17 Febbraio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

17 Feb, 2026

Il Board di Trump divide l’Europa: l’Italia prova a non scegliere

La scelta del governo Meloni di aderire come Paese osservatore al Board of Peace voluto da Donald Trump riaccende le tensioni euro-atlantiche. Gli ambasciatori Valensise e Sequi analizzano rischi, ambiguità e implicazioni strategiche per l’Italia e per l’Europa.


Sono tempi complicati per i rapporti euro-atlantici. E per quei Paesi che, come l’Italia, stanno cercando di posizionarsi come interlocutori non escludenti di entrambe le anime occidentali, quella europea e quella americana. A far emergere in tutta la sua forza questa tensione carsica ma strutturale interna al circuito occidentale ci ha pensato il Board of Peace proposto dal presidente statunitense Donald Trump e osteggiato da buona parte dell’Europa occidentale. Ma a cui il governo italiano ha deciso di partecipare con la qualifica – coniata un po’ ad hoc – di Paese osservatore.

Per sciogliere tutti i dubbi e anche per aiutarci a capirne di più del quadro di questa singolare iniziativa, ne abbiamo parlato con due esperti di primo livello, l’ambasciatore Michele Valensise e l’ambasciatore Ettore Sequi. Secondo l’ambasciatore Valensise, la scelta italiana è stata motivata da «perplessità di fondo sulla struttura del board of peace e anche sulla funzione stessa del board of peace».

Dubbi che hanno fatto sì che finora vi aderissero soltanto una trentina di Paesi, quasi esclusivamente non occidentali. In Europa soltanto Ungheria e Bulgaria hanno accettato l’invito di Trump. Tra i grandi assenti figurano anche India, Cina, Russia, Giappone, Brasile, Australia, Corea del Sud. Insomma, un boicottaggio globale che solleva dubbi sull’iniziativa.

Il Board è una struttura personale

Valensise sottolinea che il Board «è una struttura personale, al vertice della quale non c’è neanche il Presidente degli Stati Uniti, c’è la persona stessa di Donald Trump». Un elemento che ne fa «un organismo senza precedenti nel panorama dell’architettura internazionale». Dettaglio sottolineato anche dall’ambasciatore Sequi: «Decide lui chi partecipa, chi non partecipa, chi deve essere escluso, ha il potere di veto, chi paga. Ha un’investitura praticamente monarchica, perché a vita». Un potere non normato e reso ancora più opaco dalla vaghezza degli scopi dichiarati nei quali dovrebbe essere impeigato.

«Sulla funzione, questo è un board of peace nato e concepito per favorire il processo di stabilizzazione e di ricostruzione a Gaza. Ma subito dopo è stato indicato da parte dell’amministrazione americana  che il mandato di questo board avrebbe avuto dei limiti ben più ampi, molto più ampi di quelli dell’impostazione originaria. Un orientamento, insomma, che ne farebbe un organismo con una competenza generale, una sorta di ONU 2.0», spiega Valensise.

Trump mina le basi del multilateralismo americano

«Questo è un rischio dinamico per il multilateralismo. Perché significa che si parte da lì e poi lo si usa o ci si prova anche per le altre crisi», aggiunge Sequi. L’ambasciatore prosegue notando infatti come «il Board nasce per aggirare la paralisi delle Nazioni Unite, però rischia di aggirare anche la legittimità degli interventi. In altre parole, nasce fuori dal diritto. Anche se cerca di vestirsi con i panni del diritto internazionale, nei fatti è un club privato».

Una questione puramente tecnica? Non la pensa così Valensise, che vi riscontra al contrario un elemento di fondamentale discontinuità rispetto alla politica estera seguita dagli Stati Uniti negli ultimi secoli. «Il multilateralismo di Wilson – spiega il diplomatico – che pensava alla Società delle Nazioni, il multilateralismo di San Francisco nel 1945, che diede vita alle Nazioni Unite, sono tutti fenomeni che avevano dietro di sé un forte impulso da parte americana. Questo approccio multilaterale è stato sviluppato, è stato preservato, ma non è mai stato contestato o minato alle basi come sembra essere adesso in questa iniziativa davvero un po’ surreale del Board of Peace».

