16 Aprile 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

3 Mar, 2026

Deficit al 3,1%: a rischio l’uscita dalla procedura d’infrazione Ue

Il Ministro dell'economia, Giancarlo Giorgetti

Giorgetti: «Dati provvisori, colpo di coda del Superbonus». L’Istat rivede al ribasso, allo 0,5%, la crescita del Pil nel 2025


Si è fermata al 3,1% la discesa del deficit italiano nel 2025 – dal 3,4% del 2024 -, un decimo sopra la soglia di Maastricht, traguardo che il governo considerava raggiungibile nel Documento programmatico di finanza pubblica di ottobre, mentre le stime di novembre – condivise anche dalla Commissione Ue – vedevano alla portata un rapporto deficit/Pil al 2,98%, e quindi l’uscita anticipata, in primavera, dalla procedura di infrazione Ue per indebitamento eccessivo.

Avvicinando così l’attivazione della clausola di salvaguardia per le spese della Difesa – una tema quest’ultimo sempre più rilevante alla luce dell’escalation della crisi in Medio Oriente dopo l’attacco di Usa e Israele all’Iran – che il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, aveva subordinato alla chiusura della procedura Ue.

Il 3 giugno il “verdetto” di Bruxelles

Una doccia fredda arrivata con i numeri sui conti pubblici e la crescita italiana diffusi dall’Istat. «È un dato provvisorio, prima delle comunicazioni che l’Italia farà all’Ue. Cercheremo di capire le valutazioni Istat», è stato il commento stringato del titolare del Mef. Che si è rammaricato per «il colpo di coda del Superbonus condomini, causa principale del dato di oggi».

Un addebito che i Cinque stelle hanno rispedito al mittente: «Caro Giancarlo, come tu ben sai il Superbonus non influisce sul deficit. Significa che nonostante la folle austerità che avete imposto e il record di pressione fiscale che avete raggiunto, non siete nemmeno riusciti a portare il deficit sotto il 3%». Ha detto il vicepresidente del movimento, Stefano Patuelli.
Bruxelles, dal canto suo, ha preso atto «dei dati preliminari» e attende che vengano trasmessi a Eurostat. Li valuterà e pubblicherà le statistiche validate sulla finanza pubblica il 22 aprile 2026.

Il “verdetto” della Commissione sul disavanzo dell’Italia arriverà «nell’ambito del Pacchetto di primavera del Semestre europeo 2026, sulla base dei dati di consuntivo 2025», ha dichiarato un portavoce della Commissione Ue. Bisognerà aspettare il 3 giugno, dunque, quando saranno pubblicate le raccomandazioni agli Stati membri. Il debito, intanto, è salito al 137,1% dal 134,7% del 2024

Crescita modesta e pressione fiscale in aumento al 43,1%

Pesa la crescita modesta. L’Istat ha rivisto al ribasso il dato sul Pil nel 2025, che si è fermato allo 0,5%, inferiore allo 0,7% indicato a fine gennaio. Mentre desta allarme quello sulla pressione fiscale che è aumentata di 0,7 punti percentuali, attestandosi al 43,1% dal 42,4% del 2024.

Numeri che hanno “guidato” l’attacco al governo di consumatori, sindacati e opposizioni. «Il Paese arranca. Nonostante i soldi del Pnrr, si cresce ancora dello zero virgola, un rialzo irrisorio», ha detto Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori. Secondo Dona «la crescita resterà sempre ai minimi termini fino a che i consumi resteranno al palo».

Cgil e opposizioni all’attacco del governo

La Cgil ha imputato al governo «un fallimento su tutta la linea, che pesa soprattutto su salari e pensioni che pagano decine di miliardi di imposte non dovute a causa del drenaggio fiscale». «I dati Istat di oggi (ieri per chi legge, ndr) sono la Caporetto del governo», ha rimarcato Luigi Bersani. «Di fatto, siamo in una condizione di semi stagnazione, con una dinamica dell’economia ben al di sotto della media europea. Questo nonostante la forte spinta del Pnrr. Senza gli investimenti finanziati dal Piano, l’Italia avrebbe chiuso l’anno in recessione», ha sostenuto il responsabile Economia della segreteria nazionale del Pd, Antonio Misiani. Paventando il rinvio «almeno al 2027 della piena normalizzazione dei conti». Considerando l’incremento della pressione fiscale, ha evidenziato che lo scorso anno «le famiglie e le imprese italiane hanno versato oltre 31 miliardi di euro di tasse e contributi in più rispetto a quanto avrebbero pagato se fosse rimasta al livello di tre anni prima».

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