16 Aprile 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

28 Feb, 2026

Cuba, la fine del castrismo e la rivincita degli Usa

Cuba fa i conti con la fine del finto paradiso costruito da Castro, mentre gli Stati Uniti cercano di capitalizzare il declino dei regimi sudamericani


I cubani vanno via. Si tratta della sconfitta storica di Fidel Castro. A Caracas è crollato il suo legato storico. Le immagini di queste settimane, i venezuelani che festeggiano gli aerei che riportano da Caracas all’isola intelligence, soldati e tecnici cubani, chiudono questa epoca. Sono i protagonisti della Invasion Consentida, l’ibridazione delle istituzioni venezuelane con le forze cubane, a garanzie e controllo del regime. Nel 2019 Luis Almagro, a capo dell’OEA (l’Organizzazione degli Stati Americani) calcolava in circa 19000 gli operativi politici e militari cubani in Venezuela. In quella occasione, quando sembrava prossima la fuga del dittatore Nicolas Maduro, furono proprio i cubani – e i russi allora forti a Caracas – a bloccare un precipizio drammatico.

Questa storia era iniziata nel 1991. Fino a quel momento, il castrismo si era basato su tre principi fondamentali. Innanzitutto, la repressione interna, basata sulla liquidazione selettiva degli oppositori e l’incarceramento massiccio delle categorie ostili, dagli omosessuali agli intellettuali. Il corollario era l’emigrazione ad ondate negli USA (a Miami nasceva una seconda Cuba in esilio). Il secondo punto era l’integrazione sovietica: la Russia e i suoi alleati offrivano supporto politico, economico, militare; i cubani sviluppavano una geopolitica imperiale, organizzando guerriglie dalla Colombia al Brasile, intervenendo in Africa meridionale.

Il finto paradiso di Castro

La terza era la più potente: Castro produsse, con l’entusiasmo compiacente di intellettuali e accademici europei e americani, una narrativa romantica del regime. Per decenni questi andarono a Cuba in vacanza e nei convegni, la esaltarono nelle piazze o nei giornali, stereotipizzando banali luoghi comuni, dalla sanità efficiente al paradiso tropicale, nascondendo un inferno di miseria, violenza, prostituzione, repressione. Quando cadde l’Unione Sovietica, Castro mostrò il suo genio brillante e diabolico. Invece di accettare la sconfitta, come nell’Europa orientale o in alti territori, strinse con un pugno di ferro l’isola e la aprì a un degradato turismo mondiale, poi ripartì.

Insieme a Ignacio Lula da Silva fondò il Foro de Sao Paolo, una alleanza delle sinistre radicali latino-americane, capace di mettere insieme tutti coloro che volevano combattere il trionfo del liberalismo. Nel frattempo, ricalibrava rapporti con Cina, Medio Oriente e nuova Russia, e pure strizzando l’occhio compiacente all’Occidente, Papa compreso. Alla fine degli anni Novanta il suo primo successo: l’allievo e discepolo Hugo Chavez prese il potere, distruggendo nel giro di un decennio la democrazia venezuelana. Nasceva il castro-chavismo, una versione populista neomarxista del terzomondismo tradizionale, alleato – ma non coincidente – con i partiti di sinistra che vinsero in Brasile, Argentina, Cile. C’erano differenze importanti, che vennero fuori, almeno in parte.

Il castro-chavismo

Il castro-chavismo era infatti repressivo, non consentiva alternanza di partiti come in quei paesi, anzi occupava istituzioni, media, giustizia. Aveva a sua disposizione le illimitate risorse energiche del Venezuela, la cui gestione passò al partito di Chavez e Maduro, in consorzio con russi, cinesi ed iraniani. L’operazione rendeva al regime cubano petrolio a non finire, si calcola fino a 100.000 barili al giorno, garantendolo dal disastroso baratro in cui il comunismo aveva gettato l’economia dell’isola. Inoltre, sosteneva gruppi simili in Ecuador e Bolivia, oltre che Daniel Ortega, che poi conquistò il Nicaragua, trasformandolo in un regime ancora più brutale. Inoltre, si alleò in forma organica con le narco-guerriglie colombiane e con buona parte dei gruppi terroristi globali, a partire da Hezbollah che aprì sue sedi in Venezuela.

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Il castro-chavismo riuscì, ma solo in parte, a rinnovare la strategia di acquisizione di intellettuali e giornalisti occidentali, sia con gli slogan populisti, che con più efficaci strategie di visibilità mediatica. Questo schema riuscì solo in parte, troppo evidente era la brutalità dei due regimi, per consentire uno schieramento modello guerra fredda, ma fu comunque utile alla tradizionale disinformazione in Occidente. In ogni caso, tra il 2013 e il 2016, Castro ebbe il suo trionfo, oltre venti anni dopo la fine del comunismo sovietico. Il presidente Obama lo riconobbe e tolse le sanzioni, in cambio di una apertura democratica del paese e la fine della repressione. Chavez, malato, morì sotto suo stretto controllo all’Habana; fu proprio Castro a decidere il suo successore, imponendo il suo fedelissimo Maduro, invece malvisto dalla cupola venezuelana.

L’implosione di Cuba e Venezuela

Castro si prese definitivamente il Venezuela e non aprì Cuba alla democrazia, facendosi beffa di deboli proteste internazionali e di Barack Obama. In realtà, il trionfo coincise con la fase discendente: Castro morì proprio quando l’edificio si incrinava. Il governo di Maduro fece implodere il Venezuela, determinando la più grande crisi migratoria della storia dell’America latina (nove milioni di persone fino ad oggi); i repubblicani in America tornarono al potere e rimisero le sanzioni. In tutta America Latina nasceva un movimento liberale che poco alla volta riconquistava paese per paese. Inoltre, la distensione di un altro loro alleato, Gustavo Petro in Colombia, con il mondo del narco-terrorismo, scatenò definitivamente gli Usa, traumatizzati da droga e migrazioni.

L’ascesa di Rubio

Soprattutto, iniziava l’ascesa della nemesi di Castro, il cubano-americano Marco Rubio, nemico giurato dei regimi comunisti caraibici. La situazione precipitò tra il 2022 e il 2024. La Russia, a pezzi dopo il disastro dell’invasione ucraina, si ritirò dalla regione, mentre la sconfitta in Oriente rese altrettanto debole l’appoggio iraniano. I cinesi, dopo aver subito la minacciosa ritirata dai porti di Panama, sono restati in silenzio. E così, tornato Trump al potere, una convergenza di interessi ha suonato la campana per l’eredità di Castro. Narcotraffico ed emigrazione sono le bandiere del presidente, la fine del comunismo a Cuba e in Venezuela sono una strategia storica dei repubblicani, la rivincita dei cubano-americani (e ora venezuelani) è incarnata da Rubio.

La guerra è diventata frontale: narcobarche distrutte, blocco del petrolio venezuelano, sanzioni efficaci, poi l’arresto di Maduro: quando i cubani si sono fatti ammazzare per difenderlo, mentre i capi del partito chavista erano silenziosi, si è capito che era finita. Il capo del regime, Miguel Diaz-Canal, osservato dal vecchio Raul Castro, ha annunciato misure draconiane quanto impossibili: finito il greggio venezuelano, il regime non ha più nulla, tranne la sopravvivenza della sua casta. Rubio è deciso a isolarlo e a costringerlo a trattare, senza offrire spazi alla sopravvivenza del regime: è la battaglia storica dei liberal-democratici latini americani. Sono gli ultimi giorni di un mondo, quello costruito con genialità e terrore, dall’ultimo re di Cuba, Fidel Castro.

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