L’obiettivo sono risultati rapidi

Una torsione personalistica che scavalca e accentra, con la pretesa di ridisegnare l’attuale quadro politico internazionale. Con un solo obiettivo, secondo Sequi, «quello che sosteneva Rubio a Monaco, e cioè risultati rapidi. Ma sfugge il problema che la pace non è soltanto l’intesa del board o la ricostruzione, ma è la sicurezza, il controllo del territorio, la governance. Questo è evidentemente un elemento di debolezza, direi, strutturale all’intero progetto».

In questo contesto il governo di Giorgia Meloni ha cercato di navigare tenendo un occhio su entrambe le sponde, proponendosi come “pontiera” tra America ed Europa. Le esitazioni ad aderire al Board per Gaza però hanno denotato tutti i limiti di una politica che ha sì pagato in termini di successi politici (la svolta sui migranti in Europa, l’intesa sugli Eurobond all’Ucraina, l’assenso americano a una crescita fondamentalmente modesta della nostra spesa militare…) ma che non è riuscita a scrollarsi di dosso un alone di ambiguità, specie nei momenti di maggior contrapposizione tra i due lati dell’Atlantico.

Per Sequi si tratta semplicemente «della naturale trasposizione di un investimento fatto finora sul rapporto con gli Stati Uniti, in particolare con il Presidente degli Stati Uniti». Anche se aggiunge subito dopo che «per esperienza professionale, non ci vedo molto di diverso da una caratteristica che è stata tipica della politica estera italiana, e cioè il desiderio sempre fortissimo di partecipare ai cosiddetti formati ristretti, l’aspirazione di essere al tavolo. Ma questo spesso, se non sempre, direi quasi sempre con obiettivi di presenza cosmetica». Un esserci per esserci, insomma?

Partecipare significa condividere i rischi

«Intendo dire che la presenza cosmetica è spesso a uso interno, non accompagnata da capacità o desiderio di incidere, da capacità o desiderio progettuale. Perché il senso di una partecipazione ai formati ristretti è quello di avere capacità di incidere, perché se no i formati ristretti si trasformano in formati ancora più ristretti che poi continuano a escluderci. Quindi da questo punto di vista direi, io credo che sia, dal punto di vista del Governo, una scelta, se non obbligata, ma in ogni caso assolutamente logica».

E’, per usare le parole del diplomatico, una vera e propria «trappola del multilateralismo»: «Si paga infatti comunque un prezzo: entrare significa contare, diciamo così, ma significa anche condividere i danni se nel club le cose vanno male. Ma restare fuori significa preservare una distanza che però fa perdere anche la voce, da cui la “trappola”».

L’Italia sceglie il compromesso

In questo contesto, la scelta di aderire con la qualifica di Paese osservatore assume dunque il profilo della soluzione di compromesso. Esserci senza esprimersi e minimizzare così i rischi rispetto alle altre due alternative (aderirvi pienamente o non aderirvi), sia in termini politici che reputazionali.

Una posizione questa che – nella sua logica – ha però creato una distanza con il resto del Vecchio Continente. Il quale ha scelto a larga maggioranza di boicottare l’iniziativa trumpiana. Un fatto rilevante, nota Valensise, perché denota un crescente livello di coordinamento tra i Paesi europei, con la solita eccezione ungherese. «Quella sarebbe stata la via da seguire – prosegue l’ambasciatore . Credo che questa potrebbe essere l’occasione per fare quello che in fondo l’Europa per tanti ragioni non è riuscita a fare negli ultimi due anni.

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Cioè di darsi una linea comune e quindi di esercitare un ruolo incisivo finalmente in una regione che è di interesse nevralgico per il Vecchio Continente. Se noi però per qualsivoglia ragione contribuiamo non a creare uniformità, univocità di intenti in sede europea, ma procediamo su scelte delicate in ordine sparso, credo che non facciamo i nostri interessi».

L’Europa che deve parlare con una voce sola

Pensa che un’Europa con una posizione unitaria rispetto ai disegni egemonici trumpisti avrebbe maggior peso? Valensise non ha dubbi: «Quando noi europei riusciamo a darci una linea, a parlare con una voce sola, gli effetti positivi per l’Europa si avvertono. Quando ci presentiamo in ordine sparso, gli effetti positivi non si avvertono. Possiamo fare decine di esempi su questo, decine di esempi. Questo è uno dei casi in cui, anche se non c’è operativamente forse niente da deliberare, perché siamo ancora in una fase preliminare, ma anche questa potrebbe essere un’occasione di serrare i ranghi. A tutela dei nostri interessi comuni».

