Il pedofilo americano si era circondato di una cerchia di artisti e imprenditori d’arte, alcuni dei quali hanno ricoperto ruoli apicali
Gli “Epstein files” vengono desecretando il fitto intreccio esistente, negli Stati Uniti, tra “filantropia” e reputation washing. Forse sarebbe eccessivo considerare tale intreccio “sistemico”: tuttavia anche passarlo sotto silenzio, o considerarlo semplicemente contingente, sembra troppo facile. Veniamo pure, per semplificare l’analisi, all’ambito culturale, inteso in senso ampio. La reputazione di taluni artisti, collezionisti, musei, critici d’arte e infine accademici esce macchiata da scambi di favori, richieste di finanziamento, protezioni chieste e accordate e infine rapporti continuativi e organici con Epstein.
Leon Black
Facciamo il caso di Leon Black, cofondatore (nel 1990) del fondo di investimento Apollo Global Management; collezionista d’arte (in suo possesso opere di Raffaello, Michelangelo, Cézanne, Van Gogh, Picasso, Pollock); trustee del Lincoln Center for the Performing Art, di Asia Society e Jewish Museum; proprietario della casa editrice Phaidon, specializzata in libri d’arte; e soprattutto presidente del Museum of Modern Art dal 2018 al 2021. Malgrado Black abbia affermato di avere avuto rapporti solo esteriori e limitati con Epstein, questi è da lui nominato trustee della Leo and Debra Black Foundation nel 1997. Tra 2012 e 2017 Epstein ha ricevuto 158 milioni di dollari da Black, cifra decisamente cospicua per quelli che Black descrive come “servizi resi in tema di investimenti immobiliari, fisco e filantropia”. Le accuse di stupro rivolte a Black sono state archiviate, ma il punto non è giudiziario.
Il sottotesto anticristiano
La domanda è: acquisito il sottotesto sadico e razzista della cerchia raccoltasi attorno a Epstein, – ricordiamo che proprio Epstein ebbe una volta a affermare che per lui Cristo era stato solo “un falegname” -, si deve assumere che proprio tale sottotesto, per lo più anticristiano, abbia contribuito nei decenni recenti a modellare reputazioni artistiche contemporanee sulla base di capricci, preferenze, dispettosità e pregiudizi di parvenus accusati a più riprese di comportamenti antisociali? O più banalmente: che a modellare tali reputazioni sia stato una sorta di futile “snobismo di massa”?
Il caso di Andres Serrano, autore del meno che mediocre Piss Christ (1987), legato a Black e a Leah Kleaman, “art advisor” in cerca di scandaletti e prurigini blasfeme, è un esempio flagrante di manipolazione del mercato dell’arte contemporanea: innalzamento a ranghi inattesi di un talento ordinario, disposto però al gioco della profanazione. E’ strano: decenni di retoriche “inclusive”, da parte liberal, e una callosa insensibilità per il credo religioso di una cospicua minoranza della società americana.
Non solo mele marce
Potremmo derubricare la circostanza e stabilire che è questione di poche “mele marce”, di cui non vale la pena trattare. In parte è così, quanto alle responsabilità giudiziarie. Ma trovarsi a dirigere, perché eletti, il board del più illustre museo di arte contemporanea al mondo non è questione solo di casellario giudiziario: sembra obbligare al possesso di requisiti culturali eminenti e competenze specifiche, una “visione” relativa a ciò che è “Occidente” oggi, una vasta conoscenza della storia politica del Novecento, un “senso della realtà” (cito Isaiah Berlin) acuito da riflessione e esperienza. Niente che il denaro possa surrogare. Black era un candidato plausibile, nel 2018?
O invece la sua elezione prova che una sedicente elite politico-economica e finanziaria, autoinvestitasi di compiti anche di gatekeeping artistico-culturale, non è in grado di sanzionare moralmente i propri membri né di considerare in termini di responsabilità il privilegio? Epstein è condannato una prima volta per traffico di minori nel 2008. Nell’occasione si dichiara colpevole e sconta tredici mesi di carcere per avere procurato ragazze e ragazzi minorenni a politici della Florida. Non ci sono dubbi quanto alle sue responsabilità penali. E’ quest’uomo, vale la pena notarlo, che Black, se stiamo ai documenti, conferma nel ruolo di trustee della propria fondazione sino al 2012. Sempre a lui affida la cura del proprio immenso patrimonio sino al 2018.
I musei
«Dobbiamo ricordare – osserva Hrag Vartanian su Hyperallargic – che dietro a un direttore o presidente di museo esiste un consiglio di amministrazione che influenza in profondità ogni decisione, e talvolta designa o crea i leader, o le figure che svolgono ruoli di testimonial istituzionali e ‘sistemici’. C’è allora da stupirsi se artisti, curatori, mercanti e altri oggi non sono in grado di cogliere la differenza tra lavorare per dittatori o lavorare per istituzioni di società democratiche?». L’indignazione di Vartanian può sembrare ingenua, perché tende a generalizzare.
