12 Febbraio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

12 Feb, 2026

Imbarazzo Rai, così lo spoil system erode il prestigio

La disastrosa telecronaca di Petrecca è solo la punta dell’iceberg di un sistema Rai usurato da liti interne e spoil system


C’è un silenzio che pesa più di uno sciopero; domani nei tg e nei programmi di informazione della Rai le firme spariranno. Un gesto secco, antico: togliere il nome significa lasciare la voce e togliere la faccia, informare nell’anonimato. L’Usigrai lo ha deciso dopo giorni di tensione, di assemblee incandescenti, di comunicati che parlano di «duro colpo all’immagine della Rai». Sotto traccia, la diciottesima seduta della Commissione di Vigilanza ieri è scivolata via tra assenze strategiche e numeri legali mancati. La presidente Barbara Floridia ha convocato l’amministratore delegato Giampaolo Rossi per un’audizione, il 18 o 19 febbraio, oppure il 3 o il 5 marzo. Nel frattempo la nomina del presidente resta impantanata, ostaggio di veti e controveti. La politica gioca a Risiko, il servizio pubblico resta fermo.

I commenti all’estero

La miccia è stata la telecronaca della cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Milano-Cortina. Le gaffe del direttore di RaiSport Paolo Petrecca hanno fatto il giro del mondo. «L’Italia si vergogna del suo commentatore olimpico», ha scritto la Bild, parlando di «disastro televisivo». Marca ha messo sotto la lente la frase sugli «spagnoli sempre molto passionali». Il Guardian ha ricordato le proteste interne e la presunta vicinanza al governo Meloni. Bfmtv ha parlato di «errori a bizzeffe e commenti sessisti». Non è folklore internazionale. Sono fendenti. E fanno male.

Lo sciopero annunciato

In redazione l’imbarazzo è diventato protesta. Ritiro delle firme, tre giorni di sciopero annunciati dopo la doppia sfiducia al direttore. «La nostra firma non può essere associata a chi ci ha portato tanto imbarazzo», hanno spiegato. Non è una resa dei conti politica, insistono. È una questione di rispetto verso i telespettatori che pagano il canone. Usigrai ha allargato la mobilitazione: cinque minuti di comunicato sindacale in ogni tg. Una giornalista legge il comunicato e sfiducia in diretta il suo direttore. Un segnale che fotografa una frattura profonda.

Il prestigio perso

Il ministro Francesco Lollobrigida ha provato di nuovo a tirare il freno a mano per fermare il treno della protesta: «Non credo sia di grandissimo interesse, è una polemica tra giornalisti». E ancora: «parliamo del 99,9% delle cose che vanno bene». Il problema è che quel decimale pesa come un macigno quando si parla di credibilità. Perché la Rai non è una tv qualunque. È stata una scuola di giornalismo, la palestra del servizio pubblico. Anche nei tempi più bui della lottizzazione, ha espresso firme autorevoli, voci capaci di autonomia e indipendenza. In qualsiasi testata, l’autorevolezza di chi scrive e di chi parla viene prima di tutto. O dovrebbe.

Oggi quel principio sembra appannato. Sarebbe ingiusto fare di tutta l’erba un fascio: a Viale Mazzini lavorano professionisti di altissimo livello, tecnici, autori, inviati che tengono in piedi la baracca con competenza e passione. Petrecca non ci si diventa per caso, certo. Ma il punto non è il singolo. È il clima. È la sensazione che la legge dello spoil system stia erodendo un patrimonio costruito in decenni. E perderlo sarebbe un peccato capitale.

GUARDA VIDEO – Ranucci, Giletti e il mondo della post-verità

Le liti interne

La lottizzazione, intanto, ha contagiato tutto. Anche la critica. Non è più lo scontro tra Usigrai e Unirai, tra destra e sinistra. È una rissa permanente che finisce per divorare la qualità. Persino tra volti simbolo dell’informazione pubblica si consuma uno spettacolo poco edificante. Sigfrido Ranucci e Massimo Giletti che si accapigliano in pubblico, frecciate, repliche, allusioni. Non è un bel vedere. Non per loro, non per l’azienda. Quando i giornalisti diventano protagonisti della contesa e di Dagospia, il racconto si piega, l’istituzione si indebolisce.

Sul tavolo restano i nodi industriali. La perdita dei diritti delle ATP Finals di Torino, denunciata come un «flop clamoroso». Le scelte immobiliari contestate: sedi storiche da dismettere a Firenze, Napoli, Venezia, affitti onerosi a Milano. Dafne Musolino parla di «zona franca» senza controllo parlamentare. Maria Elena Boschi denuncia una Rai che «perde pezzi strategici» mentre la Vigilanza non si riunisce. Gasparri accusa le minoranze di voler «trasformarsi in maggioranza». Tutti parlano. L’azienda attende.

Eppure, in questo rumore di fondo, ci sono ancora lampi. “Mare Fuori” è diventato un brand, un ecosistema narrativo. Strategia digital first, RaiPlay, pianificazione intelligente. Risultati pazzeschi, numeri che raccontano una Rai capace di innovare, di parlare ai giovani, di creare valore. È la prova che quando si esce dalla trincea ideologica e si investe sulla qualità, il servizio pubblico sa ancora essere all’altezza della sua storia.

La reputazione da recuperare

Ma la storia non basta. La reputazione è un capitale fragile. Si consuma in fretta, si ricostruisce lentamente. La crisi della Rai non è una fiammata. È un logoramento progressivo, una perdita di autorevolezza che si sente nei corridoi, nei palinsesti, nelle scelte difensive. Il servizio pubblico vive di fiducia. E la fiducia non si ottiene per decreto.

Poi, certo, arriverà Sanremo. E Sanremo si sa è Sanremo. Le luci dell’Ariston, gli ascolti record, le polemiche che si sciolgono in una settimana di musica e monologhi. Per qualche giorno tutto finirà nel dimenticatoio. Ma quando il sipario scenderà e le firme torneranno – o forse no – la domanda resterà lì, ostinata: quale Rai vuole essere grande da qui ai prossimi anni? Perché le canzoni passano. La credibilità, se si perde, no.

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