15 Febbraio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

15 Feb, 2026

Il galateo del lutto: così si esprime il dolore per la morte

Le prime condoglianze risalgono a 100mila anni fa, ma la partecipazione al cordoglio per un decesso si è sempre basata su regole pubbliche e codificate


Compassione. Sentimento complesso da provare, parola semplice da spiegare. Madre etimologica del termine è l’unione di “cum” e “patior”, latino, e ancor prima di “sun” e “pathos”, greco. Due lingue diverse che parlano di comunità, di sentimento condiviso. “Compassione”, nelle lingue antiche, viene spesso ricondotto al “soffrire insieme”, ma forse è molto più di questo. Compassione significa piuttosto “sentire insieme”. La differenza pare sottile, è vero, ma c’è.

Le condoglianze

Compassione è, più di ogni altra, la caratteristica che ci unisce, che definisce il comun denominatore tra tutti. La partecipazione al lutto, espressa attraverso le condoglianze, il cordoglio e la vicinanza ai familiari di una persona defunta, è una pratica antichissima, radicata nella storia culturale e sociale dell’umanità. Le sue origini non risiedono in un singolo momento fondativo, ma emergono progressivamente dall’intreccio tra riti funebri, concezioni della morte e strutture comunitarie. Le condoglianze, intese come espressione formale o informale di condivisione del dolore, sono il risultato di un lungo processo storico in cui il lutto passa da esperienza individuale a fatto sociale.

Il Paleolitico medio

Non abbiamo sempre avuto un “bon ton” funerario, né delle condoglianze strutturate; sappiamo però che le più antiche testimonianze archeologiche di cordoglio comunitario risalgono al Paleolitico medio (circa 100.000 anni fa), come nel sito di Shanidar, in Mesopotamia, associato ai Neanderthal.

Il significato sociale

Sebbene non si possa parlare di “condoglianze” in senso moderno, la presenza di sepolture intenzionali suggerisce che la morte non fosse percepita come evento puramente biologico, ma come accadimento dotato di significato sociale e simbolico. Secondo l’antropologo Robert Hertz, uno dei primi studiosi del lutto (1907), la morte in queste società colpisce l’intero gruppo, poiché rompe un equilibrio collettivo: da qui nasce l’idea che il dolore debba essere condiviso, e che l’empatia e la vicinanza a chi subisce la perdita debba essere manifestata.

Un dovere civico

Nelle società tribali studiate dall’antropologia classica, il “codice” del lutto è quasi sempre ritualizzato e pubblico. Il pianto, i lamenti, le astensioni e le modificazioni del comportamento quotidiano non sono lasciate all’iniziativa individuale, ma prescritte socialmente. La partecipazione al dolore altrui, in queste culture, non è una scelta morale, ma un dovere civico, comunitario: il gruppo “porta” il lutto insieme ai parenti del defunto.

Nella Grecia antica

Nella Grecia antica il cordoglio era profondamente regolato. Nei poemi epici Omero descrive lunghi rituali di pianto collettivo: alla morte degli eroi il dolore non è mai solitario, ma corale. Non a caso è il Coro, nelle tragedie greche, ad avere il compito di esprimere le frustrazioni, il dolore, il dramma e la voce del popolo. Al di fuori del Mito, invece, e durante i funerali, le donne intonavano il cosiddetto “threnos”, un canto funebre spesso accompagnato da gesti simbolici come quello di battersi il petto.

Un linguaggio vero e proprio

Il pianto, dunque, non è solo espressione spontanea di sofferenza ma un linguaggio vero e proprio, con formule, melodie e movimenti tramandati nel tempo. Il cordoglio si esprimeva attraverso gesti codificati: pianto pubblico, strappo dei capelli, vesti nere; partecipare al dolore significava rendere onore al morto e sostenere la famiglia.

A Roma

A Roma le donne sofferenti ai funerali assumevano il nome di “praeficae”, coloro che “guidavano” il lamento funebre. La loro presenza, oggi quasi scomparsa in Europa, rappresenta un aspetto affascinante del modo in cui le società hanno ritualizzato il dolore. Nell’antica Roma la prefica veniva assoldata dalla famiglia del defunto per partecipare al corteo funebre. Il suo compito non era soltanto quello di piangere, ma di intonare lamenti rituali, evocare le virtù del morto e stimolare l’emozione collettiva. Il pianto era capace di rendere onore al defunto e di mostrare il prestigio della famiglia: più numerose e intense erano le manifestazioni di dolore, maggiore appariva l’importanza sociale della persona scomparsa.

