Dall’ombra del coinvolgimento di Andrea Mountbatten-Windsor nel caso Epstein alla Brexit, dalla monarchia in affanno alla frammentazione politica: il Regno Unito attraversa una crisi profonda mentre l’Europa cerca un nuovo equilibrio globale.
Le immagini dell’arresto dell’ex principe Andrew Mountbatten-Windsor e i molteplici capi d’accusa legati alla sua frequentazione con l’ambiguo Epstein costituiscono una tragica istantanea dell’ultimo complicatissimo decennio del Regno Unito. La domanda urgente quanto drammatica è la seguente: un’Europa nuova, più rapida, alla ricerca di un ruolo nel mondo travolto in tutti i suoi passati punti di riferimento dall’operato di Donald Trump, può prescindere da un ruolo di spinta e di riferimento di Londra? Ma accanto a questa ve ne è una seconda: una realtà come quella britannica, in crisi di identità da almeno un decennio, quale contributo può offrire alla costruzione di un “nuovo Occidente”, del quale si sente un urgente bisogno nell’attuale mondo dominato dai “predatori”?
Il cono d’ombra calato sullo United Kingdom con il voto referendario del 2016 sembra non lasciare spazio per una qualche possibile inversione di tendenza. I dati macroeconomici del Paese sono preoccupanti, ma soprattutto l’Albione sembra vivere una oramai cronica crisi di natura sociale, culturale e politica. Brexit è stato il colpo che ha certificato una crisi profonda del modello Westminster. Da quell’inizio estate del 2016 si sono succeduti cinque Primi ministri. I primi quattro conservatori, più l’attuale laburista Keir Starmer.
Monarchia in transizione
Le inadeguate e spesso effimere leadership conservatrici hanno finito per mostrare il progressivo eclissarsi del partito Tory. Ma anche le immediate difficoltà dell’attuale Primo ministro Starmer fotografano la profonda crisi nella quale versa il laburismo britannico. Tale situazione non ha certo risparmiato la monarchia, elemento strutturante del sistema politico-istituzionale del Paese e per lunghi decenni, grazie al lavoro encomiabile di Elisabetta II sul trono per oltre 70 anni dal 1952 alla sua morte nel 2022, soggetto stabilizzante e rassicurante per un’opinione pubblica sempre più inquieta e insoddisfatta. È indubbio che la transizione tra Elisabetta II e il figlio Carlo, complice anche le difficoltà di salute di quest’ultimo, si è rivelata un ulteriore mezzo fallimento. Gli esperti di case regnanti non smettono di suggerire un’uscita di scena più rapida possibile per Carlo e l’arrivo sul trono della coppia composta dal principe ereditario William e dalla principessa del Galles Kate Middleton.
Sulla monarchia i prossimi mesi ci diranno di eventuali possibili segnali di discontinuità, uno sguardo troppo spesso superficiale sul Regno Unito finisce per insistere sulla distanza tra Londra e il Vecchio Continente. Nessuno vuole contestare che a Londra ancora sopravviva un mix di orgoglio insulare e spocchia imperiale. Ma insistere su questa separatezza o anche sulla cosiddetta special relationship con Washington, descrive solo una parte della verità. L’importanza di Londra per il continente europeo è scritta nella storia degli ultimi ottant’anni.
Churchill e la solitudine britannica
Prima di tutto occorre ricordare che per dodici mesi abbondanti, e cioè tra l’armistizio della Francia di Pétain e l’avvio dell’operazione Barbarossa, l’impero britannico guidato da Winston Churchill ha testardamente tenuto testa alla Germania hitleriana in perfetta solitudine.
In secondo luogo, qualcuno tende maggiormente a soffermarsi sul trauma, senza dubbio potente, vissuto da Londra al termine del secondo conflitto mondiale, con la progressiva rinuncia al proprio impero, a partire dalla lacerante perdita dell’India, sino a giungere all’umiliante passaggio della crisi del canale di Suez. Ma accanto a tutto ciò, non bisogna dimenticarsi della spinta europeista di Churchill e di quella atlantista del laburista Bevin, sua l’idea del Patto di Bruxelles e sua l’iniziativa, insieme a Parigi, per convincere gli Stati Uniti a non abbandonare il Vecchio Continente e anzi a mettere in piedi il patto politico e militare firmato a Washington il 4 aprile 1949, cioè il Patto Atlantico.
Il rapporto irrisolto con Bruxelles
Un terzo elemento da osservare con attenzione è quello del ruolo di Londra nel processo di integrazione. Anche qui si potrebbe liquidare il tutto con qualche preconcetto, insistendo su una tendenza a voler “frenare”, laddove il processo cercava invece di avanzare. Tale lettura in parte costituisce un alibi, per i passi avanti non portati a termine dall’Europa politica. Dall’altro fotografa senza dubbio un rapporto irrisolto, quello tra Londra e Bruxelles, le cui radici devono però essere fatte risalire al decennio gollista, quando per scelta del generale de Gaulle, una Londra realmente desiderosa di essere parte della nascente Cee, viene tenuta ai margini, per poi entrare quando parte della forza propulsiva della prima integrazione si era esaurita e quando lo stesso Regno Unito si avviava ad una involuzione che solo in parte Margaret Thatcher interrompe.
Il richiamo alla Lady di ferro aiuta a riflettere sull’impatto che la sua leadership e quella successiva di Tony Blair hanno avuto ben al di là dei confini britannici e soprattutto nel Vecchio Continente. Le teorie economiche, politiche e sociali alla base del liberismo thatcheriano e della cosiddetta “terza via” blairiana hanno plasmato le principali forze politiche e più in generale nutrito il dibattito politico-ideologico europeo tra la fine della Guerra fredda e l’avvio dell’epoca post-bipolare, influenzando non poco l’evoluzione dello stesso processo di integrazione. Anche in questo senso la scelta di Brexit costituisce un punto di non ritorno non solo simbolico.
Un sistema politico frammentato
Cosa rimane di tutto ciò? Un panorama desolante. Se in tutti i sondaggi quasi sei britannici su dieci ammettono l’errore dell’uscita dalla Ue, soltanto il 13% ritiene però oggi tale tema una priorità. Le urgenze e le ansie britanniche sono concentrate sui temi economici e dell’immigrazione. Tutto ciò si riflette in un quadro politico polarizzato e frammentato, lontano anni luce dal tradizionale bipartitismo Tories versus Labour. In vista delle elezioni locali della primavera i sondaggi confermano Reform UK al 25%, il Labour oggi al governo attorno al 20% e i conservatori fermi ad un misero 17%. Il tutto accompagnato dai dati relativi al gradimento che ottiene il Primo ministro Starmer: il 69% dei britannici ad inizio febbraio 2026 disapprovava il suo operato.
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Ecco allora che lo specchio infranto sul quale si riflette l’immagine stralunata dell’imbarazzante Andrew Mountbatten-Windsor si tramuta nella più infausta istantanea di un modello britannico in profonda crisi. Il potenziale “nuovo Occidente” non può contemporaneamente rinunciare al “malato francese” e al suo dirimpettaio britannico. Urge un cambio di passo al di qua e al di là della Manica.


















