Il procuratore Nicola Gratteri sostiene che, al prossimo referendum sulla riforma della giustizia, voteranno sì indagati, imputati e massoneria deviata. C’è da giurare che molti sostenitori del sì sono le vittime delle sue inchieste flop
«Voteranno per il No le persone per bene, le persone che credono che la legalità sia un pilastro importante per il cambiamento della Calabria. Voteranno per il Sì, ovviamente, gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata e tutti i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente».
Che cosa aspettarsi
Di fronte a queste parole, pronunciate da Nicola Gratteri in un’intervista, potremmo cadere nell’errore di chiederci se il capo della più importante procura d’Italia possa invocare la libertà di pensiero e di espressione. O se il guardasigilli, in nome di quel che resta del rigore magistratuale, promuoverà un’azione disciplinare. O se sarà piuttosto il Capo dello Stato, in quanto vertice del Csm, a richiamarlo a una continenza che si deve alla toga e alla carica.
Perché Gratteri ha ragione
Ma il nostro sarebbe, sarà, un errore. Non solo perché probabilmente non accadrà nulla di ciò che auspichiamo. Ma perché Nicola Gratteri ha in parte ragione. Ha ragione quando dice che voteranno Sì coloro che lui ha indagato e portato a giudizio da innocenti nella sua lunga stagione calabrese, e che poi sono stati assolti dopo un lungo calvario giudiziario. Quanti sono? I più.
Le inchieste flop
Il bilancio della sua azione penale è da brividi. Si comincia nel 2003 con l’inchiesta Marine, a Platì: 215 indagati, 121 in carcere, e alla fine i condannati risulteranno solo 8. Inchiesta Circolo Formato, a Marina di Gioiosa: 49 a giudizio, 27 condannati, 22 assolti. Inchiesta Saggezza, Vibo Valentia e Locride: 46 imputati, 19 condannati e 27 assolti. Inchiesta Ada, a Melito Porto San Salvo: 114 indagati, di cui 65 arrestati, ma solo 43 condannati e 71 assolti. Inchiesta Metropolis, Africo e Marina di Gioiosa: 25 indagati, di cui 20 arrestati, ma solo 8 condannati e 17 assolti. Inchiesta Stige, Crotone: 169 arrestati ma solo 66 condannati tra rito abbreviato e processo ordinario.
Il bilancio complessivo
A conti fatti sono 171 condanne su 553 persone portate e giudizio, circa il 30 per cento. E la stessa percentuale si riscontra anche nelle ultime due maxi-inchieste, non del tutto concluse, condotte dal procuratore prima di lasciare la Calabria: Rinascita Scott e Reset.
La dinamica
Perché la dinamica è sempre la stessa: le indagini e gli arresti deflagrano nell’etere mediatico come fuochi di artificio e poi evaporano senza lasciare traccia. Ma in assenza di un sistema di valutazione che ancori le carriere dei magistrati all’esito delle loro azioni, i flop giudiziari non impediscono che un procuratore dalla Calabria si candidi con successo a ricoprire la più importante procura d’Italia.
La separazione delle carriere
Perciò Gratteri ha ragione: voteranno certamente sì le vittime di un’azione giudiziaria che quelli come lui hanno promosso, trovando sempre un gip di turno pronto ad avallare indagini, intercettazioni, arresti e rinvii a giudizio senza stare troppo a cavillare sugli elementi di colpevolezza. Per costoro la separazione delle carriere è la speranza di un giudice autenticamente terzo, indifferente alle pressioni, capace di usare i codici penali per la loro funzione primaria: quella di proteggere gli innocenti dai procuratori televisivi.


















