15 Aprile 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

28 Feb, 2026

Clinton, Trump e l’erosione dei contropoteri

Dalla deposizione di Bill Clinton al dossier Epstein fino alla crisi delle liberal-democrazie esemplificata da Trump: tra post-verità, relativismo e istituzioni sotto pressione, il vero nodo è la tenuta dei contropoteri.


Vedere Bill Clinton deporre davanti alla Commissione di vigilanza del Congresso in relazione alle rivelazioni contenute nel dossier Epstein pare riportarci indietro di quasi trentennio. Era l’agosto del 1998 quando l’allora presidente degli Stati Uniti in carica fu chiamato dal Gran Giurì a testimoniare nel contesto delle indagini condotte dal procuratore Kenneth Starr a proposito della sua relazione sessuale con la stagista Monica Lewinsky.

Dopo la confessione e l’ammissione televisiva e, nonostante il tentativo di impeachment, Clinton fu assolto dal Senato e riuscì a concludere il suo secondo mandato. Al netto, però, di una condanna morale globale e di una riprovazione generalizzata nei suoi confronti che ha finito per determinare il giudizio storico sui suoi otto anni di presidenza.

Dal 1998 al dossier Epstein

Non pochi osservatori e anche alcuni membri del Partito repubblicano hanno segnalato che la deposizione della coppia Clinton potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio per il presidente in carica. Il nome di Donald Trump compare abbondantemente nei documenti e non è esclusa una futura convocazione dell’attuale coppia presidenziale. L’impressione è che l’effetto indignazione e la condanna morale complessiva sarebbero oggi molto minori rispetto al 1998.

LEGGI Epstein, Bill Clinton: «Non avevo idea dei suoi crimini. Hillary non c’entra»

Siamo a pochi giorni anche dalla storica sentenza della Corte costituzionale nei confronti della politica di dazi imposti da Trump. Una Corte largamente conservatrice ha bocciato la decisione del Presidente. L’analisi più diffusa si è soffermata sulla permanenza di solidi contropoteri istituzionali pronti ad opporsi a possibili derive. Ma quanto possono reggere se sottoposti a una costante erosione culturale e simbolica?

Il deserto valoriale e la post-verità

I contropoteri, le procedure e le regole hanno senso finché sono sostenuti da un minimo di contenuto valoriale. Se la decenza è equiparata a censura e l’ambiguità diventa cifra dell’arte di governo, il castello che innerva le liberal-democrazie rischia di crollare. Il contropotere applicato nel deserto valoriale perde efficacia, mentre avanza il culto della post-verità.

Il ragionamento si estende oltre gli Stati Uniti. In Europa una parte delle élites mette in dubbio che quella in atto da più di quattro anni in Ucraina sia una guerra di aggressione da parte di Mosca contro Kiev. Confondere aggressore e aggredito significa minare la soglia minima di verità su cui si fondano le garanzie democratiche e il senso stesso dei contropoteri.

Il precedente francese

Il secondo esempio è francese e riguarda il pestaggio del giovane militante di estrema destra a Lione. La strumentalizzazione politica è stata immediata. Gli scontri sono avvenuti a margine di una conferenza universitaria dell’europarlamentare di LFI Rima Hassan. Dove sono gli anticorpi del sistema se un’istituzione come Sciences Po Lyon legittima posizioni tanto controverse? Anche qui il rischio è l’erosione delle fondamenta.

Le istituzioni e i pesi e contrappesi non vivono di vita propria. Il lento discredito e la relativizzazione di ogni principio finiscono per svuotarli. Se, come osserva Marcel Gauchet, si è passati dalla sovranità popolare alla dissoluzione del popolo come programma politico, basteranno i contropoteri a reggere l’urto della post-verità? Forse una risposta arriverà presto, osservando se e come l’affaire Epstein lambirà la Casa Bianca. Al momento, non c’è da essere ottimisti.

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