La campagna referendaria è segnata da un lato dalla polarizzazione selvaggia dell’opinione pubblica, dall’altro dal metodo trumpiano usato dal fronte del No
Ci vorrebbe un referendum sulla campagna referendaria. Il quesito è assai semplice: volete impedire che il più importante istituto di democrazia diretta venga trasformato in uno sconcertante episodio di “disinformazione di massa”? Il fenomeno, tipico dell’era populista, si era già manifestato nel Regno Unito al tempo della Brexit e si è definitivamente imposto nel mondo attraverso lo stile “di governo” di Donald Trump. Ora esso è ufficialmente sbarcato in Italia, componendo la colonna sonora del voto del 22 marzo.
Ma quali sono gli ingredienti di questo fenomeno? Essenzialmente due. Il primo, già operativo da tempo, è l’ “effetto crociata”: l’ormai irrefrenabile tendenza della politica (e anche dell’opinione pubblica) a organizzare ogni confronto esibendo polarità identitarie radicalmente contrapposte e considerando l’avversario alla stregua di un irriducibile nemico. Come si trattasse di una querelle da stadio, tra tifoserie antagoniste.
Ciò che, ovviamente, rende impensabile e impraticabile qualsiasi scelta bipartisan (si può forse venire a patti con “il nemico”?). E che dunque uccide quello che è da sempre uno dei capisaldi della politica: il concetto di “bene comune”. Ormai la chiamiamo comunemente “polarizzazione ideologica” dandola quasi per scontata. Non ragionando più sul fatto che invece si tratta di una malattia esiziale per ogni democrazia. Una droga alla quale ormai destra e sinistra si vanno purtroppo assuefacendo.
La post-verità
Ancor più grave è il secondo ingrediente di tale fenomeno che, ricorrendo a una formula del politologo Moisés Naím, si può chiamare “post-verità”. Attenzione, non si tratta, semplicemente, dell’uso della bugia come strumento di potere, tecnica antica quanto il mondo. No, qui si tende piuttosto a sfruttare l’avvento dei social per organizzare una comunicazione che impedisca ai cittadini di cogliere la differenza tra il vero e il falso. Non tanto e non solo la bugia diventa il vero fine della propaganda: quanto il riuscire a seminare confusione e caos. Puntando a spacciare per realtà quella che, in effetti, è solo la propria opinione, proclamata come vera in modo assoluto, indipendentemente dai fatti. In tale modello, del resto, la verità corrisponde solo e soltanto al proprio pensiero! Trump lo ha candidamente ammesso: “non ho altri limiti che la mia moralità”. Perciò lancia quotidianamente tonnellate di “fake news” contro gli avversari e altera costantemente i dati di fatto (Minneapolis docet) contando sull’assoluta fidelizzazione dei propri supporters.
LEGGI Al referendum sulla giustizia rischiamo di perdere tutti
Le bugie del fronte del No
Ma torniamo al referendum. Ebbene, spiace dirlo, mentre la dinamica della polarizzazione ideologica coinvolge tutti gli schieramenti la tecnica della post verità è stata invece “agita” prevalentemente dai “comitati per il no” che hanno finora lanciato inquietanti e bugiardi allarmi sulle intenzioni dei loro avversari trasformando, appunto, le loro opinioni in presunte acclarate realtà. Facciamo due esempi.
1) La riforma colpisce l’indipendenza dei magistrati e li assoggetta al potere politico. E’ l’argomento principale del “fronte del No”. Peccato che ciò non abbia alcun riscontro nel testo della riforma che, al contrario, inserisce per la prima volta l’indipendenza dei magistrati in Costituzione. Come ha osservato Augusto Barbera si tratta dunque solo di un argomento “emotivo” destinato a quegli elettori che detestano la politica e i politici, ma privo di qualsivoglia consistenza giuridica.
2) La riforma rappresenta una svolta autoritaria del sistema, rompe l’equilibrio tra i poteri e dunque mette a rischio la democrazia. Altro argomento diffuso a piene mani. Peccato però che, in realtà, l’unità delle carriere dei magistrati sia stata introdotta in Italia dal fascismo e che oggi essa resista in Paesi come Bulgaria, Romania o Turchia non esattamente limpidi modelli liberali; mentre la separazione delle carriere vige in tutte le più grandi democrazie del mondo. Del resto, il “processo inquisitorio” è da sempre caratteristica dei regimi totalitari mentre quello “accusatorio” (che pretende il giudice “terzo”) fa ormai parte della storia delle nazioni liberali. Dunque, nel caso, sarebbe vero il contrario: la riforma rappresenta per l’Italia, una svolta antiautoritaria!
Il metodo trumpiano
Altri esempi si potrebbero fare, ma tutti porterebbero comunque a evidenziare un medesimo paradosso. Tra i “comitati del no” non dovrebbero essere molti i sostenitori di Donald Trump. Eppure essi non si accorgono di proporre una strategia comunicativa “tecnicamente trumpiana”, proponendo agli italiani la medesima filosofia del tycoon: fake news a raffica contro gli avversari, spacciando la propria opinione come un incontestabile dato di fatto. La ciliegina amara di tale paradosso è che, nel mentre si lancia l’allarme sulla “democrazia in pericolo” non ci si rende conto che, a furia di diffondere fake news, si rischia davvero di trasformare le nostre in “fake democracy”. Annullando, cioè, nella caotica confusione tra vero e falso, tra opinioni e realtà, le radici e la sostanza di ogni vero confronto nel merito e dunque della dialettica democratica. A questo proposito vale la pena di ragionare anche sull’ultimo paradosso emerso in queste ultime ore sul tema del finanziamento del comitato legato all’Anm. Gli stessi magistrati che, da sempre e giustamente, pretendono dalla politica l’obbligo della trasparenza, sembrano dimenticare tale precetto oggi che la questione li investe in prima persona. E, per giunta, reagiscono indignati, difendendo la segretezza del loro flusso di denaro, proprio come farebbe un qualsiasi vituperato politico. Ulteriore esempio di “doppia verità”. Il fatto è che non esiste e non è mai esistito un partito della legalità (i magistrati) contro un partito dell’illegalità (il potere). In una democrazia liberale, politica e magistratura, come ogni altro potere, devono seguire tutti l’obbligo della trasparenza. In democrazia la domanda cui tutti devono rispondere è una sola: chi controlla i controllori?
Il buon senso che manca
Diceva Ottone di Bismarck: “Non si mente così tanto come prima delle elezioni e durante la guerra”. Ebbene, di bugie belliche, in questo tornante della storia, ne abbiamo subite fin troppe. Ci sarebbe perciò da pregare che ci venissero risparmiate quelle elettorali. C’è però da dubitarne. La moderna polarizzazione ideologica somiglia infatti all’antico sonno della ragione. Altrimenti perché persino chi è d’accordo con la riforma dichiara di votare no solo “in odio” a Giorgia Meloni? Nel nostro ordinamento il referendum ha senso solo in quanto esso riesca a superare le barricate dell’appartenenza politica celebrando lo spirito trasversale che la Costituzione gli assegna.
Del resto Elly Schlein per prima dovrebbe tener conto che uno dei più combattivi “comitati per il Si” è rappresentato proprio da quegli esponenti riformisti che hanno coraggiosamente scelto di non dimenticare che l’idea della separazione delle carriere sia nata “a sinistra”. In realtà, per salvare l’istituto del referendum sarebbe necessario ragionare, rinunciando alle fake news, solo sul merito della riforma. E’ davvero impossibile che, da qui al 22 marzo, il buon senso prevalga sull’insostenibile leggerezza del desiderio di crociata?



