Un canale simbolico

Si potrebbe obiettare che il dolore, durante un lutto, è reale, e che essere ingaggiate per provarne forzatamente snaturi quello che è il senso stesso della sofferenza, del distacco; ma il ruolo delle prefiche non deve essere ridotto a una mera finzione: anche se dietro compenso, molte di loro appartenevano alla stessa comunità del defunto e spesso lo conoscevano personalmente, sposavano i suoi stessi valori. Il dolore era quasi sempre reale. Piuttosto, in contesti culturali in cui esprimere le proprie emozioni era qualcosa da regolamentare, da incasellare e controllare, il ruolo delle prefiche era fortemente liberatorio: le donne davano voce a sentimenti che i familiari, per pudore o autocontrollo, erano portati a sopprimere e non riuscivano a manifestare apertamente. Il pianto delle prefiche diventava, così, un canale simbolico attraverso cui la comunità elaborava la perdita, sfogava il pianto.

In Medio Oriente e Africa

Figure analoghe esistono ancora oggi in alcune parti del mondo. In Medio Oriente e in alcune regioni dell’Africa e dell’Asia si trovano donne che guidano i lamenti funebri, mantenendo viva una tradizione millenaria. In certi contesti rurali della Grecia o dell’Albania, ad esempio, sopravvivono forme di canto funebre eseguite da donne anziane che custodiscono questo sapere orale.

La consolatio

Sempre a Roma, il cordoglio assunse una dimensione molto più pubblica. I funerali aristocratici prevedevano la presenza della comunità, discorsi commemorativi (le laudationes funebres) e manifestazioni di dolore visibili. La “consolatio”, genere letterario calcato da Cicerone, Seneca e altri filosofi stoici, nasce come forma scritta di partecipazione al lutto: lettere o testi destinati a lenire il dolore di chi ha perso una persona cara. Qui si vede una delle prime forme storicamente attestabili di “condoglianze” esplicite, rivolte a un individuo preciso.

Nella cultura ebraica

Nella tradizione ebraica il cordoglio è fortemente comunitario. La “shiv‘ah”, così viene chiamato il periodo dei sette giorni successivi alla sepoltura, prevede che amici e conoscenti visitino la famiglia del defunto. L’obbligo di “consolare i lutti” (“nichum avelim”) è considerato una mitzvah, un comandamento religioso. Il cordoglio non è solo consentito, ma prescritto: la presenza silenziosa è spesso più importante delle parole.

L’eredità del Cristianesimo

Il Cristianesimo eredita e rielabora questa dimensione. Nei testi medievali la partecipazione al dolore altrui è vista come un atto di carità. “Piangere insieme a coloro che sono nel pianto” (come scritto nella Lettera ai Romani 12,15) diventa un principio etico. Al Cristianesimo, poi, è inevitabilmente legata la Quaresima, il periodo di lutto religioso per eccellenza: quaranta giorni che precedono la crocifissione di Cristo, il cordoglio di tutti i fedeli, contornato da giorni di digiuno, preghiera, veglie notturne e silenzi.

Nel Medioevo

Nel Medioevo, invece, le condoglianze assumono anche una forma scritta, soprattutto tra élite ecclesiastiche e nobiliari, attraverso lettere di compianto che combinano dolore umano e speranza escatologica, ma non è che l’inizio della diffusione delle condoglianze scritte: con la diffusione dell’alfabetizzazione, le condoglianze scritte diventano una pratica sempre più codificata. Manuali di galateo e di retorica indicano come esprimere il cordoglio in modo appropriato. Il dolore viene riconosciuto, ma anche regolato: non si deve eccedere, né essere freddi. Bisogna manifestare la propria partecipazione al dolore altrui con il giusto approccio.

Il lutto privato

Secondo lo storico Philippe Ariès, in questo periodo il lutto diventa più “privato”, più composto: il lutto di uno non è più il lutto di tutti, come annunciavano le grida delle prefiche, ma resta comunque il lutto di un gruppo, e non scompare la necessità sociale di parteciparvi.

