Rivedere La grazia di Sorrentino: un film sul potere sospeso tra verità e dubbio. Eleganza, metafore e un Presidente che governa nell’incertezza permanente
Nel cinema di Paolo Sorrentino l’eleganza è spesso un destino più che uno stile, e La grazia si dispone fin dalle prime immagini in quel registro alto e un po’ crepuscolare che ama i salotti istituzionali, i drappeggi pesanti e le incertezze leggere. Il titolo promette molto: una parola vasta, teologica e mondana insieme, che il film declina come una forma di sopravvivenza attraverso la rinuncia. Rinunciare alla verità, se necessario, per non esserne schiacciati.
Il Presidente che dubita
La tesi ha qualcosa di nobile e qualcosa di comodamente evasivo. Nobile perché ammette che il mondo non si lascia ridurre a un teorema morale; evasivo perché, nel frattempo, il Presidente le decisioni le prende. Firma, decreta, sceglie. Governa. Il film sembra suggerire che lo stato di grazia consista nell’accettare il dubbio contro la verità. Ma chi decide in nome di tutti non può sospendere la verità a tempo indeterminato. Può dubitare, certo. Ma poi deve decidere.
Qui si apre la crepa logica del film: se la verità è ormai inconoscibile, su quale terreno poggia l’atto politico? Il protagonista, che per mestiere governa, sembra coltivare il dubbio come una pianta ornamentale. Lo protegge, lo espone alla luce giusta, lo tiene lontano dalle correnti della realtà. È una figura sospesa, quasi cortese nella sua indecisione. E in un Paese come il nostro, dove l’indecisione è spesso scambiata per prudenza, questa sospensione appare persino rassicurante.
Simboli che non decidono
Il cavallo morente introduce brutalmente la questione della vita che chiede di finire, ma il film non sembra trarne conseguenze. Resta come una metafora potente e decorativa. Così la frase della figlia Dorotea – «Di chi sono i nostri giorni?» – risuona come un’eco lirica più che come un detonatore narrativo. Viene il sospetto che Sorrentino ami porre domande più di quante voglia davvero affrontarne.
Il potere che galleggia
Il Presidente sembra muoversi in una stanza senza orologi. Il tempo esiste ma non preme. Le questioni arrivano e aspettano educate sul divano. È un tempo dilatato che il cinema sa raccontare bene. Nella realtà, però, le questioni non aspettano. L’immagine dell’astronauta che galleggia è una delle più limpide del film: il potere come fluttuazione, la responsabilità come assenza di peso. Bellissimo da vedere, meno convincente da pensare.
Anche il monologo di Coco Valori, il rap alla Guè Pequeno, il robot dei carabinieri che osserva e registra senza comprendere, concorrono a costruire un mondo in cui la verità è liquida, forse superflua. È l’intuizione più interessante del film: un potere che funziona per dispositivi, non per conoscenza. Sorvegliare basta. Registrare basta.
Eleganza e pensiero a metà
Se la grazia è accettare il dubbio, e il dubbio è la condizione permanente del potere, allora il potere diventa una forma di grazia. È qui la contraddizione. Il potere non è grazioso: è necessario, imperfetto, spesso brutale. Il film sembra assolvere il suo protagonista attraverso la sospensione. Non sa, dunque è umano. Dubita, dunque è giusto. Ma la politica non può limitarsi a essere interiore: deve essere efficace.
Resta l’abilità di mettere in scena il potere come solitudine, la decisione come vertigine, la verità come miraggio. Resta una grazia malinconica che rende il film affascinante. Ma resta anche la sensazione che l’assunto – la grazia come accettazione del dubbio contro la verità – sia troppo esile per reggere il peso di ciò che racconta.
La grazia è un oggetto seducente. Si guarda con piacere, si ascolta con attenzione, si attraversa con curiosità. E si esce dalla sala con una sensazione ambivalente: aver visto qualcosa di molto bello senza essere del tutto sicuri di cosa fosse. Forse è proprio questa l’ironia sorrentiniana. Il film che celebra il dubbio lascia lo spettatore nel dubbio. Non cade, non atterra. Rimane in orbita. Se questa è la grazia, è una grazia molto ricercata. E molto italiana.


