Un discorso in cui però rischia di inserirsi proprio il “disturbatore” americano, dal momento che – evidenzia Valensise – l’America di Donald Trump ha apertamente dichiarato la propria preferenza a scavalcare l’Unione Europea. In favore dei rapporti bilaterali coi singoli Stati del continente.

Per Sequi il tema tuttavia non è soltanto l’Europa ma come il rapporto con essa, che – nota il diplomatico – pur avendo una denominazione singolare è composta ancora da decine di Stati con cui l’Italia deve interfacciarsi in maniera diversa, si relazioni al legame con gli Stati Uniti. «Cerco di metterla in maniera forse un po’ semplicistica, ma mi pare che il rapporto con l’Europa sia un matrimonio di convenienza, il rapporto con gli Stati Uniti sia un matrimonio di amore – spiega con una efficace metafora – Quindi finché è possibile contemperare questi due tipi di relazioni, va bene.

Il problema comincia a nascere quando ad esempio ci sono delle prese di posizione alla Carney. Come ci sono delle prese di posizione alla Merz, che obiettivamente comportano un allontanamento delle due corde su cui si cammina». Difficile a quel punto continuare a fare l’equilibrista, come l’Italia ha finora cercato di fare, insomma.

Merz e Carney come segnale di un alternativa

Valensise condivide l’importanza dei messaggi recapitati dal premier canadese e dal cancelliere tedesco nelle scorse settimane. In particolare, Merz nel suo discorso alla recente Conferenza di Monaco sulla sicurezza ha sottolineato l’importanza di riannodare il filo del rapporto euro-atlantico. Con franchezza e con rispetto.  «Perché? – chiede retoricamente Valensise – Perché veniamo da un’architettura di alleanza che qualche vantaggio l’ha avuto negli ultimi 80 anni, ma anche perché, come avrà sentito, è anche negli interessi degli Stati Uniti di avere degli alleati solidi, affidabili e coesi, aggiungo io, perché persino gli Stati Uniti, da soli, in un mondo fatto come è il mondo di oggi, rischiano di non andare molto lontani. Questo l’ha detto testualmente Merz e credo che sia un messaggio su quale inflettere».

Insomma, con un’Europa più debole anche gli Stati Uniti sarebbero più soli? L’ambasciatore Valensise non ha dubbi e aggiunge che le recenti discussioni in corso nel Vecchio Continente circa un suo rafforzamento militare vanno in una direzione che non solo è reattiva ma anche consequenziale rispetto a ciò che gli Stati Uniti chiedono da anni. Vale a dire una maggiore spesa per la Difesa e un impegno più marcato nella protezione del proprio continente.

Il Board sarà incisivo?

Ma, sopra queste grandi dinamiche, resta appeso un interrogativo che forse vale più di tutti gli altri. Riuscirà il Board of Peace a garantire la missione per cui è nato, cioè costruire uno spiraglio di pace in questi tempi turbolenti?

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Per Sequi ci troviamo di fronte a «un problema di carattere metodologico generale, se prendiamo i partecipanti al Board (Israele, Egitto, il Golfo, ecc) c’è una convergenza tattica tra questi, però c’è una divergenza strategica che passa attraverso una serie di questioni che riguardano Hamas, il ruolo dell’autorità palestinese e così via. Quindi ci sono obiettivamente delle contraddizioni intrinseche che fanno della partecipazione a questo Board un fatto puramente tattico».

Insomma, il Board sarebbe una trovata più mediatica che strategica. L’ambasciatore non ha dubbi: «Si confonde il concetto di pacificazione, che è tattico, con il concetto di ordine, che è strategico, perché pacificazione può essere anche un cessato il fuoco, che va nella direzione amata da Trump. L’ordine è una cosa diversa, perché è in qualche modo la determinazione di un equilibrio. Sappiamo che in Medio Oriente in particolare è una differenza fondamentale».

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