L’Europa dell’Ottocento

Nell’Ottocento, soprattutto in Europa, la partecipazione alla sofferenza altrui assume una dimensione visibile e prolungata: abiti neri, periodi di ritiro sociale, visite di condoglianze obbligatorie. Questo rappresentava riconoscere pubblicamente la perdita e il legame sociale che univa il defunto alla comunità.

La semplificazione nel Novecento

Più avanti, con l’affacciarsi del Ventesimo e Ventunesimo secolo, le condoglianze subiscono una progressiva semplificazione. I riferimenti religiosi si ridimensionano, ma non viene meno il bisogno di esprimere la vicinanza. Ed ecco che qui l’uomo si fa più uomo che mai, ecco perché è nel dolore che dobbiamo cercare la vera umanità: quando una vita si spegne e nulla più si sa di essa, non ha importanza che dall’altra parte di questo mondo ci sia un Dio piuttosto che un altro: le vite che restano piangono quella che è andata via.

Telegrammi e biglietti

La religione c’entra poco, la sofferenza e gli addii sono un fatto umano, solo umano, che la banale eternità di un Dio, forse, non potrebbe capire. Ed è a questo punto che la fragile e longeva umanità si attrezza con armi semplici: le parole, espresse tramite i più disparati canali. Telegrammi, biglietti e messaggi digitali testimoniano la persistenza della partecipazione al lutto, anche quando i rituali tradizionali si indeboliscono. Alcuni studi sociologici sul cordoglio mostrano che, nonostante la privatizzazione della morte, la condivisione del dolore rimane una necessità umana fondamentale.

Il cordoglio come atto sociale

La storia delle condoglianze mostra una continuità profonda: dall’antichità a oggi, partecipare al dolore altrui serve a ricucire una frattura prodotta dalla morte. Che avvenga attraverso il pianto rituale, la presenza silenziosa, la lettera o il messaggio, il cordoglio è sempre un atto sociale, prima ancora che emotivo, perché in fondo non c’è niente che assottigli le differenze come il dolore. Lingua universale, lacrime che hanno tutte lo stesso sapore, visi contratti dalla mestizia nei quali possiamo rivedere i nostri.

Empatizzare con il dolore

Empatizzare con il dolore è stata la prima lezione sociale che l’uomo abbia imparato – curioso che sempre più spesso lo dimentichi. La tecnologia ci ha inevitabilmente anestetizzati, scrollare di continuo i video su Instagram o su Facebook non ci lascia porre la giusta attenzione ai contenuti che ci passano davanti. L’alternarsi frenetico di video buffi e tragedie umane fa sì che per i nostri occhi, la nostra percezione (e per alcuni, forse, anche la morale) abbia tutto lo stesso peso.

Il Galateo del lutto

Oggi possiamo vantare un Galateo del lutto estremamente sfaccettato. Palloncini bianchi fatti volare durante i funerali, lettere, canzoni preferite suonate nelle chiese. Le condoglianze assumono contorni sempre più estesi, esterniamo il dolore come possiamo. Perfino gli inglesismi si scavano prepotentemente uno spazio nel nostro manuale del cordoglio: il “R.i.p.” tipicamente americano che significa “rest in peace”, ad esempio, viene tradotto letteralmente in italiano “riposa in pace”. Il caso vuole che le iniziali e le parole corrispondano, nei significati e nell’assonanza, eppure non è una sigla che sentiamo poi così nostra.

Il dolore come maestro

La verità è che si può essere felici in molti modi, ma ce n’è uno solo di soffrire: il dolore è un Maestro severo e impassibile, sempre lo stesso dall’inizio dei tempi, dal quale tutti siamo stati bocciati almeno una volta nella vita. E cosa ci insegna, questo, se non il tentativo disperato di copiare quel compito tutti, l’uno dall’altro? Di provare a piangere ciascuno le lacrime dell’altro, per ritrovare il senso di una comunità che rischia di perdersi ogni giorno di più? E dunque forse è la sofferenza che costruisce i gruppi, che li solidifica. Se vogliamo conoscere davvero un uomo, dobbiamo cercarlo nel cordoglio; se vogliamo capire cos’è il cordoglio, dobbiamo guardarlo attraverso gli occhi dell’uomo.

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