D’altra parte è sufficiente leggere i resoconti dei party che Epstein teneva nell’isola di Little Saint James, o magari a Saint Barts, gremiti di «persone meravigliose» (nelle parole di una cronista mondana del tempo) «che correvano, prendevano il sole, facevano surf, andavano in barca e reprimevano la ‘pressione da party’. Uno spettacolo intimidatorio da vedere: [tutti] gli Oscar, Cannes, Oscar, Venezia, gli Hamptons, St. Tropez e il Qatar riuniti in uno», per temere che una cerchia a tal punto autocompiaciuta e dimentica non possa che corrompere ciò che avvicina.
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Il gusto stupido
Amico di Schnabel, pittore e regista, e altri artisti newyorkesi, con cui si incontra a cena o a questa o quella soirée, Epstein ha rapporti non occasionali con il San Francisco Museum of Art, cui dona opere o per cui finanzia l’acquisizione di opere. Non faccio qui i nomi degli artisti implicati perché verosimilmente essi non direbbero nulla al lettore italiano. Ma davvero non si trova alcunché, nelle preferenze di Epstein, che indichi un particolare “gusto” o conoscenza dell’arte contemporanea, se non l’interesse grossolano per qualcosa che desti a tutta prima un grande e stupido “Wow!”. Sappiamo che aveva commissionato per sé una costosa copia del Massacro degli innocenti di Cornelis Cornelisz van Haarlem, 1591, di proprietà del Maurithuis: circostanza che desta inquietudine se riferita a chi, come Epstein, ammette di trovare “gradevoli” i video di torture che gli sono inviati.
Il nostro provincialismo
Mi si conceda, adesso, un intermezzo italiano: vorrei considerare, sia pur brevemente, quanti, da decenni, in Italia appunto, non hanno smesso di propagandare l’arte americana, o per meglio dire la subalternità dell’arte italiana all’arte americana, tacendo o ignorando qualsiasi argomento in senso contrario, rimuovendo la storia e la memoria. Potremmo partire dai secondi anni Sessanta, quando affiliarsi a gallerie americane era la via regia per procurarsi soldi e fama in breve tempo. Ma preferisco limitarmi ai decenni recenti. Il discorso artistico contemporaneo si è fatto ossessivamente pro-Stati Uniti, in Italia, negli anni Novanta, e tale è rimasto. Nella prefazione al catalogo di una mostra recente, tenuta al Palazzo Reale di Milano, Massimiliano Gioni, oggi curatore al New Museum di New York (sua la Biennale del 2013), esortava gli artisti italiani a dimenticare la propria eredità e “farsi più internazionali”.
Oggi, anche a seguito della pubblicazione degli “Epstein files”, decifriamo meglio l’”internazionalità” o internazionalismo di cui Gioni si fa e si è fatto interprete: nel senso che ne cogliamo le premesse di sopraffazione e violenza, o in alternativa di arroganza, intrigo e spacconeria, e ci affrettiamo a rigettarle. Aggiungiamo provincialismo: non risulta che i “ricchi e famosi” si siano mai interessati, quanto a arte contemporanea, di alcunché che non fosse americano e, se possibile, East Coast. D’altra parte i musei italiani sono presi d’assalto da folle eterogenee, che provengono dai cinque continenti: giorno dopo giorno. Nessun visitatore straniero, neppure il più illetterato, si sogna di chiedere a Tiepolo, Annibale Carracci o Michelangelo di “farsi più internazionali”, secondo le indicazioni pro-export di Gioni.
Il j’accuse
Torniamo ad Epstein, e alla sua cerchia di amici. Vi troviamo Jack Lang, plenipotenziario culturale dello Stato francese al tempo della Presidenza Mitterrand, animatore dei fasti culturali della République, nemico di ogni fedeltà consolidata, di ogni vieille douce France. Proprio in questi giorni ho ripreso in mano il mirabile j’accuse di Marc Fumaroli, che risponde al titolo di L’état culturel, 1991. Fumaroli vi polemizza aspramente contro Lang. Lo studioso corso, è ovvio, non poteva sapere dell’amicizia tra l’uomo politico e Epstein (o qualcosa sapeva?). Tuttavia la sua elegante denuncia del nihilismo e della “volontà di potenza” dell’elite politica francese e della sua proterva via all’”americanizzazione” suona persino più perspicace oggi, alla luce di quanto scopriamo.


















