle campagne internazionali contro regimi autoritari, il boicottaggio è stato spesso una forma di pressione politica non violenta.

Ma esiste una linea di confine che un pensiero liberale non può ignorare. Il boicottaggio è qualcosa di radicalmente diverso quando smette di riguardare atti e responsabilità politiche e diventa esclusione accademica, culturale o simbolica di individui per la loro appartenenza nazionale o ebraica, e dunque identitaria, finendo per associare un intero popolo con quello Stato. Negli ultimi mesi questa logica si è manifestata anche nelle campagne per espellere Israele da festival musicali, competizioni sportive o eventi culturali, o invitando a non collaborare con artisti, accademici o istituzioni solo in ragione della loro appartenenza nazionale o ebraica.

Qui il boicottaggio colpisce non più ciò che uno Stato fa, ma ciò che rappresenta. Non è forse, questa, la forma più odiosa di discriminazione? Un paese liberale dovrebbe saper distinguere con lucidità questa discriminazione dalla critica politica.

Due visioni del mondo nella sinistra

Ed è esattamente questo il punto su cui il PD appare oggi diviso. Da un lato c’è una tradizione democratica che considera l’antisemitismo una patologia politica specifica, radicata nella storia europea e capace di riemergere sotto forme sempre nuove. Dall’altro lato c’è una visione che tende a dissolvere l’antisemitismo dentro il grande contenitore delle cause geopolitiche e delle mobilitazioni globali, trattandolo come una variabile secondaria di conflitti più ampi.

LEGGI Il giorno della memoria e la paura delle parole precise

Sono due visioni del mondo diverse. La prima nasce da una memoria storica precisa; la seconda invece da una cultura politica che interpreta ogni conflitto attraverso la lente dell’antagonismo globale. Il risultato è una frattura che riguarda la stessa identità della sinistra europea.

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