18 Febbraio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

18 Feb, 2026

Board of Peace, l’Italia c’è ma non festeggia: l’equilibrio tra Trump e Ue

La firma del Board of Peace a Davos

Board of Peace, Italia partecipa come osservatore con Tajani, mentre Meloni non va alla cerimonia inaugurale. Prende il via il progetto voluto da Trump, ma tra divisioni internazionali e la tragedia nella Striscia la creatura del presidente rischia di nascere già debole


L’Italia alla fine parteciperà al Board of Peace proposto e fortemente voluto dal presidente americano Donald Trump, anche se senza la presenza della premier Giorgia Meloni dopo la decisione di adeguarsi alla scelta del cancelliere tedesco Friedrich Merz di non partecipare alla seduta inaugurale del Board prevista domani a Washington.

A ben vedere la partecipazione italiana, attuata attraverso il ministro degli Esteri Antonio Tajani e sterilizzata in anticipo tanto dalle polemiche quanto dai rischi politici con la posizione di “Paese osservatore”, risulta figlia di un tatticismo: apparire all’interno del perimetro della proposta del tycoon, con il quale Meloni ha costruito un rapporto fondamentale per la propria posizione politica e geopolitica, ma al tempo stesso mantenere una distanza utile a non allontanarsi dai partner europei, che il Board invece lo hanno boicottato.

Il tatticismo italiano tra Washington e Berlino

Un gioco di tatticismi, insomma, per conservare i tre elementi considerati fondamentali per la tenuta del Sistema Paese italiano: il rapporto privilegiato con il nostro alleato militare americano; un canale aperto e funzionante con l’Europa, in particolare la Germania di Merz; infine, una relazione solida con il presidente statunitense, più utile a fine di legittmità interna che internazionale. Ma se Roma è dentro al Board più per tattica che per ideale non è l’unica e forse questo è già uno dei primi dati di fatto ad alimentare dubbi sulla soluzione trumpiana.

Un Board senza visione condivisa

Il Board e i suoi membri – appena una trentina di Paesi – non sono mossi da alcuna visione condivisa né sul piano delle soluzioni per la regione mediorientale né tantomeno per quanto riguarda i valori. Israele, per esempio, intende disarmare Hamas ma anche l’Autorità nazionale palestinese, è veementemente contraria a qualunque ipotesi di Stato palestinese e sostiene la necessità di una nuova azione militare preventiva contro l’Iran.

Al contrario Egitto, Turchia, Arabia Saudita, Qatar, Pakistan e anche l’Indonesia , che dovrebbe fornire almeno una parte della forza di pace per la Strsicia, concepiscono la proposta trumpiana come lo strumento per produrre infine un’entità statuale palestinese, a partire dall’Anp, e farla digerire a Israele. Due visioni divergenti, come si vede, destinate a detonare inevitabilmente non appena la questione della ricostruzione e della gestione di Gaza dovesse essere posta sul tavolo.

La prova decisiva sarà nelle strade di Gaza

Ma prima ancora dei tavoli di Washington, forse la funzionalità o meno della pace e del suo board sarà misurata dalla sua tenuta nelle strada di Gaza. La situazione nella Striscia, largamente ignorata dalla comunità internazionale, resta infatti drammatica: i soccorrittori stanno ancora scavando con ogni mezzo a loro disposizione tra distese immense di macerie e distruzione. Migliaia di cadaveri sono stati rinvenuti schiacciati sotto i calcinacci e ammucchiati nei campi di fortuna, facendo lievitare la stima dei morti della guerra israeliana contro Gaza a oltre 72mila vittime.

Numeri da capogiro, in cui fanno la loro comparsa elementi di semplice orrore: come i 2.842 palestinesi confermati morti ma di cui non c’è rimasto alle famiglie nemmeno un mozzicone da seppellire, perché «vaporizzati» – secondo le parole della Protezione civile palestinese – dalle bombe israeliane, niente corpi ma «solo sangue e brandelli».

La questione della rappresentanza palestinese

Quando hanno chiesto al Patriarca di Gerusalemme Pierbattista Pizzaballa quale fosse la situazione per i civili palestinesi il religioso non ha potuto fare altro che citare l’Apocalisse: «Siamo nel tempo del drago, è notte», aveva detto il cardinale che nei giorni scorsi aveva definito il Board of Peace «un’operazione colonialista», notando l’assenza dei palestinesi all’interno dell’organo che avrebbe dovuto governarli.

«A Gaza le macerie non sono un’immagine spirituale ma una realtà quotidiana. E insieme penso alla Cisgiordania e a tutti i territori segnati dalla violenza», ha aggiunto Pizzaballa includendo così nel quadro anche la sorte della Cisgiordania, tema trascurato nella fanra trumpista ma dove negli ultimi giorni c’è stata una vera e propria escalation annesionista da parte di Israele.

Elezioni, annessioni e rischio radicalizzazione

L’Autorità palestinese che in teoria governa questi territori ha annunciato per il prossimo novembre le prime elezioni libere della storia palestinese, dopo la debacle del voto del 2006 che premiò Hamas, con l’obiettivo di legittimare un governo palestinese che non solo sopravviva all’attuale capo dell’Anp, l’ottuagenario Abu Mazen, ma sia anche in grado di sedersi a pieno titolo alle discussione per la pacificazione di Gaza e per il trasferimento dei poteri a un governo palestinese che possa essere riconosciuto dalla comunità internazionale.

Il timore però è che, tra annessioni e occupazioni proditorie operate dai coloni, prima di allora non sia rimasto alcun territorio da governare né popolo da coinvolgere né Stato da riconoscere. Per non parlare del rischio – tutt’altro che improbabile – che una popolazione stremata dal conflitto e stanca delle vessazioni dell’occupante israeliano voti nuovamente per l’opzione estremista, quella della resistenza armata islamista.

Il conto alla rovescia verso una nuova guerra

Si torna allora al problema della rappresentanza, come citato da Pizzaballa. Al silenzio assordante occidentale su questo tema, completamente rimosso nel delirio mediatico di Trump, fa eco il silenzio altrettanto veemente di Hamas riguardo alle ipotesi di un suo disarmo.

LEGGI Palestina al voto dopo 20 anni: la mossa di Abu Mazen nel pieno della guerra

Il gruppo palestinese non si fida, non intende consegne le armi se non vedrà prima una promessa credibile di uno Stato palestinese. Israele risponde senza citare il Board di cui pure fa parte e senza del resto essere smentito da nessuno: se entro 60 giorni Hamas non avrà capitolato, fa sapere Yossi Fuchs, capo di gabinetto del premier israeliano Netanyahu, Tel Aviv riprenderà la guerra senza quartiere. Domani Trump annuncerà forse la “pace del Board” ma il conto alla rovescia della prossima guerra sembra già iniziato.

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